Una marinara piccantissima

PizzaSi inaugura questo posto. Una pizzeria, prevalentemente da asporto, che nasce come costola di un locale molto più imponente della stessa città, capace di sfornare pizze, buonissime peraltro, per centinaia di persone a sera.
Adoro quelle pizze. Sono enormi, preparate con ingredienti selezionati, cotte a legna, digeribili e servite su rotondi taglieri di legno da cui, dopo essere state tagliate in piccole porzioni, vengono mangiate rigorosamente con le mani. Ne fanno solo di quattro tipi: margherita, marinara, funghi, provola, ma c’è anche la “quattro gusti” che li raccoglie tutti. Una sola pizza è l’equivalente di quattro pizze normali, quindi mezza basterebbe per due. Io e lei ne mangiamo una intera: tre quarti io, un quarto lei. Anche la birra è ottima, viene servita in boccali da un litro: non aggiungo altro.
Questo per dire che all’inaugurazione del nuovo locale non potevo mancare. Oltretutto potevo mangiare e bere gratis. Era evidente che si sarebbe presentata tantissima gente ma ogni cosa è stata gestita bene. Le pizze venivano sfornate ogni due minuti al massimo, la birra scorreva – come si dice – a fiumi e allegramente. Nonostante non ci fosse tantissimo spazio, chiunque poteva entrare, mischiarsi tra la piccola folla e attendere che il suo piattino e il suo bicchiere venissero riempiti. Chiunque o quasi. Perché, mentre addentavo un pezzetto di marinara, la mia preferita, semplice e piccantissima come dovrebbe essere la vita, accade che un cameriere, evidentemente mandato da qualcun’altro, si avvicina ad un ragazzo in fila per chiedergli se avesse l’invito. Il ragazzo non capisce, il cameriere insiste. Niente invito? Devi andartene.
Il ragazzo indossava un cappellino blu, una maglietta sgargiante, pantaloncini jeans e un paio di ciabatte arancioni. Era colorato. Era di colore. Non dava fastidio a nessuno. Non urlava, non parlava nemmeno. Aveva preso un piatto di carta e aspettava il suo pezzo di pizza, solo quello. Non gli ho nemmeno visto il bicchiere in mano. Ho visto però quando è stato accompagnato fuori.
La scena mi ha colpito e, in tutta sincerità, dopo essermi bloccato per qualche istante, ho ripreso a mangiare e bere come se nulla fosse. Contento. Ci ho riflettuto dopo, ne ho parlato quando avevo la pancia piena, non mi era piaciuto ciò che era successo. Cercavo una giustificazione. Forse il ragazzo aveva fatto qualcosa di male, forse stava rubando nelle borse delle signore, forse aveva sputato per terra o sulla pizza.
Macché.
Era nero. Non vestiva bene. Era diverso. Aveva fame. Questo era.
Io non so se tornerò in quel locale, se mangerò ancora quella pizza. Ma il punto non è questo: il boicottaggio a posteriori servirebbe a poco. Era in quel preciso momento che dovevo intervenire, alzare la voce, chiedere spiegazioni, difendere il ragazzo, cercare di capire o semplicemente evidenziare che l’invito non lo avevo io e non lo aveva nessun altro. Sarebbe stato il minimo, invece non ho fatto nulla. Anzi ho dimenticato presto, accecato dalla mia marinara.
Dice Wikipedia che la pizza marinara prende il nome dal fatto che gli ingredienti, facilmente conservabili, potevano essere portati dai marinai per preparare pizze nel corso dei loro lunghi viaggi. Poco dopo leggo della strage di Lampedusa, l’ennesima, in mare.
Oggi leggo questo:

Non sono razzista

Cos’è il razzismo?
Come dire “ho tanti amici gay però…”, “sono contrario alla pena di morte però gli assassini e gli stupratori…”, “non giudico mai però…”.
Non sono razzista, la marinara piccantissima però…