Chi vorrebbe un amico

IrdsDi libri scritti da amici me ne sono capitati un po’ tra le mani negli anni. Ne ho letti, ne ho commentati, in un paio di occasioni ne ho persino abbozzato una recensione, nonostante sia piuttosto incompetente in materia. Sono certo però che tutti quei testi alla fine si siano dimostrati delle accozzaglie di luoghi comuni e di banalissimi pensieri dell’autore messi insieme a mo’ di romanzo e, a volte, nemmeno quello. E’ anche vero che non ho amici scrittori, ho amici che ci hanno provato e che per questo apprezzo. Mi piacerebbe diventare amico di almeno uno scrittore vero, uno di professione, ma ad oggi al massimo sono riuscito a strappare qualche dedica dopo il frontespizio, la solita pacca sulla spalla e la fatidica domanda “come ti chiami?”, troppo poco per instaurare un solido rapporto. Del resto un’amicizia non nasce mica in questo modo, leggendo un libro e inseguendo chi lo ha partorito. Può nascere però – e qui sì che sono piuttosto competente – leggendo un post su un blog: commentando, ricevendo risposta, commentando di nuovo, reciprocamente, inserendo un link tra i preferiti, seguendo gli aggiornamenti, scambiando un’email e poi magari un numero di telefono e un appuntamento. Anche vivendo a centinaia di chilometri di distanza. Così può funzionare.
Un paio di giorni fa ho finito di leggere uno di quei romanzi che – potrei affermare con sicurezza – sono stati concepiti da un amico. Un amico mai visto prima che però, tramite il blog, sono riuscito a conoscere nel tempo e ad apprezzare anche come uomo oltre che come scrittore superdotato. Fino a poco tempo fa nemmeno sapevo quale fosse il suo vero nome. E’ successo che un pomeriggio, dopo aver letto l’ennesimo post perfetto, ho azzardato un commento chiedendogli, ignaro, come fosse possibile che con quelle capacità non avesse mai pensato concretamente di scrivere. Per tutta risposta l’amico mi ha inviato in privato l’indirizzo di un sito web in cui non solo appare e domina, tipo madonna, il suo viso con tanto di nome e cognome ma nel quale ho trovato anche l’indicazione di ben tre romanzi da lui pubblicati. Immediatamente gli ho chiesto di spedirmene uno, immediatamente li ho ricevuti a casa tutti e tre.
Quello che ho appena terminato, vuoi per la trama, vuoi per il messaggio che mi ha portato a sceglierlo per primo, credo sia causa e conseguenza di un rapporto di amicizia forte, un legame che non è il mio e il suo ma che rappresenta molto lucidamente il valore che diamo alle nostre scelte, il peso delle decisioni e delle non decisioni, l’importanza di una seconda possibilità, il coraggio di percorrere una strada con la paura di perdersi e la voglia di ritrovarsi o viceversa, la speranza di fermare il tempo. Non voglio però divagare con concetti che non so padroneggiare, lungi da me l’idea di una recensione. Volevo solo arrivare alla pagine finali, quelle dei ringraziamenti, dove il libro viene dedicato a tutti i miei amici ma soprattutto a quelli che non ho mai incontrato, quelli come te. Se sei ancora qua infatti, dopo tutte queste pagine, sei sicuramente un mio amico, uno dei nostri, uno del mio clan. Ecco, io questa cosa l’ho presa sul serio. Ho preso sul serio anche l’invito, riportato poco dopo, a recuperare subito dalla rubrica del cellulare il numero di telefono di un vecchio amico di cui avessi perso le tracce e chiamarlo. Ma soprattutto, ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, ho capito che un vero amico è per sempre, non ci sono cazzi.

Is there anybody in there?

Ci vuole così poco. Ti svegli col sole e, piuttosto che lamentarti perché non riesci a connettere, ti congratuli con te stesso per essere arrivato alla doccia. Prendi le vitamine e bevi un bicchierone di latte freddo ché a te il latte piace più della birra e del vino, soprattutto la mattina. Ancora di più se trovi sul divano un cioccolatino Lindt che non credevi di avere. Vai in ufficio in auto perché piove e non puoi prendere la Vespa. Capisci che in fondo la pioggia ti piace. C’è un po’ di traffico per strada e non ne fai un problema, avrai più tempo per ascoltare quei pezzi rock alla radio che ti resteranno in testa per tutta la giornata. Il lavoro procede come vuoi che proceda, sei certo di fare il tuo dovere, quello per cui ti pagano, e di metterci anche qualcosa in più. I colleghi oggi sono tutti simpatici. Pensandoci bene, chi più, chi meno, lo sono sempre. Hai già fatto pace con lei per un’inutile discussione, il telefono non basta a riempire la voglia che hai di rivederla dopo due settimane di lontananza ma sai che quel momento sta per arrivare. Approfitti della pausa pranzo per fare due cose abbastanza inutili che proprio per questo rimandavi da mesi: cambiare la batteria della bilancia pesapersone che non ti pesa mai e comprare la ricarica di quella penna elegante, regalo di natale di un paio di anni fa, che nemmeno ti serve perché preferisci la Bic con quattro colori. Con l’occasione, al centro commerciale prendi pure tre libri, di quelli a 0,99 euro che hai quasi tutti. Compri di nuovo i Lindt e pure i Kinder Sorpresa con i puffi. Apri subito un ovetto e ci trovi Grande Puffo, il tuo preferito, quello con la barba che avresti sempre voluto avere. Torni in ufficio, vai su Anobii per aggiornare la libreria e ti accorgi che uno di quei volumetti lo avevi già. Noti anche che hai ottantacinque, e ripeti ottantacinque, libri da leggere. Ripeti ancora ottantacinque quasi con soddisfazione perché vuol dire che potrai contare su un’ampia scelta di titoli prima di iniziare la prossima lettura. Continui il tuo lavoro e aspetti che i colleghi vadano via perché il pomeriggio, nel silenzio della stanza, ti concentri meglio e ingrani la marcia giusta per finire di scrivere. Aspetti anche che faccia buio perché poi, a ora di cena, devi andare a nuotare. I compagni di squadra sono lì, pronti come te ad affrontare i quattromila metri quotidiani. L’allenamento stasera è pesante ma esci dalla vasca soddisfatto e senza alcun cattivo pensiero in testa, ammesso che ne avessi avuto uno. Hai perso le pinne, forse qualcuno le ha prese per sbaglio, forse no. Poco importa, le ritroverai. La doccia sembra durare più del solito, l’atmosfera nello spogliatoio maschile è simpatica come sempre, forse perché è l’unico al mondo in cui non si parla di donne e motori. Del calcio sì però, ogni tanto. Ci ritroviamo fuori e andiamo a cena insieme. Sono le undici di sera e Giancarlone e la sua trattoria ci aspettano. A tavola gli aneddoti si moltiplicano nel vino, le chiacchere si perdono nei piatti tipici. Torni a casa dopo aver viaggiato non solo sull’asfalto e, parcheggiando, casualmente due pietre miliari della musica ti bloccano nell’abitacolo, una dopo l’altra: Comfortably Numb dei Pink Floyd e la versione breve di I Heard It Through The Grapevine dei Creedence. E’ notte, non c’è nessuno fuori e rimani immobile come se non ci fosse nessuno neppure dentro. Stanco solo fisicamente, con gli occhi in fondo alla via, rivedi la giornata assolutamente normale appena trascorsa e ti rendi conto che ci vuole così poco per essere felici.

Una marinara piccantissima

PizzaSi inaugura questo posto. Una pizzeria, prevalentemente da asporto, che nasce come costola di un locale molto più imponente della stessa città, capace di sfornare pizze, buonissime peraltro, per centinaia di persone a sera.
Adoro quelle pizze. Sono enormi, preparate con ingredienti selezionati, cotte a legna, digeribili e servite su rotondi taglieri di legno da cui, dopo essere state tagliate in piccole porzioni, vengono mangiate rigorosamente con le mani. Ne fanno solo di quattro tipi: margherita, marinara, funghi, provola, ma c’è anche la “quattro gusti” che li raccoglie tutti. Una sola pizza è l’equivalente di quattro pizze normali, quindi mezza basterebbe per due. Io e lei ne mangiamo una intera: tre quarti io, un quarto lei. Anche la birra è ottima, viene servita in boccali da un litro: non aggiungo altro.
Questo per dire che all’inaugurazione del nuovo locale non potevo mancare. Oltretutto potevo mangiare e bere gratis. Era evidente che si sarebbe presentata tantissima gente ma ogni cosa è stata gestita bene. Le pizze venivano sfornate ogni due minuti al massimo, la birra scorreva – come si dice – a fiumi e allegramente. Nonostante non ci fosse tantissimo spazio, chiunque poteva entrare, mischiarsi tra la piccola folla e attendere che il suo piattino e il suo bicchiere venissero riempiti. Chiunque o quasi. Perché, mentre addentavo un pezzetto di marinara, la mia preferita, semplice e piccantissima come dovrebbe essere la vita, accade che un cameriere, evidentemente mandato da qualcun’altro, si avvicina ad un ragazzo in fila per chiedergli se avesse l’invito. Il ragazzo non capisce, il cameriere insiste. Niente invito? Devi andartene.
Il ragazzo indossava un cappellino blu, una maglietta sgargiante, pantaloncini jeans e un paio di ciabatte arancioni. Era colorato. Era di colore. Non dava fastidio a nessuno. Non urlava, non parlava nemmeno. Aveva preso un piatto di carta e aspettava il suo pezzo di pizza, solo quello. Non gli ho nemmeno visto il bicchiere in mano. Ho visto però quando è stato accompagnato fuori.
La scena mi ha colpito e, in tutta sincerità, dopo essermi bloccato per qualche istante, ho ripreso a mangiare e bere come se nulla fosse. Contento. Ci ho riflettuto dopo, ne ho parlato quando avevo la pancia piena, non mi era piaciuto ciò che era successo. Cercavo una giustificazione. Forse il ragazzo aveva fatto qualcosa di male, forse stava rubando nelle borse delle signore, forse aveva sputato per terra o sulla pizza.
Macché.
Era nero. Non vestiva bene. Era diverso. Aveva fame. Questo era.
Io non so se tornerò in quel locale, se mangerò ancora quella pizza. Ma il punto non è questo: il boicottaggio a posteriori servirebbe a poco. Era in quel preciso momento che dovevo intervenire, alzare la voce, chiedere spiegazioni, difendere il ragazzo, cercare di capire o semplicemente evidenziare che l’invito non lo avevo io e non lo aveva nessun altro. Sarebbe stato il minimo, invece non ho fatto nulla. Anzi ho dimenticato presto, accecato dalla mia marinara.
Dice Wikipedia che la pizza marinara prende il nome dal fatto che gli ingredienti, facilmente conservabili, potevano essere portati dai marinai per preparare pizze nel corso dei loro lunghi viaggi. Poco dopo leggo della strage di Lampedusa, l’ennesima, in mare.
Oggi leggo questo:

Non sono razzista

Cos’è il razzismo?
Come dire “ho tanti amici gay però…”, “sono contrario alla pena di morte però gli assassini e gli stupratori…”, “non giudico mai però…”.
Non sono razzista, la marinara piccantissima però…