Gradini

Il programma, se così si può definire, era semplice: io e te, visita alla montagna spaccata in due come un pezzo di parmigiano, mare prima del tramonto, pizza da definire.
Il tempo, in senso meteo, è buono. In senso orologio un po’ meno, visto che non riesco ad alzarmi quando avrei voluto ed esco non esattamente di buon’ora. Scendo le scale interne di casa, i miei primi gradini della giornata, chiudo la porta, ti prendo e ti porto via.
La montagna parmigiano si dimostra incantevole ancor prima di entrarci dentro. Mi insospettisce la mancanza di confusione e capisco subito perché: siamo arrivati troppo tardi per l’orario di apertura del mattino e troppo presto per quello del pomeriggio. Possiamo però visitare il santuario incastonato lì dentro. Ci sono dei gradini che si fanno spazio nella roccia e conducono fino alla piccola cappella in pietra affacciata sul canyon interno al promontorio, ci sono dei simboli scolpiti nella pietra che potrei anche farmi tatuare, c’è l’impronta di una mano nella pietra, si dice di un turco, c’è un letto di pietra dove ha dormito un santo. Insomma, è tutto di pietra. Cerchiamo di ingannare il tempo, l’orologio, pur sapendo che il tempo non si è mai fatto ingannare da nessuno, semmai è il contrario. C’è quella scalinata con tantissimi gradini che da lassù dove siamo scende fino al mare ma il cancello è ancora chiuso e non sappiamo chi lo aprirà. Decidiamo quindi di seguire un sentiero che ci porta ancora più in alto, passando nell’ordine tra cespugli, alberi, boscaglia, giungla, giungla amazzonica, giungla post-apocalittica. Man mano che saliamo le condizioni peggiorano. Tutte le condizioni: fisiche, ambientali, meteorologiche. Il tempo meteo infatti, geloso del tempo orologio, decide anch’esso di non farsi ingannare. E piove. Facciamo in tempo a vedere e fotografare dirupi, strapiombi, postazioni belliche, polveriere, polveriere adibite a museo, batterie, cadaveri. I sentieri si moltiplicano, si biforcano, si intrecciano e con tutta quell’acqua non ci lasciano passare. Su una collinetta, dopo aver perso da ore il contatto con la civiltà e con gli ultimi esseri umani, ci imbattiamo in una piccola radura dove una specie di terrazza, una costruzione tonda in pietra incassata nel terreno, mi fa pensare a qualcosa di esoterico, mistico, uno di quei luoghi dove avrebbero anche potuto compiere sacrifici umani. La mia sensazione viene rafforzata dalla presenza di decine di cunicoli bui che non si capisce dove cazzo vadano a finire. Fossimo stati in un film, gli spettatori avrebbero detto che siamo fottuti. E poco dopo ci avrebbero preso per idioti perché solo gli idioti, in quelle condizioni, sarebbero entrati nei tunnel senza luce scavati sotto terra. E infatti.
Di quel cunicolo non si vede l’uscita però ci ripara dalla pioggia torrenziale. Non avessi avuto la fotocamera me ne sarei fregato. Restiamo lì sotto. E’ un film a tutti gli effetti. Mi aspetto che l’assassino o il mostro o tutte e due escano dal fondo del tunnel nero. Le ragnatele sono uguali a quelle finte che proprio nei film sembrano dei filati. Invece sono proprio ragnatele con i ragni dentro, pure grassottelli. Confidando di essere il protagonista vado avanti, facendo luce con il cellulare. Ecco, c’è una app, la torcia, che ho sempre ritenuto inutile e non ho mai installato. Vaffanculo, con la sola luce del display non vedo una mazza. Poi gli occhi si abituano un po’ e ormai sono sicuro di non essere il protagonista del film ma una di quelle comparse che muoiono subito tra atroci sofferenze. Il tunnel non finisce o meglio è interrotto da una grata di ferro che blocca il passaggio. Con il flash della fotocamera, riesco solo a vedere dei gradini che proseguono in basso, verso il nulla e quasi mi incazzo per non poter andare oltre.
Piove a dirotto. Dall’ingresso del tunnel vediamo solo la radura circolare per i sacrifici umani e altri tunnel. Come nei film, facciamo l’amore. Come nei film, tu sei bellissima e indossi la classica canottierina bianca bagnata che presumo a breve sarà macchiata del mio sangue mentre fuggi. I ragni guardano, l’assassino forse pure, il mostro sbava. Quando un raggio di sole ci avverte che l’acqua ha finito di cadere, usciamo. Possiamo tornare indietro e riprendere il programma originario con i gradini, il mare e la pizza e magari di nuovo l’amore oppure salire ancora. Saliamo ancora.
Stiamo scalando una collinetta e non abbiamo idea di quanto ci voglia per arrivare. La meta è un mausoleo che dovrebbe sorgere proprio in cima al monte. Mi faccio strada con il machete tra la sterpaglia fino a che capisco in quale film mi trovo. Deve essere un’opera di David Lynch, qualcosa tipo Twin Peaks, perché improvvisamente alzo gli occhi e mi appare davanti un enorme tendone rosso. Non mi sorprenderei a questo punto di veder spuntare i nani della foresta che corrono felici, la vecchia megera con il carretto che vende pozioni e the elephant man. Il tendone ci sbarra la strada. Sbirci dentro e un gatto nero che sbuca silenzioso ti fa balzare in aria. Non poteva mancare il gatto nero maledetto. Aggiriamo il tendone ed ecco il mausoleo. Gigantesco e imponente. Come il centurione romano che ci accoglie (centotrenta chili, ci dirà poi) e ci racconta finalmente dove siamo e cosa è tutta quella roba che abbiamo visto. La montagna parmigiano è più che altro una groviera e il film che ho vissuto, più che surrealista o horror, potrebbe essere storico. Il monte, data la sua posizione dominante sul mare, era una fortezza. Con tutto quel che ne consegue.
L’ora è tarda. Dobbiamo ancora fare i gradini dall’altro lato e scendere la scalinata di pietra, scattare qualche foto, risalirla e poi andare a riposarci in spiaggia. Torniamo indietro da dove siamo partiti. Il percorso sembra interminabile ma in discesa è più facile. Giunti alla montagna spaccata, il cancello è chiuso. Non aprirà probabilmente a causa della pioggia che ha reso scivolosi i gradini o, che so, del mare in fondo che sarà incazzato. Non ci resta che andare a fare il bagno. E dove se non ai trecento gradini? E’ un posto poco più a nord che permettere di accedere alla spiaggia dopo aver percorso una scalinata appunto di trecento gradini, dicono. Mi sembra l’alternativa migliore. Saranno le sette di sera eppure non ci arrendiamo e scendiamo. Due ore e mezza dopo arriviamo in spiaggia ma ci viene spiegato, fanculo a loro, che tra qualche minuto chiuderanno il passaggio e non potremo risalire da lì. L’alternativa sarebbe un percorso in salita di cespugli, alberi, boscaglia, giungla, giungla amazzonica, giungla post-apocalittica. Ne ho già sentito parlare. Meglio risalire le scale, tornare verso casa e definire quella pizza che dovrebbe chiudere il programma della giornata. In tutto ciò conto i gradini, non sono trecento ma trecentodiciotto. Chissà quanti erano quelli della montagna spaccata. E chissà quanti quelli che scendevano nel buio.

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26 pensieri riguardo “Gradini

  1. turista fai da te?
    ahiahiahiahiahaiahiahaiahi
    l’unico lato positivo, mi par di aver capito è che ci sia scappata una trombata
    che lì per lì finchè si è giovani può sembrar anche una cosuccia da niente, una banalità

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  2. La montagna spaccata… da piccola avevo paura di poggiare la mano nell’impronta del turco perché credevo che la roccia potesse inghiottirmi da un momento all’altro. Sì, quel posto stimola molta fantasia horror.

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    1. Io ho provato a svitare due bulloni ma più che un cancello era proprio una grata fissata al muro e ho dovuto arrendermi.
      In tutto ciò la torcia non l’ho ancora installata…

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    1. Se ho capito dove vivi, non dovrebbe essere molto lontana. Considera che la salita, dopo una giornata di mare, potrebbe essere letale. E poi non sono trecento ma trecentodiciotto, li ho contati.

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