Gordon Asher

Uno che si chiama Gordon Asher io me lo immagino come il protagonista di un film d’azione o di un romanzo d’avventura, un personaggio di fantasia creato da una mente brillante, un individuo con molte doti, magari di successo, che piaccia tanto agli uomini quanto alle donne e compia ogni giorno gesta eroiche. Gordon Asher deve avere per forza gli attributi, non si ferma davanti a nulla, sa come comportarsi in ogni situazione, ama vivere al limite. Probabilmente possiede dei superpoteri che però nasconde al mondo e senza dubbio ha una grandissima personalità. E’ uno sportivo e anche un bell’uomo, uno di quelli che non ha bisogno di sistemarsi i capelli la mattina perché lo rendono attraente qualsiasi forma assumano. Così pure la barba che lunga o corta mantiene comunque inalterato il suo fascino. Sa fare una marea di cose, dai lavoretti in casa al cubo di Rubik all’orologio con una patata, però non stira. Stirare non si addice a Gordon Asher. Viaggia molto, per lavoro, per piacere, per svolgere missioni sia di volontariato sia di spionaggio internazionale. E’ un’enciclopedia vivente, parla decine di lingue e le capisce anche. E non dorme mai.
Io, Gordon Asher, l’ho conosciuto. L’accoppiata perfetta tra nome e cognome (altro che Topper Harley…) mi ha colpito sin dal primo istante, non poteva non far nascere in me una serie di domande su chi fosse realmente il tizio che avevo davanti. Mi trovavo in una località sperduta delle Highlands scozzesi, uno spigolo di mondo da cui l’indomani sarebbe partito un traghetto che dovevo prendere per le Isole Orcadi e avevo bisogno di un posto per la notte. In zona c’erano un campeggio, un hotel e diversi B&B: per il campeggio non ero attrezzato, per l’hotel non lo era il mio portafoglio, il B&B invece è stata la soluzione per tutte le tappe del viaggio, per cui ne cercavo uno confortevole e a basso costo. Dopo aver scartato una topaia (il peggiore B&B della Scozia), mi imbatto casualmente in una casetta fuori mano con un’insegna quasi nascosta poggiata sul bordo della strada che riportava Hamnvoe (ne scoprirò poi il significato, qualcosa tipo “porto sicuro”) e un cartello sulla finestra, ricercatissimo da tutti i vacanzieri ad agosto, che indicava Vacancies. Il mio ospite sarebbe stato proprio lui, Gordon Asher.
Gordon Asher è un omone più che sessantenne, con i capelli bianchi, la barba e gli occhiali. E’ robusto, pesante, solitario e solo, se si esclude una sorella che lui dice abiti accanto e un bambino presente in qualche foto, di entrambi i quali però non vi è traccia in giro. Figlio di un noto pipe major, forse militare, suonava la cornamusa ma ha dovuto appenderla al chiodo per problemi di respirazione. Sembra un tipo stravagante ed è indubbiamente molto originale. Le domande su di lui, oltre che per il nome cazzuto, mi sovvengono guardandomi intorno dentro quella casa in cui l’atmosfera e gli oggetti denotano una personalità particolare. Come il binocolo poggiato alla finestra per guardare lo spazio deserto circostante o il computer sempre collegato a Flightradar24 e Marinetraffic, i siti che tracciano in tempo reale rispettivamente tutte le rotte degli aerei e delle navi del pianeta. Del resto un supereroe deve sapere dove intervenire se ci fosse bisogno di lui. E come arrivarci? Volando o utilizzando un mezzo speciale quale è la sua macchina. L’auto di Gordon Asher parcheggiata lì fuori è targata GA 51 HER e non c’è bisogno di specificare che il 1951 è l’anno di nascita del proprietario.
L’alba in cui, dopo avermi servito il primo pasto del giorno, è uscito per strada con la tazza di Superman in mano, ho capito che Gordon Asher sarebbe diventato il mio personaggio di fantasia preferito, alla pari di Keyser Söze de I soliti sospetti o di Woland de Il maestro e Margherita. Non saprò mai quali siano le sue doti, a parte l’estrema cortesia e gentilezza. Non saprò mai quante cose sappia fare, a parte preparare un’ottima colazione e suonare la cornamusa. Non saprò mai se Gordon Asher stira. Non importa se non viaggia e vive in un posto isolato della Scozia. Perché sono quelli come lui che ti permettono di fantasticare come se stessi guardando un film o leggendo un romanzo, di viaggiare come se fossi nel tuo letto a guardare il soffitto e di sorridere come se fossi stato parte delle loro avventure.

Inveraray Castle

Il castello di Inveraray è un posto da fiaba, ancora abitato e per questo ben tenuto. Le enormi sale all’interno trasudano storia e il giardino immenso, anche esso ottimamente curato, fa sudare per le lunghe passeggiate che si merita.

Kilchurn Castle

Altro splendido castello scozzese che merita sicuramente una visita. Per arrivarci si segue un sentiero immerso nel verde dopo aver lasciato l’auto in un parcheggio poco distante. Il Kilchurn Castle sorge su una collinetta sulle rive del Loch Awe, è in gran parte distrutto ma l’ingresso è gratuito e la vista sul lago da una delle torri induce a non andare più via. Sul piccolo pontile del molo antistante abbiamo capito, ancora una volta qui in Scozia, cosa è la pace.

Mull

Costa occidentale della Scozia, ci avviciniamo tristemente a Glasgow, ultima tappa del nostro giro. Siamo sull’isola di Mull e stiamo costeggiando il mare quando ci accorgiamo dei resti di due imbarcazioni in legno, forse da pesca, accostate l’una all’altra, che sembrano uscite da un film. Glasgow è ancora lontana.

Eilean Donan Castle

Il castello di Eilean Donan è uno dei monumenti più noti e fotografati di tutta la Scozia e io infatti di foto gliene avrò scattate un centinaio. Ci hanno girato anche parecchi film e, insomma, è una tappa obbligata, un luogo che non basta visitare… bisogna respirarlo.

Skye

L’isola di Skye ci offre paesaggi incantevoli e le foto si sprecano. Qui però riesco finalmente a fotografare da vicino una vacca delle Highlander, con la macchina attraversiamo una stradina di paese in cui ce ne sono tante in libertà. OK, è una mucca. Ma è simpatica.

Ullapool

Toccato il punto più a nord della Scozia con la tappa alle Isole Orcadi, riscendiamo dal lato ovest e ci fermiamo a Ullapool, unica cittadina nell’arco di svariati chilometri. Posto molto carino con una baia che impone di restare qualche minuto a contemplarla, cosa che faccio con una birra al seguito anche quando la pioggia mi raggiunge.

Orkney

Il settimo giorno del viaggio in Scozia lo abbiamo trascorso alle Isole Orcadi, un arcipelago di circa 70 isole delle quali abbiamo visitato la più grande, Mainland, che comprende le attrazioni principali: il Cerchio di Brodgar, il sito di Skara Brae, St. Magnus Cathedral a Kirkwall, le Pietre Erette di Stenness e il lago di Stenness. Luoghi affascinanti che ho fotografato da qualsiasi angolazione. E poi ricordo di aver visitato una specie di casa museo, con una stupenda libreria. Come tanti dei libri che ho letto, ne ho dimenticato il nome.

Foyers Falls

Le cascate di Foyers non sono eccezionali in sé ma stupendo è il sentiero tramite cui ci si arriva. Si trovano ad est del lago di Loch Ness, sulla strada verso nord che abbiamo percorso per raggiungere Inverness.

Gradini

Il programma, se così si può definire, era semplice: io e te, visita alla montagna spaccata in due come un pezzo di parmigiano, mare prima del tramonto, pizza da definire.
Il tempo, in senso meteo, è buono. In senso orologio un po’ meno, visto che non riesco ad alzarmi quando avrei voluto ed esco non esattamente di buon’ora. Scendo le scale interne di casa, i miei primi gradini della giornata, chiudo la porta, ti prendo e ti porto via.
La montagna parmigiano si dimostra incantevole ancor prima di entrarci dentro. Mi insospettisce la mancanza di confusione e capisco subito perché: siamo arrivati troppo tardi per l’orario di apertura del mattino e troppo presto per quello del pomeriggio. Possiamo però visitare il santuario incastonato lì dentro. Ci sono dei gradini che si fanno spazio nella roccia e conducono fino alla piccola cappella in pietra affacciata sul canyon interno al promontorio, ci sono dei simboli scolpiti nella pietra che potrei anche farmi tatuare, c’è l’impronta di una mano nella pietra, si dice di un turco, c’è un letto di pietra dove ha dormito un santo. Insomma, è tutto di pietra. Cerchiamo di ingannare il tempo, l’orologio, pur sapendo che il tempo non si è mai fatto ingannare da nessuno, semmai è il contrario. C’è quella scalinata con tantissimi gradini che da lassù dove siamo scende fino al mare ma il cancello è ancora chiuso e non sappiamo chi lo aprirà. Decidiamo quindi di seguire un sentiero che ci porta ancora più in alto, passando nell’ordine tra cespugli, alberi, boscaglia, giungla, giungla amazzonica, giungla post-apocalittica. Man mano che saliamo le condizioni peggiorano. Tutte le condizioni: fisiche, ambientali, meteorologiche. Il tempo meteo infatti, geloso del tempo orologio, decide anch’esso di non farsi ingannare. E piove. Facciamo in tempo a vedere e fotografare dirupi, strapiombi, postazioni belliche, polveriere, polveriere adibite a museo, batterie, cadaveri. I sentieri si moltiplicano, si biforcano, si intrecciano e con tutta quell’acqua non ci lasciano passare. Su una collinetta, dopo aver perso da ore il contatto con la civiltà e con gli ultimi esseri umani, ci imbattiamo in una piccola radura dove una specie di terrazza, una costruzione tonda in pietra incassata nel terreno, mi fa pensare a qualcosa di esoterico, mistico, uno di quei luoghi dove avrebbero anche potuto compiere sacrifici umani. La mia sensazione viene rafforzata dalla presenza di decine di cunicoli bui che non si capisce dove cazzo vadano a finire. Fossimo stati in un film, gli spettatori avrebbero detto che siamo fottuti. E poco dopo ci avrebbero preso per idioti perché solo gli idioti, in quelle condizioni, sarebbero entrati nei tunnel senza luce scavati sotto terra. E infatti.
Di quel cunicolo non si vede l’uscita però ci ripara dalla pioggia torrenziale. Non avessi avuto la fotocamera me ne sarei fregato. Restiamo lì sotto. E’ un film a tutti gli effetti. Mi aspetto che l’assassino o il mostro o tutte e due escano dal fondo del tunnel nero. Le ragnatele sono uguali a quelle finte che proprio nei film sembrano dei filati. Invece sono proprio ragnatele con i ragni dentro, pure grassottelli. Confidando di essere il protagonista vado avanti, facendo luce con il cellulare. Ecco, c’è una app, la torcia, che ho sempre ritenuto inutile e non ho mai installato. Vaffanculo, con la sola luce del display non vedo una mazza. Poi gli occhi si abituano un po’ e ormai sono sicuro di non essere il protagonista del film ma una di quelle comparse che muoiono subito tra atroci sofferenze. Il tunnel non finisce o meglio è interrotto da una grata di ferro che blocca il passaggio. Con il flash della fotocamera, riesco solo a vedere dei gradini che proseguono in basso, verso il nulla e quasi mi incazzo per non poter andare oltre.
Piove a dirotto. Dall’ingresso del tunnel vediamo solo la radura circolare per i sacrifici umani e altri tunnel. Come nei film, facciamo l’amore. Come nei film, tu sei bellissima e indossi la classica canottierina bianca bagnata che presumo a breve sarà macchiata del mio sangue mentre fuggi. I ragni guardano, l’assassino forse pure, il mostro sbava. Quando un raggio di sole ci avverte che l’acqua ha finito di cadere, usciamo. Possiamo tornare indietro e riprendere il programma originario con i gradini, il mare e la pizza e magari di nuovo l’amore oppure salire ancora. Saliamo ancora.
Stiamo scalando una collinetta e non abbiamo idea di quanto ci voglia per arrivare. La meta è un mausoleo che dovrebbe sorgere proprio in cima al monte. Mi faccio strada con il machete tra la sterpaglia fino a che capisco in quale film mi trovo. Deve essere un’opera di David Lynch, qualcosa tipo Twin Peaks, perché improvvisamente alzo gli occhi e mi appare davanti un enorme tendone rosso. Non mi sorprenderei a questo punto di veder spuntare i nani della foresta che corrono felici, la vecchia megera con il carretto che vende pozioni e the elephant man. Il tendone ci sbarra la strada. Sbirci dentro e un gatto nero che sbuca silenzioso ti fa balzare in aria. Non poteva mancare il gatto nero maledetto. Aggiriamo il tendone ed ecco il mausoleo. Gigantesco e imponente. Come il centurione romano che ci accoglie (centotrenta chili, ci dirà poi) e ci racconta finalmente dove siamo e cosa è tutta quella roba che abbiamo visto. La montagna parmigiano è più che altro una groviera e il film che ho vissuto, più che surrealista o horror, potrebbe essere storico. Il monte, data la sua posizione dominante sul mare, era una fortezza. Con tutto quel che ne consegue.
L’ora è tarda. Dobbiamo ancora fare i gradini dall’altro lato e scendere la scalinata di pietra, scattare qualche foto, risalirla e poi andare a riposarci in spiaggia. Torniamo indietro da dove siamo partiti. Il percorso sembra interminabile ma in discesa è più facile. Giunti alla montagna spaccata, il cancello è chiuso. Non aprirà probabilmente a causa della pioggia che ha reso scivolosi i gradini o, che so, del mare in fondo che sarà incazzato. Non ci resta che andare a fare il bagno. E dove se non ai trecento gradini? E’ un posto poco più a nord che permettere di accedere alla spiaggia dopo aver percorso una scalinata appunto di trecento gradini, dicono. Mi sembra l’alternativa migliore. Saranno le sette di sera eppure non ci arrendiamo e scendiamo. Due ore e mezza dopo arriviamo in spiaggia ma ci viene spiegato, fanculo a loro, che tra qualche minuto chiuderanno il passaggio e non potremo risalire da lì. L’alternativa sarebbe un percorso in salita di cespugli, alberi, boscaglia, giungla, giungla amazzonica, giungla post-apocalittica. Ne ho già sentito parlare. Meglio risalire le scale, tornare verso casa e definire quella pizza che dovrebbe chiudere il programma della giornata. In tutto ciò conto i gradini, non sono trecento ma trecentodiciotto. Chissà quanti erano quelli della montagna spaccata. E chissà quanti quelli che scendevano nel buio.