Another brick in the past

Ieri sera i Blur hanno messo il punto alla mia stagione concertistica. Almeno per il momento non ho altri biglietti in cassaforte né soldi da spendere per qualche nuovo evento. Tipo Bob Dylan. A novembre in Italia alla modica cifra di ottanta euro a cranio.
Musicalmente parlando, sono stati due mesi intensissimi. Beh, non solo musicalmente parlando. E’ capitato che non avessi nemmeno il tempo di scaricare le foto o, per fortuna di chi mi circonda, di canticchiare l’indomani una strofa rimastami impressa che subito un’altra serata in programma richiamasse in causa me, le gambe e la schiena per una nuova avventura. I lividi, il sudore, la sete, la mancanza di aria non hanno mai scalfito le emozioni che quei concerti mi hanno trasmesso. Perché i concerti, quelli di cui parlo, vanno vissuti, in piedi, sul prato sotto o intorno al palco, a contatto con gli altri. E io li ho visti quasi tutti in mezzo alla folla, in balia della massa e della musica. Difficile stabilire quale sia stato il più bello. Non il migliore, il più bello. E’ “bello” l’aggettivo da usare. D’altra parte mi chiedo perché dovrei individuare il mio concerto più bello. E’ indubbio che la domanda sorga spontanea ed è altrettanto indubbio non sapere rispondere. Ricorderò tuttavia a lungo, spero fino alla vecchiaia, i momenti che mi hanno letteralmente fatto venire i brividi nonché il sottofondo di almeno una canzone che da sola valeva il prezzo del biglietto.

Green Day – Minority
OK, è uno dei pezzi più commerciali dei Green Day e non propriamente punk ma quella “schitarrata” e quella batteria, cazzo, parlano.

Stereophonics – Catacomb
Quando sul palco hanno attaccato così aggressivi, mi sono chiesto se fossero davvero gli Stereophonics mielosi e sentimentali che conoscevo. Sì, erano gli Stereophonics. No, erano più cazzuti e questa canzone, pur non essendo un capolavoro, mi ha colpito per l’atmosfera che mi ha creato intorno.

The Killers – Somebody told me
L’avrò cantata centinaia di volte. Dopo tanti anni trova ancora spazio nelle compilation che ascolto in macchina. Ascoltarla dal vivo è il massimo.

The National – Pink rabbits
Un gruppo che conoscevo solo di nome. Un genere che non mi entusiasma. Un concerto a cui non sarei andato di mia iniziativa. Eppure. Mi sveglio la mattina dopo e nella testa, tra gli altri, risuona in continuazione questo motivetto che mi fa rivalutare ogni cosa di una serata già di per sé splendida.

Muse – The 2nd Law: Unsustainable
Durante la parentesi nera della mia vita ho scoperto i Muse che ai tempi erano semi-sconosciuti ai primi album. C’erano delle canzoni che credevo di non essere più in grado di ascoltare perché mi collegavano a quel periodo. Mi sbagliavo. Sono andato al concerto pur non essendo un loro grande fan ma mi sono reso conto ben presto di conoscere tutti i loro successi. E non solo. Unsustainable l’ho sentita al concerto per la prima volta e sarà stato forse per il robot gigante che si muoveva sul palco che l’ho apprezzata da subito. E continuerò a farlo.

Mark Lanegan Band – Sleep with me
Lui è un mito. Dal vivo non lo avevo mai visto. Sul palco ha fatto tutto ciò che doveva fare per conquistare il pubblico: cantare e basta. Cantare e restare quasi immobile. Cantare e muovere al massimo un braccio e abbozzare un sorriso che in realtà era una smorfia. Con quella fottuta voce.

The Smashing Pumpkins – Tonight, tonight
I brividi sulla pelle e gli occhi lucidi. La versione live che hanno proposto quella sera penso rappresenti il momento migliore in assoluto di tutti i concerti dell’anno. La rivedo su Youtube e quasi piango. Non so perché. O forse sì.

Atoms For Peace – Before your very eyes
Una mezza scoperta. Mezza, perché Thom Yorke e Flea non potevano non creare qualcosa di eccezionale. Questo è stato il primo pezzo della serata e da lì alla fine è stata emozione pura con un folletto e un folle e altri tre geni a suonare come venissero da un altro mondo.

Depeche Mode – I feel you
Concerto meraviglioso. Gahan invecchiato ma sempre in formissima e questa canzone a fine concerto, una delle mie preferite, mi ha fatto capire che quello invecchiato sono io. Il resto non conta.

Roger Waters (The Wall) – Another brick in the wall
Il concerto più bello? Questo. Prima ho scritto una cazzata. Potrà forse venirmi qualche piccolo dubbio in futuro ma The Wall non sarà mai secondo a nessuno. Another brick in the wall è storia, roba non a caso da studiare a scuola. Come Roger Waters e tutti i Pink Floyd.

Blur – Song 2
Visto Roger Waters, già che c’ero, il giorno dopo sono andato a vedere i Blur. Location e paragoni improponibili ma questi qua, per quanto cazzoni possano essere, mi sono sempre piaciuti e conoscere quasi tutti i pezzi che hanno cantato me lo ha dimostrato. Song 2 chiude il concerto, la mia estate musicale, questo post e la compilation di MP3 che mi porterò in Scozia.

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Mind your manners

Ricevo questa mail:

18.19 ottobre
Ciao,
Vuoi accompagnarmi a vedere un concerto dei Pearl Jam a Brooklyn questo autunno?
L’invito non comporterebbe per te una contribuzione monetaria e non sarai molestato sessualmente. Se poi invece vuoi molestarmi tu, ne possiamo parlare, ma devo valutare la situazione sul posto. Ora non sono in grado.

Ora io so che questo invito è reale. E serio. Non ho mai conosciuto il mittente ma so chi è, cosa fa, dove e da dove scrive. L’ho visto in foto. E’ una donna. Una bella donna, poco più grande di me, affermata, benestante, single. Niente ex mariti, niente figli, nessuna relazione complicata. E’ libera di fare ciò che vuole e ne ha i mezzi. Certo, fino ad un certo punto.
Mesi fa, almeno quattro, avevamo iniziato a scriverci. Non ci vedevo niente di male, lo faccio con decine di persone mai incontrate, alcune delle quali reputo amiche a tutti gli effetti. Pensavo potesse diventarlo anche lei, senza alcuna necessità di andare oltre una semplice corrispondenza. Poteva essere divertente. Avremmo anche potuto arrivare a confidarci o a sfogarci o a raccontarci ognuno le proprie vicende sentimentali, chissà. Poteva essere tanto, poteva essere niente. Ma non poteva essere tutto. Questo l’ho capito presto. C’era qualcosa nelle sue mail che ogni volta aggiungeva un tassello ad un puzzle nemmeno troppo difficile da completare, il suo profilo.
Anni fa, almeno quattro, mi sarei buttato a capofitto in un’avventura del genere. Era il periodo del chi se ne frega, sono in debito col mondo, tutto mi è concesso. Avrei provato qualsiasi esperienza. Anzi, l’ho fatto. E sono state proprio quelle esperienze che piano piano mi hanno fatto arrivare dove sono. Ne ho combinati di guai. Ho distrutto matrimoni, ne ho costruito altri, ho amato, ho sofferto, ho vomitato. Ho scritto una marea di cazzate proprio su questo blog per lasciare traccia di quello che ero. Coltivavo un ego spropositato e una buona dose di presunzione ma alle spalle – o meglio, dentro – avevo i miei problemini. Sono cambiato, certo non da un giorno all’altro, raggiungendo un equilibrio stabile. Ecco perché non ho più avuto intenzione di trasformare quelle amicizie, che chiunque – sbagliando – definirebbe virtuali, in relazioni fisiche. Non mi precludevo niente ma non era necessario e sicuramente non era un’urgenza.
La persona che mi ha mandato quella mail non sarebbe stata diversa dalle altre. Eppure sembra che abbia fatto di tutto per esserlo. Credo di essere stato chiaro nel dirle che non l’avrei incontrata e che non volevo niente. Non è bastato. Poi è cambiato qualcosa nella mia vita e nemmeno quello è bastato a farla desistere non so nemmeno da cosa, se non da una certa fissazione nei miei confronti, uno sconosciuto tutto sommato. Sono arrivato a dirle che non le avrei più risposto quando ho letto parole intollerabili persino per uno come me, aperto, pacifico e disponibile. Dopo un periodo di calma piatta, ecco tornare le onde. Qualche altra sua mail, nessuna mia risposta. Fino a quest’ultima.
Io amo i Pearl Jam e non conosco Brooklyn, la città delle gomme da masticare. Ma una cosa del genere offende non solo chi mi sta accanto, offende prima di tutto me stesso. Le persone non si possono comprare. I consensi, perlomeno quelli non politici, non si possono comprare. Un rapporto umano, per quanto basato sulle migliori intenzioni, non si può comprare. Forse, se non fosse basato sulle migliori intenzioni, si potrebbe anche comprare ma sarebbe prostituzione. E’ certo che io, con il mio essere e le mie idee, non mi farò mai comprare da nessuno. Mind your manners, sarà un caso, è il nuovo singolo dei Pearl Jam, mi sembra un’ottima risposta a quella proposta. Alla fine, se qualcosa in questa storia deve essere comprato, senza bisogno di andare a Brooklyn ma dal tabaccaio sotto casa, sono proprio le gomme da masticare.

The Old Forge

C’era una bella atmosfera quella sera. OK, eravamo in auto e faceva freddo ma ci attendeva un weekend da trascorrere in eremitaggio tra le colline sperdute della Toscana. C’era la pioggia. E c’era la voglia di una nuova avventura per l’estate, di un’esperienza significativa che potesse soddisfare il bisogno di esplorare e di arricchirsi dentro. Anche di arricchirsi fuori in realtà, ma sarebbe stato alquanto improbabile. E’ stato facile quindi, parlando di ricordi, di donne e di cosa preparare per cena, arrivare ad una meta: la Scozia.
Il giorno dopo a Firenze, girovagando in cerca di un posto in cui cenare, sfogliavamo già una Lonely Planet acquistata dopo aver consultato decine di altre guide, per un’ora, in libreria. Non avevamo fretta, davamo sfogo però a quella sensazione che trasuda entusiasmo da tutti i pori quando un’idea comincia a prendere forma. Ci siamo goduti quel fine settimana e per un po’ non ne abbiamo più parlato, ben sapendo che lo avremmo fatto presto.
Trascorsi due mesi ci ritroviamo in un pub irlandese. Tra una pinta di Guinness e l’altra, giochiamo con i cellulari per scegliere il volo più conveniente. Nel frattempo giochiamo pure con il menù per capire cosa ordinare, abbiamo fame. Usciamo da lì con date, orari e prezzi. E lo stomaco pieno. Realizziamo che i migliori propositi vengono fuori a tavola.
Facciamo i biglietti, ormai è certo, ad agosto si parte. Piano piano, senza impegno, esclusivamente per il piacere di pensarci, iniziamo ad organizzare. Io sono già pronto da tempo: tutto ciò che devo fare è mettere qualche indumento, l’agendina e la fotocamera nello zainetto. Partiremo infatti con il solo bagaglio a mano. Poche settimane più tardi, davanti ad una pizza, pensiamo al B&B della prima notte: è opportuno prenotarlo in anticipo visto che arriveremo a Glasgow molto tardi e non riusciremo nemmeno a ritirare l’auto a noleggio. Meno di ventiquattro ore dopo abbiamo il nostro primo B&B.
Fino a domenica scorsa, gustando l’ennesima pizza, è stato un susseguirsi di ricerche, appunti e mete da raggiungere. Dobbiamo andare lì, voglio fare questo, guarda che meraviglia. Abbiamo tanti piccoli progetti e nessun itinerario. Pochi soldi e quella voglia di fare che ci accompagna crescendo sin dal momento in cui abbiamo detto “Scozia” e messo a fuoco la cartina. Ci sono strade da percorrere, castelli da visitare, paesaggi da fotografare. Difficile stilare un elenco. Ma adesso che si avvicina l’ora di cena e devo decidere cosa cucinare, in testa ho solo The Old Forge, il pub più remoto della Gran Bretagna e forse del mondo. Sarà da lì che la sera a tavola, mangiando e bevendo, potremo iniziare a pensare a come tornare.

Zero

ZeroTi bacerò ancora, io. Non importa se nei prossimi giorni, in questa vita o in un’altra, in sogno o nella realtà. Conta solo che succederà, che ci sarà una musica a darmi il segnale e la gente a battere le mani. Ho già il biglietto per entrare e, pensa, non è costato praticamente nulla in confronto a quanto ho pagato per uscire, a suo tempo. Ma non è lo stesso concerto, non ci sono gli stessi artisti, il posto è diverso e anche noi non siamo quelli di prima. Sei cambiata tu prima di tutto. Ricordo quello che ho creato e portato avanti, distruggendolo e ricostruendolo ogni volta sulla stessa base ma con forme differenti. Ricordo come ci siamo conosciuti, incontrati e scambiati, mollati e ritrovati, corsi e rincorsi, allontanati ma mai perduti. Perché io ti aspettavo. Ricordo come da Lei sei diventata lEi e poi… boh? Non ha più importanza. Sono cambiato io e non so nemmeno spiegare come. Esperienze, dico sempre. Ti fanno crescere e guardare il mondo con altri occhi e, nel frattempo, il mondo guarda te mentre ti sposti. E’ cambiato lo scenario: prima c’era la tua musica che sostituivo quando mi stufava, poi la mia che spegnevi quando arrivavi in una veste nuova, ora ci sono gli Smashing Pumpkins a metterci d’accordo. E non solo loro che sì, mi piacciono ma non come i Pearl Jam. O tu. Ci sono nuove circostanze, orizzonti più ampi, acque meno profonde e bicchieri meno colmi. Soprattutto ci sono una serenità enorme ed una sicurezza che nemmeno il test dell’alce potrebbe scalfire.
Ti bacerò ancora e sarà come ritornare da adulto nei luoghi in cui sei cresciuto. Come quando, ora che guidi la macchina, ripassi in quella strada in cui hai lasciato i ricordi di bambino. Quello stesso bambino che sognava un’auto vera giocando con i modellini. O come quando, ora che possiedi miliardi di audiovisivi per osservare il mondo, guardi i cartoni animati che tanto ti piacevano da piccolo. Loro sono rimasti uguali, tu sei cambiato e l’effetto è sempre positivo. Ma diverso.
Ti bacerò ancora per capire se quell’effetto, molto positivo, è davvero diverso. E lo sarà, basta che ci sia la musica. Zero è un pilastro degli Smashing Pumpkins. Da zero di solito si riparte e io con te sto ricominciando.