Il golfetto

GolfettoC’è un posto poco distante da dove sono nato, a ovest di Katmandu, che ho sempre conosciuto come “il golfetto” e che fin da piccolo in un modo o nell’altro ha segnato tappe importanti della mia vita. E’ una piccola insenatura della costa marina, una rientranza della quale potrei disegnare, se ne fossi capace, ogni minimo dettaglio da qualsiasi angolazione: dagli scogli sopra e sotto l’acqua al fondale e i suoi colori misti di alghe e sabbia. E’ qui che, alla veneranda età di nove anni, ho imparato a nuotare. E’ qui che le sere d’estate ho bevuto le prime birre con gli amici e fumato le prime canne. E’ qui che ho dato il primo bacio a Lei ed è qui che, anni dopo, sempre a Lei, ho strappato di bocca quella terribile verità.
Il lato in cui andavo a fare il bagno era sempre pieno di gente che prendeva il sole e si faceva prendere dal mare. C’erano quattro scivoli artificiali di roccia e cemento costruiti molto prima che nascessi per permettere alle barche di entrare in acqua. Con il passare del tempo e la nascita delle rimesse nei dintorni, gli scivoli sono diventati perfetti per stendere i teli. Il mio preferito era il primo, quello più interno. Nel tratto di costa opposto sorgeva un albergo piuttosto noto, frequentato soprattutto per il ristorante e la relativa vicinanza con l’aeroporto. Aveva una spiaggetta molto carina, artificiale pure questa, con sabbia proveniente da chissà dove che spiccava in mezzo agli scogli, con le canoe, le tavole da surf, le palme. E poi la piscina e il campo da tennis. Da dove lo vedevo io, per una sorta di illusione ottica, sembrava che lì in mezzo ci fosse anche una di quelle antiche torri di osservazione e di difesa sorta in tempi lontani. La torre c’era davvero ma era un po’ più in là. Le due coste distano poco più di duecento metri e sono legate da un tratto di terra che è sempre rimasto un tratto di terra, mai spiaggia, mai altro. Nel mezzo e al largo c’era e c’è ancora il mare.
Quando ero bambino ho desiderato tante volte attraversare a nuoto il golfetto, da una costa all’altra, tuffandomi da uno scivolo per arrivare alla spiaggetta dell’albergo. Quei duecento metri però erano troppi, soprattutto quando non sapevo nuotare. Quando ho imparato restava comunque una traversata impossibile per me.
Potrei raccontare tantissime storie sul golfetto. Ne ho fatte di cazzate. Ne ho vissute di esperienze. Persino il mio primo bacio assoluto è legato a quel luogo e, come dicevo, anche il primo bacio a Lei. Manco a dirlo, era un sera d’estate. A quel tempo, ero decisamente più grande, la traversata mi appariva ormai come una nuotatina e il golfetto era sempre il golfetto. Quel bacio non potrò mai dimenticarlo. Tremavo. Insieme guardavamo le stelle e le stelle stavano a guardare. Guardavamo l’hotel pieno di luci sapendo che i suoi ospiti non potevano vederci. Eravamo distesi nel primo scivolo, Lei ha anche fatto il bagno. Io no perché ero stupido.
Oggi non credo di esserlo ancora. E‘ cambiato tutto. Il golfetto esiste ancora ma, trattandosi di un’opera della natura e non dell’uomo, non è che avesse molte alternative. L’hotel c’è ancora anche se un incendio, probabilmente doloso, ne ha distrutto un’ala un paio di anni fa, ferendolo. Nessuno lo frequentava più, era in fallimento e forse il proprietario ha pensato bene di bruciarlo. Boh, cose che si dicono in giro. La spiaggetta è rimasta integra e la gente ogni tanto dalla strada riesce ad arrivarci camminando lungo la costa. Recinzioni non ce ne sono più e nemmeno luci. Credo che persino le stelle si siano stufate di osservare le neonate coppiette. Non ci sono più gli scivoli. Ne è rimasto solo uno, il primo, quello del bacio, il mio preferito. Lo stesso della terribile verità di cinque anni dopo. E’ incredibile che nel punto esatto in cui io e Lei eravamo stesi la prima e l’ultima volta, si sia aperta una piccola voragine come a voler significare che nessun altro amore doveva nascere o finire lì. Saranno state le stelle.
Ieri sono tornato al golfetto. Mi piace ancora fare la traversata. Ormai la completo nuotando a farfalla e quasi non mi dà soddisfazione. Il fondale è scuro e l’acqua non così limpida. E’ impossibile star lì e non farsi sommergere dai ricordi che tra l’altro continuano ad aumentare. E’ impossibile star lì e non pensare a cosa potrebbe essere. Un giorno magari qualcuno potrebbe rimettere in funzione l’hotel, accendere le stelle, srotolare gli scivoli e aggiungere altra sabbia al fondale. Quel qualcuno potrei essere io e allora, se di sognare si tratta, la traversata voglio farla camminando.

A 33 giri

I Motel Connection – mai sentiti nominare prima del primo maggio – e una discreta cover band dei Pearl Jam hanno inaugurato la mia stagione concertistica. Tra poco arrivano i Green Day e poi The Killers. A quel punto dovrei già essere abbronzato, se questo cazzo di clima capisse che ormai siamo in estate. I giapponesi lo avevano capito tre mesi fa, quando i ciliegi hanno sputato i fiori in anticipo rispetto agli altri anni. Infatti ho dovuto raggiungere Kyoto per vederli ma non mi è dispiaciuto, anzi. Kyoto è un gioiello di città, a parere di molti la più bella del paese. In effetti il Giappone ha molto da offrire. Credo che non paghi le bollette della luce e dell’acqua, visto il consumo esagerato che ne viene fatto. Senza parlare del cibo, del pesce soprattutto, gustato dal mio palato in tutte le forme possibili. Come quella volta in cui, alle dieci del mattino, passeggiavo per Den Den Town e ho ceduto alla tentazione dei takoyaki, le polpette di polpo fritte in pastella. Buonissime. Den Den Town è il quartiere dell’elettronica di Osaka ma anche dei manga e dei suoi derivati, umani e non. E’ il luogo dove la tecnologia dovrebbe costare meno, dove centinaia di negozietti, uno accanto all’altro, si fanno concorrenza a colpi di insegne luminose e prezzi bassi. Bassi però non come una volta: la globalizzazione ormai rende tutto più vicino. A Den Den Town, quella mattina in cui ingurgitavo takoyaki passeggiando per le strade ancora deserte, un oggetto mi ha colpito. Io sono fatto così: quando voglio una cosa devo averla. Se non la ottengo nell’immediato le possibilità sono due: o mi passa di mente o mi passa di mente e poi ritorna. Quasi sempre, dopo un paio di giorni, non riesco nemmeno a ricordare perché la volessi. Quando ritorna però vuol dire che non si trattava di un capriccio ma di qualcosa a cui probabilmente tenessi. Parlo di oggetti materiali, cose appunto. Le emozioni, i sentimenti, le persone, i viaggi fanno parte di un’altra categoria di desideri.
Un giradischi. Io volevo un giradischi. Uno di quelli vecchiotti, magari usati, a metà tra il vintage e il moderno, affidabile e con un tocco di personalità. Un anno prima lEi, venuta a sapere di questa passione che stava prendendo forma, mi aveva persino regalato un 33 giri. Manco a dirlo, era la riedizione di Ten dei Pearl Jam, un doppio album, uno dei più bei regali che abbia mai ricevuto. Non l’ho ancora ascoltato. Perché quel giradischi, in quel negozietto di Den Den Town, l’ho comprato con il cuore, non con i soldi, l’ho pagato l’equivalente di trenta euro, l’ho portato con me per tutto il giorno e per tutto il viaggio di ritorno dal Giappone, dentro la valigia, ma non ho ancora potuto accenderlo per una serie di motivi che alimentano sempre più la voglia di vinile. Prima la presa di corrente: quella dei nippocosi è diversa. Va be’, trovo un adattatore e risolvo. Poi la cinghia: si era sfilata e, da profano, per giorni ho cercato di capire come sistemarla. Quando ho visto che era una cazzata, mi sono sentito ridicolo. Poi l’amplificatore: serve, non serve? Non lo so ancora. E le casse. Saranno l’ultimo atto del processo di produzione. Adesso il problema è il voltaggio. Per me Volta era quello della pila e lui stesso non poteva immaginare che da lì sarebbe nato tutto ‘sto casino. Perché il Giappone è differente anche per il voltaggio nelle abitazioni. Nella mia tenda il giradischi non funziona. Serve un trasformatore. OK, lo troverò senza spendere tanto, è solo questione di tempo. E il tempo io non l’ho avuto. Tra allenamenti e gare di nuoto, partite di pallavolo da arbitrare, riunioni ed eventi per Kitchen Party, lavoro mio e per Mamma Africa, amore, libri, cibo, sesso e cazzeggio, ho trascurato due aspetti fondamentali delle mie giornate: il blog e la musica. Il blog ha sempre vissuto di alti e bassi, dopo nove anni mi sembra anche normale. E’ ancora qui e oggi l’ho ripreso in mano dopo un mese di astinenza. La musica non è solo il giradischi, è tutto il resto, oggi. Sì, i Motel Connection non sono malaccio e i Pearl Jam, anche riprodotti da una pseudo cover band, sono i sempre i Pearl Jam. Oggi però si ricomincia. Ho scritto questo post che farà pure schifo ma riempie un vuoto e tra qualche ora sarò sotto il palco al concerto dei Green Day. Arriveranno poi The Killers, The National, i Muse, The Smashing Pumpkins, gli Atoms For Peace, i Depeche Mode, Roger Waters e il suo The Wall, i Blur e io sarò lì e chissà che in mezzo non possa metterci altro, come un vinile su un piatto a 33 giri.