Libro chiave

Nel 2005, gironzolando per Londra, sulla panchina di una piccola stazione noto una borsa da donna, sola soletta, nessuno intorno. Mi avvicino, la prendo, la apro e mi rendo conto di quante cose inutili vi siano dentro, niente che possa farmi ricredere sull’esistenza della fortuna. A parte dieci sterline. Le metto in tasca e consegno la borsa ad un vigilante alto, grosso e nerissimo del quale tra l’altro non dimenticherò mai lo sguardo. E’ stata l’unica occasione che ricordi in cui possa dire di aver trovato qualcosa per strada.
Osaka, stazione di Umeda. Non mi trovo in una semplice stazione ferroviaria ma in un complesso di edifici, 
stazioni piccole e grandi, centri commerciali, gallerie, treni e binari che si sviluppano in altezza e nel sottosuolo, in cui ogni elemento è incastrato alla perfezione in modo da formare praticamente una città. Senza strade. La gente che transita da queste parti in un giorno corrisponde all’intera popolazione di Osaka, per rendere l’idea. Insomma è un casino. Cerco una cartina in inglese per capire come muovermi. Al centro di una grande sala – un campo di calcio, sempre per rendere l’idea – ci sono alcuni espositori da cui traboccano brochure, dépliant, pubblicità. Mi avvicino e gli occhi cadono su una specie di quaderno che, si capisce subito, non è dove dovrebbe essere: quella bacheca di plastica con la cartaccia dentro non è il suo posto naturale. Lo prendo in mano. E’ un libro, vecchio, giapponese, rilegato con lo spago, conservato ottimamente. L’espositore non è sicuramente il suo habitat naturale, dovrebbe sguazzare in una sontuosa libreria vivente. Mi chiedo cosa ci faccia lì. Lo sfoglio, senza dubbio nel verso sbagliato e capisco che non è vecchio, è antico e immagino abbia anche un certo valore. Mi guardo intorno, a parte migliaia di persone, non c’è nessuno. Lo metto nello zaino e mi perdo per la città.
Osaka, Kaiyukan. Mi trovo all’acquario, uno dei simboli della città, conosciuto per avere la vasca più grande del mondo. Osservo e fotografo pesci, mante, granchi, squali, pinguini, molluschi, foche, delfini, meduse, lontre, il famigerato squalo balena e quello che presumevo fosse una castoro gigante geneticamente modificato mentre invece, ho appreso poco fa da Wikipedia, è un capibara. Non avevo mai visto un capibara e nemmeno ne avevo mai sentito parlare. Mi fermo in un angolo per mettere un timbro ricordo sul diario di viaggio e gli occhi cadono su una grata fissata per terra. Ma non guardano la grata, guardano un ciondolino che per miracolo (si fa per dire) o forse perché lo trovassi, è rimasto appeso senza cadere di sotto. Lo prendo. C’è una chiave legata al ciondolo. E’ anonima. Sembra la chiave di un armadietto o di un cassetto da ufficio. Non saprò mai cosa potrebbe aprire. O chiudere. Chissà perché si pensa che le chiavi debbano sempre per forza aprire. Il ciondolo è un tassello di legno rettangolare, intagliato da un lato e con un scritta dall’altro, chiaramente in giapponese. Mi guardo intorno, a parte decine di persone, non c’è nessuno. Lo metto nello zaino e mi perdo tra gli oceani.
Da bravo ateo non credo in niente ma mi piace giocare con i segni, interpretarli, pensare che mi stiano portando da qualche parte, verso una meta, un obiettivo, una persona o una birreria. Un po’ come facevano le frecce gialle durante il cammino di Santiago. Sono tornato da una settimana. Sfoglio quel libro incomprensibile ogni giorno e provo ad inserire la chiave in ogni serratura che potrebbe accettarla. Ho persino scritto su Google le parole “libro” e “chiave” e, cazzo, viene fuori il romanzo di uno scrittore giapponese.
Non so se questi segni mi stanno indicando una strada. In fondo sto giocando. Intanto però in Giappone ci sono arrivato e tornando una cosa, la più importante di tutte, l’ho trovata.

Libro chiave

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44 pensieri riguardo “Libro chiave

      1. Ah, allora le palle le ha trovate. Però le ha trovate lei. O lui?! Scusi, eh, non si sa mai con chi si ha a che fare, in questi blog.

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  1. Dovresti scannerizzare la copertina e il portachiave e trovare un ocr in giapponese eppoi con google translate… Oppure vai in sushi bar e corrompi il cuoco. Oppure aspetti. Un giorno troverai la risposta. Questa storia è magia

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  2. Guardi, trent’anni fa, dei ragazzi polacchi mi avevano scritto qualcosa dietro un manifesto di una mostra che avevo chiesto di firmare a tutti i miei compagni del corso di tedesco a Vienna. Per anni sono stata convinta che ci avessero scritto delle cose negative, un po’ perché non avevano voluto tradurmi le frasi e poi si erano scambiati degli strani sorrisi. Qualche anno fa ho chiesto ad Ewa, la badante polacca dei miei suoceri, di tradurmi le frasi e, con mia somma meraviglia, ho scoperto che c’erano scritte delle cose bellissime e molto lusinghiere. Ho scambiato la timidezza per tutt’altro, insomma. Quindi mi dia retta, al primo giapponese che trova si tolga i dubbi, almeno sul libro.

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      1. Anche io sono stupita di conoscerlo, dato che penso di aver visto tipo 3 anime nella mia vita.
        Ma è fottutamente geniale.
        E ti vedo come perfetto eroe solitario del bene assoluto.

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      1. No dico maaaa..hai visto che ho scritto un post? Mica per la bellezza del post, sia chiaro, ma insomma..converrai con me che è quasi un miracolo (ateisticamente parlando).

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        1. In effetti è la notizia del giorno, ancora più importante di quella che circola sui giornali. Un vero miracolo. Il che potrebbe farmi pensare che l’altra notizia possa essere smentita. Attendiamo il prossimo bollettino medico.

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  3. Uh il Giappone. È uno dei mie ‘viaggi nel cassetto’. Se però racconti che trovi libri e chiavi in giro parto subito.
    (Ok la smetto di gironzolare sul tuo blog!)

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    1. Ma figurati, può farmi solo piacere! Sono stato due volte in Giappone, è un luogo che consiglio assolutamente, non fosse altro per tutto ciò di sorprendente che può capitare ogni giorno.

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