Trash

“Domenica sera tutti a casa mia, facciamo la pizza e stiamo insieme”, dicono. “Ah, porta un regalo. Un regalo trash. Faremo una tombola trash”, aggiungono. Non dicono altro. Conosco il luogo, le persone. So come andrà la serata e sono certo che ci divertiremo. Ma questo regalo trash non l’ho mica ben capito. Nel senso che trash può essere qualsiasi cosa, persino la madonna. Persino Madonna. L’idea mi piace e mi chiedo subito se riciclare uno di quegli oggetti improponibili sempre presenti sotto l’albero o recarmi in uno di quei negozietti di oggettistica che vendono gadget, pupazzetti, scherzi per addii a celibati, nubilati e matrimoni dove, di solito, anche la commessa è il massimo del trash. Alla peggio, penso, ci sono sempre i cinesi. O le bancarelle dei polacchi. O mia zia. La stessa che, per il compleanno di mia madre, ha avuto il coraggio di regalarle una cornice tascabile di argento fumé intarsiata, con annessi strass e brillantini e dentro una foto in bianco e nero di mio nipote – il nipotino adorato da tutta la famiglia – in una posa in cui nemmeno ride. In pratica una foto da apporre ad una lapide con la cornice a rafforzare l’effetto oltretomba. Inutile dire che mia madre si è quasi messa a piangere quando l’ha vista mentre io l’ho prontamente fatta sparire per smontarla, cestinarla e portarla ad un esorcista. Insomma, mia zia avrebbe potuto essermi utile se non fosse che viviamo in città diverse e parecchio lontane.
Rifletto. Tra un impegno e l’altro, ho soltanto la pausa pranzo di venerdì per trovare qualcosa di adatto. La ricerca mentale e pratica mi appassiona. Non voglio sfigurare alla tombola. A Natale non ho ricevuto regali trash e nemmeno roba da riciclare. Mia zia per fortuna mi ha regalato due libri ma sul genere di romanzi che lei crede mi piacciano un giorno scriverò un post. Il negozio a cui avevo pensato ha chiuso. Ero convinto che avrebbe fatto al caso mio ma non l’ho trovato, c’è un’erboristeria al suo posto. Che fare? Mi resta il centro commerciale, luogo ascetico e punto di incontro tra le culture che già di suo può essere definito trash.
Trash è rifiuti, spazzatura, robaccia. E’ anche il cestino sul desktop. Wikipedia dice che “il termine è entrato nell’uso comune della lingua italiana con il riferirsi ad espressioni artistiche o di intrattenimento ritenute di basso profilo culturale”. Le nubi si allontanano dalla mia mente, iniziano a delinearsi i contorni di ciò che comprerò. Mi passano davanti befane di ogni forma, candele e candelabri, angeli svolazzanti, statuette celebrative, composizioni pseudo-floreali di plastica, tette e cazzetti applicati ovunque, maschere spaventose, insetti di gomma, stoffa e metallo. Entro ed esco da decine di negozi. Oggettini interessanti ce ne sono tanti ma io cerco il trash per eccellenza, qualcosa che sfoci nel kitsch passando dal grezzo per morire poi in una discarica.
La caccia al tesoro si conclude in mezzo ad eleganti e costosi articoli per arrendo e per la casa in generale. Vedo due commessi che stanno svuotando degli scatoloni per allestire uno scaffale e vengo colpito nell’ordine da: uno, lo scintillio degli oggetti che stanno sistemando sulle mensole; due, il loro sguardo di ribrezzo; tre, le risate seminascoste dei clienti che nemmeno osano chiedersi cosa siano quegli obbrobri luccicanti; quattro, il prezzo mancante. Mi avvicino ad uno dei due ragazzi.
“Scusi, mi sa dire qual è il prezzo di questo… questo elefante?”, dico sottovoce, cercando di non guardarlo negli occhi.
“Solo un secondo, controllo”, risponde il commesso con sguardo inquisitore.
“Sai, è un regalo”, mormoro passando dal lei al tu nella speranza che un po’ di confidenza  possa impedirgli di prendermi in giro quando uscirò dal negozio.
“Sì, certo”.
“Uno scherzo, è un oggetto abbastanza orribile…”, chiudo senza pudore, sperando di non aver offeso la sua dedizione al lavoro.
Lo compro. Alla cassiera ripeto le stesse frasi pur non essendocene bisogno visto che l’elefante è dentro la scatola. Ma lei lavora lì, deve per forza sapere di che si tratta. Quindi cerco di giustificarmi e, 
mentre spiego, con una mano faccio finta di grattarmi la testa per far sì che le telecamere di sorveglianza non possano inquadrare il mio volto.
Me ne vado via contento. La domenica sera, senza che nessuno sapesse cosa avevo portato, forse per un segno del destino, il mio regalo è stato scelto come premio finale. All’apertura della scatola non sono mancati gli applausi.
La foto non rende giustizia ma ho sperato e spero ancora oggi che nessuno possa arrivare a dire: “Sai, non è così male”.

Elefante