La calzada romana

Tra Sahagun e Leon, lungo l’antica Via Traiana, in un pezzo di Spagna in cui le mesetas scorrono implacabili, si srotola un tratto di strada suggestivo e terribile noto come “calzada romana”, un sentiero che fa parte di una delle tappe del Cammino di Santiago e che ha mantenuto la caratteristica pavimentazione ciottolata creata appunto dai romani. Il percorso non offre un filo d’ombra né di vegetazione, è circondato dalla desolazione assoluta e si estende per circa venti chilometri. Venti indimenticabili chilometri che io, non contento delle vesciche ai piedi e del ginocchio acciaccato, equipaggiato con uno zainetto, una banana, due pomodori e una bottiglietta d’acqua, ho affrontato in pieno agosto sotto il sole giaguaro, in solitudine come un dio monoteista che crede in se stesso.
In realtà esiste un percorso parallelo che attraversa nella parte iniziale un paesello, El Burgo Ranero, in cui è possibile riposarsi, rifocillarsi e ripensarci e che viene ormai scelto dalla quasi totalità dei pellegrini proprio perché più semplice e meno faticoso. Convinto di essere dotato di poteri paranormali e di un’attrezzatura alla Felix Baumgartner per il lancio dalla stratosfera, in quel giorno d’estate, davanti ai cartelli che al bivio mi indirizzavano verso l’una o l’altra strada, ho scelto la peggiore.
In pianura mediamente un uomo normale, in forma, con bagaglio leggero e spirito positivo, pochi pensieri per la testa, un lavoro sicuro e nessuna famiglia da mantenere, percorre circa cinque chilometri in un’ora. Tranne la forma, avevo tutti i requisiti per credere che quei venti chilometri avrei potuto coprirli in cinque ore, cioè al passo di quattro chilometri orari. Erano le sette del mattino, per cui sarei dovuto arrivare al primo paese, Reliegos, intorno a mezzogiorno. Non sapevo che, a parte due premurosi pellegrini in bicicletta prolifici di consigli e avvertimenti sulla morte certa a cui stavo andando incontro, non avrei incontrato anima viva. Non sapevo che, a parte che il cielo e l’orizzonte, non avrei visto altro per ore. Non sapevo che il mio ateismo sarebbe stato messo a dura prova.
Sono più o meno le otto, ho appena salutato i due ciclisti e cammino con animo. In lontananza, sulla sinistra, intravedo il gruppo di case di El Burgo Ranero e invidio già i pellegrini che lì hanno fatto sosta. Le due strade si sono già distaccate molto e, anche volendo, non potrei raggiungere il paese senza tornare indietro. Oltretutto, al di là della desolazione, ogni tanto qualche freccia gialla disegnata su un sasso mi conforta mostrandomi la retta via. Santiago è nella direzione giusta, davanti a me. I dolori ai piedi li avverto tutti: la terra secca e i ciottoli danno fastidio alle articolazioni e, passo dopo passo, anche le vesciche si fanno sentire sempre di più. In quei frangenti, non essendoci molto altro da fare, si cammina e si pensa. Cerco di focalizzarmi su immagini positive e allegre, fa caldo e il cammino è ancora lungo, quella è solo una delle tappe. Non posso ripararmi dal sole per cui trovo inutile fermarmi per riposare, preferisco bere un sorso d’acqua ogni tanto e mangiare qualcosa senza perdere tempo. Guardo di continuo l’orologio. Faccio calcoli. Conto. Dopo due ore, sono sicuro di aver camminato per quasi otto chilometri ma non posso averne la certezza. E’ dura, mi dico. Devo solo camminare, altre tre orette e dovrei scorgere qualche casa, dei tetti e degli alberi, magari un bar per pellegrini. Mangio un pomodoro, mi dà energia togliendomi la sensazione di vuoto che ho in bocca, sia di cibo sia di parole. La maglietta è zuppa di sudore, il cappellino sembra quasi sciogliersi. Ogni tanto faccio un giro su me stesso per guardarmi intorno. Non scorgo nulla a trecentosessanta gradi, ad eccezione di una linea ferroviaria molto molto lontana. Il sentiero è tutto quello che ho. Pian piano comincio a dubitare delle mie capacità. I pensieri diventano meno positivi. In mente piomba il ricordo di Gionata, un amico pellegrino che un paio di giorni prima mi aveva raccontato di essere svenuto mentre camminava. Se svenissi, chi mi aiuterebbe? Non ho nemmeno un cellulare, in compenso ho sete.
Non impiego molto a finire il cibo. Ho mezzo litro d’acqua o, meglio, quello che ne resta. Decido di razionarla. Un sorso ogni quarto d’ora, cioè ogni chilometro, dovrebbe garantirmi una discreta autonomia. L’orologio diventa il mio compagno. Un sorso non basta mai. Mi ritrovo a contare i minuti in attesa di poterne bere un altro. Inizio a scoraggiarmi. Non vedo un cazzo di niente in nessuna direzione. Mi prende lo sconforto. Sto male, sudo, zoppico e anche la mia volontà di ferro comincia a perdere colpi. Continuo a ripetermi che l’unica cosa da fare è camminare. E’ quello che faccio.
Poco prima di mezzogiorno, uno spiraglio. A circa due chilometri di distanza vedo una macchia verde. E’ un bosco, ce l’ho fatta. Il sorriso torna sulla mia faccia. Cammino più veloce, quasi senza sentire dolore. Mi vedo già con un boccale di clara in mano e un panino nell’altra, senza scarpe, sotto un albero a godere della sua ombra. Ho tre o quattro dita d’acqua che bevo avidamente per ricaricarmi e raggiungere più in fretta l’oasi, l’El Dorado che inseguo da ore. Mi avvicino al gruppo di alberi che diventa sempre più nitido.  E’ su una collinetta. Verde. Solitaria. Il paese è sicuramente lì dietro. Raggiungo il punto più alto e mi viene da piangere. Quel boschetto è solo come me. Non c’è assolutamente nulla intorno e da lassù non riesco a vedere niente che assomigli ad un villaggio. Ho un po’ di ombra adesso ma niente acqua e niente cibo. Mi fermo, cerco di capire cosa fare. So bene però di non avere molte alternative: devo camminare. Mi metto al riparo dal sole per qualche minuto, cambio la maglietta, cerco nello zaino cose che non ho: cibo, gomme da masticare, cerotti per le vesciche. Trovo una bustina di antidolorifico che prendo senz’acqua. Sbaglio. Attutisce il dolore ma rende lingua e bocca così acide che poco dopo mi ritrovo a sputare saliva ogni minuto. Riprendo il cammino. Mezzogiorno è passato. Nel peggiore dei casi, dovrei aver percorso almeno quindici chilometri. La “calzada romana” sulla cartina è una linea bianca senza alcun riferimento e su cui non riesco a collocare la mia posizione.
Quasi completamente in balia dello sconforto, mi imbatto in un segno di civiltà. E’ una tavola di legno conficcata nel terreno con un bastone che riporta un’indicazione scritta a mano con un pennarello. Sono due parole in spagnolo che interpreto come “scorciatoia”. La freccia suggerisce la sinistra. L’ultima freccia gialla che avevo incontrato invece indicava dritto. Mi blocco. Osservo. Non si tratta di una strada alternativa, solo di un piccolo sentiero tra le erbacce di cui non vedo la fine. Del resto non vedo la fine nemmeno del sentiero principale. I dubbi mi assalgono. Sono distrutto, temo di non farcela. Temo di perdermi ma non metto in dubbio la bontà di quell’indicazione. Non credo possano esistere idioti che si divertano a disegnare frecce senza criterio. OK, prendo la scorciatoia. Non può mancare tanto al centro abitato, il cartello dovrebbe dimostrare che nelle vicinanze ci sono forme di vita umana. Abbandono la linea bianca su cui ho camminato fino a quel momento e il paesaggio diventa perfino più triste. Le erbacce crescono. L’orizzonte resta muto. Il percorso originario si allontana. Sono sempre più debole. Già da un pezzo ho capito che i miei calcoli sui quattro chilometri orari sono andati a farsi friggere. Poi, mi si gela il cuore nonostante il caldo. Il sentiero che stavo seguendo scompare tra le erbacce. Guardo dappertutto, in ogni direzione, per capire come procedere. Cerco una variazione del terreno, erba meno cresciuta, meno secca o di una tonalità di colore differente, un qualsiasi segnale. Niente. Sembra assurdo ma sono in un vicolo cieco. Mi inginocchio con la voglia di piangere. Non piango con gli occhi, dentro però sono a pezzi. Non so cosa fare. Tornare indietro vorrebbe dire camminare per un’altra ora e ritrovarmi allo stesso punto di prima avendo perso due ore. Avanti non posso andare, non ho alcuna certezza sulla direzione da prendere. La cartina non parla. Il sole invece mi minaccia quasi verbalmente. Mi seggo per terra, chiudo gli occhi e al buio provo a ragionare.
Quel giorno non lo dimenticherò. Oggi ne parlo con allegria, quasi vantandomi di ciò che sono riuscito a sopportare e superare. Nella vita ci sono sicuramente situazioni peggiori, eppure difficilmente ci si trova a dover lottare contro il nulla e contro se stessi. Non è stata una prova di sopravvivenza né una sfida tra la vita e la morte. E’ stata solo un’esperienza molto forte, una delle tante che mi ha regalato il Cammino di Santiago e che, tutto sommato, sono felice di ricordare.
C’era un motivo per cui non vedevo Reliegos: il paese si trovava in una vallata, quindi sotto la linea dell’orizzonte e il livello della strada che stavo percorrendo. Il sentiero scomparso non l’ho ritrovato ma, orientandomi, sono riuscito a riprendere il percorso originario camminando tra le erbacce. C’è voluta un’altra ora abbondante per scorgere finalmente, alle tre del pomeriggio, i tetti delle prime case. L’orologio che tante volte avevo guardato quella mattina copriva sul polso sinistro il mio primo tatuaggio, un simbolo che significa “nel mezzo”. Dal primo giorno di cammino avevo percorso quattrocento chilometri e altri quattrocento ne mancavano per arrivare a Santiago. Nel pomeriggio, con un boccale di clara in mano e un panino nell’altra,
 ho capito che niente mi avrebbe più fermato. Nove giorni dopo avrei completato il Cammino.
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42 thoughts on “La calzada romana

  1. Appena sveglia apro la posta. Vedo il tuo post, lo leggo. Mi immedesimo così tanto da provare angoscia. E sete ovviamente.
    A quest’ora una clara non mi pare il caso ma ho una fame bestia. Come hai detto che era farcito il panino?
    E si. Niente può fermarti
    Abbraccio

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  2. Io ho riso moltissimo, forse perché sono incosciente ed inconsapevole. Questo post andava letto anche solo per questa frase: “Non sapevo che il mio ateismo sarebbe stato messo a dura prova.” Rende magnificamente l’idea.

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  3. Qualche volta ci ho pensato anch’io, di fare il cammino di Santiago, ma credo che io mi sarei messa a frignare come una femminuccia, aspettando che qualcuno di buon cuore fosse passato a recuperarmi. O forse no, chissà.

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    1. E’ bellissimo quel frisbee. Io non l’ho mai avuto un frisbee. Però ho avuto un hula hoop.
      Vuol dire che ti citofonano una volta al mese, non è male. Io non saprò mai se mi citofonano, sto tutto il giorno fuori casa.

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      1. Con il mio hula hoop nero e giallo vincevo parecchie gare di hula hoop. Poi però mi faceva male la pancia.
        Non posso assentarmi troppo da casa (come te) perché devo dare da mangiare alle formiche e comunque anche se il citofono suona non rispondo mai.
        Ti volevo poi dire che l’ouzo è davvero buono. (Lo so che non c’entra niente.)

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        1. Agosto 2011. Burgos è una delle poche città che si incontrano. L’albergue municipal credo sia la migliore struttura che abbia visto in tutto il Cammino e la cattedrale, secondo me, è più bella di quella di Leon. Ci tornerei subito.

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  4. Meglio del romanzo “La bambina che amava Tom Gordon”! Sarei morta dopo poco solo per il sole. Nel bosco invece belle scarpinate le ho fatte, da ragazza… ma 400 km… che posso dire? Ammirevole!

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  5. Non era un deserto. Non hai trascorso lì 40 giorni. Non sei stato tentato tre volte.
    Devi fartene una ragione: non sei tu il Signore Dio mio.
    [Però sì, hai piedi per andare dovunque. Anche con le vesciche. Basta volerlo. Davvero.]

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