Gratta e vinci

In quei cinque giorni, in quella ridente località di mare sull’Adriatico, si ritrovano i migliori arbitri delle stagione. Ci sono anche io e ancora non mi spiego perché. Cinque giorni dedicati alle finali nazionali under 16 femminili. Si parla di pallavolo, di ragazze che tra due o tre anni giocheranno in serie A e che già ora sono alte quanto me. Quasi. Il mio metro e ottanta raggiunto con i capelli tesi lo difendo ancora con i tacchi. Fatto sta che tra partite, briefing, riunioni, test e un minimo di svago notturno nonostante il coprifuoco, ci divertiamo.
Al termine della manifestazione, nel tornare ognuno alla propria città, offro volentieri un passaggio in auto fino all’aeroporto a due colleghi. Due amici ormai. Per ringraziarmi, anche se – importante sottolinearlo – non era necessario, mi fanno una sorpresa regalandomi una cosa che non avevo mai nemmeno toccato in vita mia: un “gratta e vinci”. Un “gratta e vinci” vincente, mi dicono. Prendo questo cartoncino, guardo i simbolini grattati, i numerelli, i premi possibili, cerco di capire come cazzo funziona il gioco ma non ci riesco. Per una frazione di secondo penso di essere diventato milionario. Poi mi sveglio e con non poca fatica mi spiegano che la vincita è di cinque euro e che posso scegliere tra: uno, andare in tabaccheria e farmi dare i soldi per investirli in un piccolo premio; due, andare in tabaccheria e prendere un altro “gratta e vinci” dello stesso importo per tentare nuovamente la fortuna; tre, non andare in tabaccheria e andare al mare; quattro, andare all’aeroporto che già è tardi e c’è il rischio di perdere il volo.
Per giorni ho conservato in tasca quel pezzo di cartone colorato, a volte ignorandolo, a volte chiedendomi cosa farne. A me il gioco è sempre piaciuto ma non credo nella fortuna. La fortuna non esiste e nemmeno il caso. Neanche dio esiste eppure tanta gente continua a grattargli la schiena sperando in un miracolo. Mi piace il gioco in cui io e soltanto io (o al limite gli altri giocatori) possa decidere che mosse fare e giocarmi, appunto, le mie possibilità di vittoria. Con il “gratta e vinci” non è così. C’è una grossa componente, in realtà l’unica, che non dipende dal giocatore, dipende da chi distribuisce le carte. In questo caso, lo Stato. E’ come il poker, in larga scala però: vengono distribuite le carte che possono essere più o meno belle ma comunque, statisticamente, uguali per tutti e poi è l’abilità del giocatore a dover sfruttare le regole e l’esperienza per cercare di vincere. C’è anche chi le sfrutta cercando di perdere perché nel frattempo ha scommesso contro se stesso ma questo è un altro discorso. Con il “gratta e vinci” è diverso. Il cartante dà la carta e basta. Si vince o non si vince. Nemmeno si perde, la sconfitta non esiste. O forse sì, i cinque euro effettivamente sono perduti.
Sono sicuro che, se dovessi andare a scambiare il mio cartoncino con un altro, non vincerei. Ma nemmeno proverei alcuna emozione nel grattare, proprio perché non dipenderebbe da me conquistare il premio. E allora penso di andare in tabaccheria, farmi dare i cinque euro per spenderli in qualcosa che possa siglare il gesto carino dei due amici che devo accompagnare. Anche qui però non mi convinco: non sarà un oggettino, nemmeno commestibile e gustosissimo come quella barretta di cioccolato alle nocciole da 4,99 euro che ho adocchiato con la bava alla bocca, a farmi ricordare di loro e poi non mi serve visto che resteremo sicuramente in contatto nonostante la distanza. Mi rimane la terza opzione: non andare in tabaccheria. Vuol dire non sfruttare il bigliettino. Che farne allora? Conservarlo? Non avrebbe senso. Decido quindi di replicare il gesto che mi ha fatto piacere per fare piacere a qualcun altro: lo regalo anch’io. Tecnicamente sarebbe un riciclo ma moralmente, spiegandone il contesto e la provenienza no, specialmente per chi alla fortuna crede. Così, alla prima occasione, prendo il biglietto vincente e lo offro come segno di gratitudine ad una persona cara, dicendole di farne l’uso che ritenesse opportuno ma sapendo che, entro tre minuti, prendendolo come un atto di divina fortuna, sarebbe andata in tabaccheria a sfidare la sorte. Perdendo. Non so com’è andata a finire e il non aver più sentito quella persona potrebbe voler dire che ha beccato un premio milionario ed è sparita. Non importa. Importa che, ammesso che esista, l’altra faccia della dea bendata si è manifestata con la quarta opzione: i miei amici hanno dato via la fortuna e hanno perso il volo.
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12 pensieri riguardo “Gratta e vinci

  1. L’altra faccia della dea bendata non può che essere il culo. Della fortuna mai fidarsi della faccia. Fidati del culo. E’ un po’ come quelle ragazze che da dietro sembrano uno schianto ma appena si girano… : )

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