Storia di un racconto

Bianco come una nuvola di fumo, se ne stava poggiato lì sopra gli altri in attesa che arrivasse il suo momento. Lui era il prossimo. Lo avevano preceduto in tanti e non tutti avevano fatto una bella fine.
Silenziosa come la noia, aspettava di venire alla luce – e al suono – così come era stata concepita in quella notte insonne, senza interferenze e ripensamenti.
Non sapevano l’uno dell’altra ma la speranza che riponevano nel proprio destino li avrebbe fatti incontrare. Lui era carta, lei parole. Carta riciclata e parole non dette, per l’esattezza. La speranza di lui era che gli fossero affidati caratteri importanti, in modo da poterli conservare e proteggere nel tempo. Avrebbe  preferito bruciare piuttosto che finire in un cestino con qualche scarabocchio sulla coscienza. La paura di lei era che le parole pensate per creare la sua essenza di favola potessero perdersi nella memoria o, peggio, essere pronunciate senza nessuno ad ascoltarle.
Il reggente del futuro di entrambi, l’autore, guardava il monitor cercando di ricordare i particolari della favola. Aveva creato, la notte precedente, un insieme di pochi personaggi raccolti in un contesto ben definito e legati da eventi che, tra alti e bassi, avrebbero portato ad un lieto fine scorrendo senza troppi ostacoli. Iniziò a scrivere come fosse sotto dettatura, usando ora la tastiera e poi, riempita l’unica pagina che sarebbe servita, la stampante.
Nel frattempo la favola rinvigoriva. Si sentiva sempre più forte e sicura di sé. Pregustava giorni radiosi in cui sarebbe stata letta, raccontata e diffusa ma più di ogni altra cosa, adesso, desiderava essere terminata. Non voleva diventare un romanzo né un mucchio di appunti, sognava il gran finale.
E in un paio d’ore l’autore la finì. Era splendida, sapeva finalmente di esistere e già immaginava gli attimi in cui, parola per parola, sarebbe stata impressa su un foglio di carta.
Il foglio, dal canto suo, aveva udito il rumore dei tasti che, dopo tanto tempo passato in una risma, ormai sapeva distinguere uno per uno e, non avendo niente da fare, gli era stato facile seguirne l’ordine durante la digitazione e ascoltare la favola come se fosse stata raccontata solo a lui. Ormai la vedeva, la aspettava e già immaginava il momento in cui l’avrebbe accolta tra le sue fibre. L’avrebbe protetta dalle paure, si sarebbe piegato e fatto in quattro per assicurarle un riparo e un domani, avrebbe raccolto l’umidità dell’aria per non bruciare e avrebbe respinto la polvere per non sbiadire. Era pronto.
L’autore lo prese, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli… no, quella è un’altra favola. L’autore lo prese, lo ripose nel vano della stampante e diede l’ok. Il foglio, tutto contento, iniziò a scivolare ma qualcosa non andò per il verso giusto: la stampante non ne voleva sapere di fare il proprio dovere, si era bloccata. Il foglio si sentì perduto, si sarebbe accartocciato tra gli ingranaggi oppure sarebbe stato strappato via, appallottolato e gettato nel cestino. La favola percepiva il problema ma non poteva farci niente. Si era già abituata all’idea di diventare una cosa sola con quel pezzo di carta e non ne voleva un altro. Per un attimo, una frazione di secondo dopo che la stampa era stata avviata, il foglio e la favola erano stati  così vicini che quasi sembrava si potessero baciare. Si erano quasi guardati, sfiorati e imbrattati di inchiostro nella loro fantasia, salvo poi venir brutalmente riportati alla realtà.
Il tempo sembrava essersi fermato con la stampante. L’autore, che aveva sempre odiato i macchinari moderni, non riusciva a capire cosa non andasse. Sembrava tutto in ordine. La carta era lì, le cartucce erano nuove, la stampante correttamente configurata. Spense e riaccese. Provò e riprovò. Nulla. Più volte tirò via il foglio e altrettante volte lo risistemò meglio ma senza riuscire a cambiare nulla. Il cestino era sempre più vicino.
Passarono parecchi minuti prima che l’autore, nervoso e rinunciatario, decidesse di mollare. Ci avrebbe pensato l’indomani. Oppure non ci avrebbe pensato più: la favola era lì, salvata, l’aveva scritta in seguito a qualcosa che aveva sognato ma perché stamparla? Poteva restare dov’era. Un giorno poi se ne sarebbe ricordato e, se ne avesse avuto voglia, avrebbe potuto rileggerla.
Stava per spegnere tutto quando una penna cadde dalla scrivania.
E ricominciò a scrivere.

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