Framada, tra mascara e rimmel

Ieri un semplice sms mi ha fatto riflettere per qualche minuto, birra alla mano, sulla mia condizione di uomo single che non riesce a farsi capire dall’universo femminile che lo circonda. Già parlare di universo femminile non è semplice, figuriamoci se a farlo sono io che ancora non ho capito la differenza tra mascara e rimmel. Avevo scomodato pure Sophia una volta, la parte femminile di dio, salvo poi scoprire che Sophia è tante altre cose e soprattutto che non c’è alcun dio. Fatto sta che, al termine della riflessione sul quel messaggino, non mi sono capito nemmeno io ma una sincera risata, solo parzialmente accentuata dalla birra, è nata spontanea. Va be’, erano tre birre. Grandi.
– Non ti starai innamorando, vero?
Cioè, dico, cazzo. Io credo nell’amicizia uomo-donna, che per modesta esperienza ritengo molto più stabile di quella uomo-uomo, inferiore solo a quella uomo-cane e potenzialmente in crescita rispetto a quella uomo-calcio, ma questo concetto non sempre riesco a farlo passare e ogni volta non per colpa mia. Perché capita che certe donne, anche se per me appartengono al genere “da non fare avvicinare al letto nemmeno per un aiuto a cambiare le lenzuola”, si convincano di essere oggetto del mio desiderio quando in realtà mi interessano, e in alcuni casi anche tanto, magari per la simpatia, la cultura, la voglia di cazzeggiare o di fare qualcosa insieme, anche viaggiare, senza coinvolgimenti sessomentali (da intendersi come un misto di sessuale, sentimentale e mentale). Che poi, tra parentesi, se si parla di oggetti tangibili, quelli del desiderio per me restano certi libri come il Codice Hammer, la Bibbia di Gutenberg, il libro di Kells, le Très Riches Heures, insomma volumetti che non si trovano tutti i giorni alla Feltrinelli e con cui passerei il mio tempo molto più volentieri piuttosto che con una donna convinta che io le stia sbavando dietro. Il punto è che, in certi casi, è praticamente impossibile comunicare con una persona (apparentemente) di sesso femminile senza che in lei si insinui il dubbio che io ci stia provando. Io tra l’altro, pregio o difetto che sia, sono sempre stato sincero come Gesù, anche se come lui ho fatto qualche cazzata e, se devo sbavare dietro ad una donna, in qualche modo le faccio capire che non la frequento per scoprire la differenza tra mascara e rimmel.
Di più. Se la persona in questione è obiettivamente carina, ci può pure stare che pensi ad un interesse mirato da parte mia. Del resto io sono un animale. Ma una cosa è pensare che io voglia portarla a letto, un’altra è preoccuparsi subito che io mi possa innamorare. Tra l’altro, grazie alla mancata approvazione della legge bavaglio, oggi pure gli abitanti di Marghera sanno che io sono innamorato di una certa lEi e non è che io mi innamori ogni giorno. Anzi viaggio alla media di un amore ogni dieci anni. Vale a dire due. Per cui la prossima, ammesso che arrivi, non credo che possa rubarmi il cuore tanto presto. Specialmente dopo che siamo usciti insieme una volta. Una.
Quel messaggio arrivava dopo più di una discussione chiarificatrice, che a questo punto credo non abbia chiarito nemmeno di quale colore ho i capelli, nonché di altri sms chiarificatori che a questo punto credo abbiano solo rafforzato l’idea che io stia sbavando o, peggio, che mi stia innamorando.
Convinto che si stesse scherzando, ho risposto:
– Mi sa di sì, non posso evitarlo…
Ero pure alla seconda birra ma lei non poteva saperlo. Come io, che nella vita non ho avuto mai aspettative, non potevo sapere che al posto della risata che attendevo in risposta sarebbe arrivato l’sms che mi avrebbe portato in pochi secondi alla terza birra:
– Allora è meglio non vedersi più.
I miei sms successivi hanno dovuto spiegare che io non dicessi sul serio. I suoi sms mi hanno dimostrato che lei ci aveva creduto.
La riflessione mi ha portato quindi ad apprezzare di me stesso l’utilizzo sincero della sincerità. Perché c’è anche un utilizzo falso della sincerità. Ho finito la terza birra, mi sono messo a ridere, ho abbozzato questo post e ho chiamato un’amica, una di quelle con cui posso parlare, senza preoccuparmi di essere frainteso, per farmi spiegare una volta per tutte la differenza tra mascara e rimmel.

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Ancora un incidente

E tre. Perché quando credi che il peggio sia passato, è il passato a diventare peggio con un altro incidente che si somma ai già tristi due precedenti.
Avevo già distrutto la moto e la macchina. Come ho potuto pensare che non potessi distruggere altro? Potevo distruggere di nuovo la moto. E l’ho fatto (solo perché la macchina è ancora dal carrozziere). Però sono stato fortunato, cerco il lato positivo.
La macchina del vecchietto che mi ha tagliato la strada non si è fatta nulla, del resto era più vecchia di lui: la botta non si nota nemmeno.
Il vecchietto è stato onesto, ne incontro poche di persone così. Gli auguro cent’anni di vita, a patto che smetta di guidare domani.
Il muretto su cui sono stato sbattuto non si è frantumato, nessun danno per la comunità.
Il casco questa volta non si è spaccato, niente trauma cranico. Potrò utilizzare ancora sia il casco che la testa.
Il giubbotto si è strappato ma le protezioni hanno fatto il loro dovere. Ringrazierò la Dainese, sperando che i giubbotti strappati tornino di moda.
Lo zainetto ha un buco come fosse di pallottola. Potrò vantarmi con i figli dei miei figli adottivi di essere uscito vivo da una sparatoria che descriverò con dovizia di particolari prendendo spunto da film come Matrix, Wanted e Equilibrium.
La moto era quasi senza benzina per cui la mia gamba ha dovuto sopportare soltanto i 160 kg di peso a secco che le sono piombati di sopra. I lividi e i bomboloni mi daranno l’aria di chi è uscito vivo da una sparatoria alla Matrix, Wanted e Equilibrium tutti insieme.
I danni sono inferiori a quelli della volta precedente. Potrei non aver bisogno di donare l’ultimo rene che mi è rimasto, anche perché la ragione è mia e l’assicurazione reni di innocenti da vendere ne ha tanti.
Infine io. Io stavo andando dal carrozziere per controllare a che punto fosse la mia macchina. Forse non dovevo. Forse dovevo andare da lEi o a farmi fottere o a farmi fottere da lEi. Forse dovevo morire per capire che non ero immortale come ho sempre sostenuto oppure dovevo vivere per evitare di scrivere cazzate dall’aldilà. Il punto è che non so più cosa dover fare. C’è un momento per ogni cosa e io ormai li sto sbagliando tutti. Il lato positivo non c’è e se lo cercassi sbaglierei ancora. Non era il momento di morire, non era il momento di amare. Aspetterò il momento giusto.

Come Rocky

Di serate così, in tempi non sospetti, ne sarebbe bastata una per farmi stare sereno e contento per un mese. E mi riferisco solo a quell’intervallo temporale che è andato in onda tra le 22.30 e le 0.30 perché, se considero ciò che è successo finché c’era il sole e come ho vissuto la nottata dopo le 0.30, allora è l’intera giornata ad essere stata speciale e i mesi di serenità e contentezza sarebbero diventati tre. E’ aritmetico.
L’ho osservata per tutte e due le ore che abbiamo trascorso insieme, tra una birra, un tè freddo e un’altra birra. La simpatia che da sempre la caratterizza è venuta fuori piano piano, l’autorità e l’abitudine a guidare il gioco erano invece evidenti sin dal primo minuto, come anche una certa timidezza, forse. Le risate non sono mancate. Non sono mancati nemmeno i contatti accuratamente studiati per capire se quanto osservassero gli occhi corrispondesse al vero: la mano sfuggente che non voleva star ferma, il braccio bloccato per capire quanto fosse formato, l’abbraccio sulle note di One con le mani sui fianchi per percepire cosa nascondessero gli abiti. Togliere le scarpe è stato il gesto migliore che le ho visto fare, giocare a sedurmi il più eccitante, il saluto della buonanotte il più dolce. Ma come tutte le mie cose, soprattutto quelle più belle, anche questa non avrà un domani.
Dopo le 0.30 è accaduto il fattaccio. Lo splendido fattaccio. Parcheggiando la macchina a casa dell’amica che me l’aveva prestata, visto che la mia è ancora in infermeria, a un certo punto sento dire ciao. Sapevo chi era. In quella casa abitano in due e quel ciao non era della mia amica. Era della sua coinquilina ovvero due degli occhi più chiari che abbia visto su una testa bionda e un corpo perfetto. Bassino però. Ma anche la bellezza delle 22.30 non era altissima. Apre la porta per salutarmi. La sua magliettina con il gelato stampato sopra mi fa venire voglia di gelato, le dico che ho voglia di gelato e mi risponde che il gelato lo ha in freezer. Perfetto. Entro in casa. Chiaccheriamo per altre due ore. Sei carino, sei carina. Ci scambiamo i numeri sicuri di rivederci in gelateria.
Ore 03.00. Arrivo a casa e mi tuffo nel letto con un carpiato. Nei ventitré secondi che precedono il sonno ripenso alla giornata speciale. E non mi riferisco solo a quell’intervallo temporale che è andato in onda tra le 22.30 e le 0.30, meraviglioso e compiuto, e a quello successivo, intenso e tutto da scoprire, ma a ciò che è successo finché c’era il sole giallo ad illuminare i miei desideri con una manciata di parole a manifestarli. Ora aspetto la settimana prossima per vederli.

E poi?

Mi vedo lì tra una trentina di anni, in quell’isoletta non lontana dalla città in cui sono nato. Una casetta piccola con un giardino intorno e un pezzetto di terreno a fare da orticello, con i pomodori, le carote e le banane. Voglio le banane nel mio orticello. La birra. Pochi soldi, lo stretto necessario per vivere. Una bicicletta. Un’amaca tra le due palme. Un piccolo gazebo. Un caminetto. Una piccola barca. I Pearl Jam. Il mare a due passi, il sole giallo, la luna per la notte, le stelle cadute.
E poi? La mia attrezzatura subacquea. Il mio peyote. Le mie foto. I miei libri. Il mio blog. La mia agendina. Le mie parole. I miei ricordi. Dovrei aver preso tutto.
E Lei? Felice e morta, almeno per me, da una trentina d’anni.
E lEi? Felice e basta. Dove e con chi non importa.
E loro? Nella città in cui sono nato.
E gli altri? Dove vogliono ad eccezione dell’isoletta.
E io? Barba lunga e capelli bianchi. Fisico asciutto e provato dal tempo. La pancetta. Le cicatrici fuori e dentro. Occhi profondi e tristi ma per niente spenti. Una grande cultura. Una bella vita alle spalle. Un romanzo che sta terminando. Un futuro che non mi interessa. Il caos. Un finale sorprendente. Ancora un sogno.
E la possibilità di cambiare una sola di tutte queste cose.

Poche parole

Capita che, dopo aver finito un libro, un piatto di pasta o i preservativi, decida di prendere un portatile a caso dei tre che posseggo, una birra e un foglio bianco per sviluppare un’idea, magari quella che è venuta fuori subito dopo l’orgasmo, e farla diventare un post. Quando mi metto comodo sulla scrivania accade però che tra pvt rossi, messaggi a grappolo su MSN, e-mail e download completati con il mulo, l’idea che poteva diventare il post migliore del blog muoia come gli spermatozoi che escono da casa felici e contenti e, smarriti di fronte alla realtà dei fatti che a differenza della fata turchina non ne trasformerà nemmeno uno in un bambino vero, decidono di suicidarsi. Così il foglio bianco viene riempito da un’accozzaglia di parole che vorrebbero trovare la giusta collocazione per diventare uno scritto interessante, il migliore, ma che puntualmente si ritrovano ad essere vocaboli perduti. Se poi considero che, tra una parola e l’altra, le birre solitamente si riproducono e si accoppiano pure con altre entità alcoliche, riesco a capire perché le singole parole, seppur sparpagliate, non assumano nemmeno il significato che gli ho sempre attribuito. Oltretutto, inutile negarlo, non si scrive tanto per scrivere e non si può scrivere per se stessi, come ho sempre fatto, quando quel sé ha perso il suo essere unico: il mio sé vale doppio adesso e non solo per effetto dell’alcool, è posseduto da un’altra persona che per quanto io cerchi di allontanare resta sempre presente, anche in silenzio.
Alla fine la soluzione non c’è, il post migliore non verrà fuori. Ma io devo scrivere, non mi è rimasto altro. Mi affido al caos, il quale non sempre è sinonimo di disordine ma a volte è semplicemente ciò che siamo. Prendo due sole parole, quelle più famose, adatte all’occasione e al sentimento più forte. Brevi. Le ordino con facilità per quanto sono note e, sperando che un giorno possano donare un sorriso a chi le conosce già e le ha utilizzate per dirmi quel che provava, le riporto qui: ti odio.

Ancora all’HJF

Alla fine ci ritroviamo in sei sotto quell’alberello. Testa china, spalle ricurve e sguardo rivolto verso il tronco, come in un girotondo senza giri, con una speranza comune che si va facendo sempre più vana. Intorno, fuori dal nostro cerchio, altra gente e fuori dall’alberello ancora gente. E altra gente ancora per centinaia di metri, in tutte le direzioni. Compresi noi sei eravamo ventimila. Eravamo all’Heineken Jammin’ Festival e il concerto dei Green Day stava andando a farsi fottere a causa del nubifragio.
Io gli altri cinque mica li conoscevo. Non conoscevo nemmeno gli altri diciannovemilanovecento e rotti. OK, forse qualcuno sì ma non ho avuto il tempo di guardarli tutti in faccia. E’ che per me questo evento è sempre stato un po’ sfigato. O io per lui. Una volta non sono riuscito ad andare a causa di un imprevisto dell’ultimo minuto e tre anni fa un altro nubifragio aveva impedito ai Pearl Jam di esibirsi. L’altra sera ho rivisto lo stesso fuggi fuggi di persone inzuppate come i Pan di Stelle nel latte, bersagliate dalla grandine e trasportate dal vento, dal freddo e dall’incazzatura.
Sotto l’alberello, bagnato fino all’osso, mentre guardavo la mia fotocamera morire affogata, socializzavo. Da dove vieni? Cosa fai? Quanto ti piacciono i Green Day? Ma tanto quanto? Ma tanto tanto quanto? Li pensi? Ma quanto li pensi? Le solite domande. Si diventa amici nei momenti di difficoltà. Ci si racconta, si parla e si cerca di ridere quando da ridere non c’è niente. Uno dei sei poi lo abbiamo perso per strada. Si chiamava Mosè, sul serio, ma non ci ha fatto da spartiacque, non ci ha guidato attraverso il mare. L’acqua era ovunque e io, in maglietta e pantaloncini, potevo solo nuotarci dentro mentre la mia vita recente mi scorreva davanti come un fiume in piena.
Cercavo, come faccio da mesi ormai, la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto mi fa male. Mosè non l’aveva e io avrei avuto bisogno di chiunque potesse fornirmela, tipo dio o un filosofo greco o albanese. Avrei ascoltato anche le parole rivelatrici di un cantante pop-melodico o di un nano da giardino o di un supereroe. Invece niente. La risposta non è arrivata e nemmeno il caos mi aiuterà a trovarla.
Quel giorno è arrivata solo tanta acqua. Avevo perso i Green Day ma avevo i biglietti per i due giorni successivi. Avrei visto i Pearl Jam, i Massive Attack, i Black Eyed Peas, gli Skunk Anansie e tanti altri. Non lo sapevo ancora ma sarebbe tornato il sole, sarebbe stato giallo e io sarei tornato a sorridere.