In pezzi

La cosa peggiore è non ricordare niente. Ero in moto in autostrada e stavo andando da qualche parte, fin qui ci sono. Poi il buio. Riapro gli occhi dentro un’ambulanza, accanto ad una signora vestita da fornaio prodiga a darmi schiaffetti sulle guance. Le chiedo un tozzo di pane, tanto per fare amicizia, ma non ce l’ha. Cerco di capire cosa è successo.
“Sono morto?” chiedo.
“Per fortuna no” risponde il piccolo mugnaio bianco.
“Sono vivo allora?”.
“Per il momento sì”.
“Dove andiamo?”.
“Al pronto soccorso, hai avuto un incidente”.
“Oh cazzo. E la moto?”. Ricordavo di essere in moto.
“La stradale mi ha dato questo indirizzo, la moto puoi andare a prenderla lì. O almeno quel che ne è avanzato. Un altro pezzo è rimasto dove ti abbiamo raccolto e un altro si è disintegrato”.
“Grazie. Era proprio ciò che volevo sentire. Lei sa come tirarmi su il morale”.
“Sei vivo, l’importante è questo”.
“L’importante era la moto”.
“Ma che dici?”.
“Zitta! Fai il pane tu”.
Prendo il telefono per chiamare la prima persona che mi viene in mente.
“Obama? Pronto?!”.
Non risponde. Di chiamare i miei genitori non se ne parla, non devono saperlo. Automaticamente quindi escludo tutti i contatti che potrebbero informarli. Ah, il lavoro. Devo avvertire che non potrò tornare subito visto che l’incidente, a quanto pare, è avvenuto in pausa pranzo.
“Ciao capo, ho avuto un incidente, sono in un’ambulanza e non ricordo niente quindi non credo di poter tornare molto presto”. Il succo delle mie parole doveva essere questo. In realtà sembra che io abbia detto:
“Ciao capo, non tornerò più al lavoro. Ho intenzione di ritrovare me stesso imparando a fare il pane con questi tizi che mi hanno rapito”.
Ho saputo poi che, allarmato, era corso in macchina per raggiungermi. Non saprò mai se per aiutarmi, per appurare il motivo della mia assenza o per ritrovare se stesso pure lui.
Decido di non chiamare nessun altro per il momento. L’unica persona che vorrei chiamare non mi può sentire.
Al pronto soccorso mi fanno passare subito. Con la coda dell’occhio, dalla barella, vedo scorrere strani personaggi: un paio di moribondi sanguinanti, tre o quattro zombie, un uomo con una gamba in spalla che grida per farsela riattaccare, una ragazza con un neonato che le penzola in mezzo le gambe, un vecchietto con i piedi montati al contrario e un altro più in là senza occhi e con la bava alla bocca. Ma io passo per primo. Mi sento un principe. Vedo la folla inchinarsi e pregare come fossi un dio. Concedo qualche benedizione, soprattutto al neonato aggrappato al cordone ombelicale. Un dubbio però mi raggiunge molto presto: se sto passando per primo è perché sto messo peggio di questi qua. In preda al panico mi controllo le gambe, ci sono. Le braccia ci sono. Conto tutte le dita. Dieci nelle mani. Ai piedi ho le scarpe intatte, quindi altre dieci. Mi tocco in mezzo le gambe, lui c’è, loro pure. Viso: tutto a posto, occhi, naso, denti, non sento sapore di sangue, il casco doveva essere ben allacciato. Avverto la presenza delle orecchie e dei capelli. Poco dopo capisco: non mi posso quasi muovere. Il dolore sulla nuca e sulla spalla sinistra è insopportabile, il braccio destro è bloccato, il polso sinistro pure, il ginocchio destro risulta non pervenuto. Spero abbiano i ricambi in quell’officina. Immagino che sarebbe bello diventare come Steve Austin, l’uomo da sei milioni di dollari. Mi piaceva quel telefilm. Il braccio bionico, le gambe bioniche e l’occhio pure. Vinceva sempre contro i cattivi e nessuno sapeva che per metà era bionico. Spero non decidano di farmi come Robocop invece. No, Robocop proprio non mi piaceva.
Mi fanno una TAC e qualche radiografia, durante una delle quali mi metto ad urlare per l’impossibilità di stendere il gomito destro su quel quadratino sotto il raggio laser. E se fossi immortale? Un po’ come Highlander. Possono uccidermi solo tagliandomi la testa. Chissà. In ogni caso lotterò fino alla fine.
Qualche tempo dopo, ore o minuti non saprei, mi dicono che la TAC è ok, le radiografie sono ok, le ferite guariranno presto. Un fornaio capo vuole mandarmi anche dal neurologo, dato che non ricordo niente. All’appello mancano però solo i momenti di poco precedenti all’incidente, tutto il resto me lo ricordo, compresa la cena con lei al giapponese. Il fornaio insiste. Lo mando a quel paese, firmo quello che devo firmare e me ne vado.
Ora sono a casa. Non ricordo ancora niente, ho solo qualche flash del casco spaccato e della gente intorno a me e un fotogramma della moto distrutta. Basta. Ho tutti gli arti a posto. Il cellulare pieno di sms e di chiamate senza risposta. Sono vivo. Un po’ malconcio ma sto bene. Poteva andare peggio. Potevano farmi come Robocop.

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