Come il Pordoi

L’ho ribattezzato Passo Pordoi in memoria delle scalate mitiche e dolomitiche del Giro d’Italia. E’ un tratto di strada che raggiungo in mountain bike dal mio tepee dopo non so quanti chilometri, sempre in salita, sempre sotto sforzo, sempre con tre parole in testa: “quando cazzo arrivo”. Il punto è che non arrivo, perché finiscono quei chilometri in pendenza ma inizia il Pordoi che di pendenza arriverà al 20%, il limite credo umanamente e fisicamente concepibile da chi costruisce le strade. Il Pordoi non è semplicemente una salita dopo le salite, è un muro, è verticale. Se ci arrivassi a velocità, andrei a sbatterci. Le auto fondono il motore tentando di percorrerlo. Qualcuno ci ha provato a piedi, con le ventose sui gomiti e sulle ginocchia, ma non è più tornato. Ad oggi nemmeno Google Earth è riuscito a determinare dove porti quella strada. Una leggenda narra che anni fa un tale, arrivato misteriosamente dall’altro lato facendo il giro largo, si sia suicidato lasciandosi cadere lungo l’asfalto e che il suo spirito stia ancora svolazzando da quelle parti. Personalmente provo a scalare il passo da oltre un anno senza risultati. Ormai l’impresa somiglia ad un cubo di Rubik, un rebus di Briga o un permesso di soggiorno in Italia ossia una pratica quasi impossibile da sbrigare. Una di quelle cose che, fatta, non cambia la vita ma che al tempo stesso permette di entrare nell’elite di coloro che ci sono riusciti. Perché quelli che riescono in qualcosa di significativo, rispetto a quelli che non ci riescono, sono sempre di meno. Io purtroppo sto ancora con la maggioranza. Le mie fatiche mi portano soltanto all’incrocio con semaforo da cui il Pordoi ha inizio e a cui arrivo già con le gambe che trasudano acido lattico. Al semaforo mi fermo – non perché sia rosso – faccio inversione e torno indietro mestamente senza nemmeno pedalare, visto che il percorso, a quel punto, me lo trovo tutto in discesa. E lì, con le gambe distese sul manubrio e le braccia incrociate sulla nuca, guardo il cielo e mi chiedo se un giorno riuscirò a superare quell’ostacolo. A volte, in attesa che la bici mi riporti a casa, leggo un libro o cazzeggio con il portatile. Ieri ho scritto questo post. Domani magari scriverò che il Pordoi è finalmente un ricordo.
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9 thoughts on “Come il Pordoi

  1. io ho sempre considerato pazzi quelli che trovavo per le salite di montagna, ripiegati sulle biciclette, sfiniti, sudati e frustrati perchè magari tornavano indietro al semaforo 😀

    insomma, ci sono tanti altri sport che danno soddisfazione. magari un giorno te ne consiglio qualcuno 😀

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  2. si… so dov’e’ quello che cerco ma e’come puntare la vetta al tuo pordoi…le ventose non tengono…
    e non so quando cazzo arrivero’…
    ho le ginocchia sbucciate…
    e un po’ anche il cuore…ti stringo…

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