Alla lavagna

Inutile nasconderlo ancora: non mi va di scrivere. Lo sto facendo un po’ molto forzatamente assai. Da quest’estate sono allergico non solo al blog ma alla penna in genere. Alla carta, al calamaio, alle cartucce, all’inchiostro, al nero di seppia e al sangue. Allora, mi chiedo, perché continuare? Questa è una di quelle domande a cui non troverò mai risposta. Come quelle sull’origine del mondo, sull’esistenza di altre forme di vita nell’universo, sul parmigiano nella pasta con i tenerumi, sul sesso senza amore, sul sesso con umore, sul sesso con le more, le fragole e la panna modello 9 settimane e mezzo. Ecco, poi decido di scrivere e vengono fuori solo cazzate, senza pensare.
Oggi l’ho fatto per un attimo. Pensare è stato un evento eccezionale che chissà quando potrà ripetersi. Ho preso un pezzetto di gesso e, su una lastra di ardesia, ho tracciato una linea. Retta per me, curva per il resto del mondo. A sinistra le cose brutte, a destra le cose belle. A sinistra il mese di agosto 2004, le persone che ho conosciuto, le esperienze che ho vissuto. A destra il mese di agosto 2005, le persone che ho conosciuto, le esperienze che ho vissuto. A sinistra i ricordi cupi di Lei, a destra alcune di quelle che, negli ultimi dodici mesi, hanno provato a riempire il vuoto: quella che a 27 anni era ancora vergine, quella a cui era morto il fidanzato, quella che era sposata da un anno, quella lesbica, quella che viveva a centinaia di chilometri dalla mia città (non sei tu), quella completamente priva di forme neuronali ed ora quella fidanzata da quattro anni. Solo ora mi spiego perché l’altra sera un mio caro amico, nonché fratello di Lei, mi ha detto “ma una storia normale no?”.
Lui l’ho messo a sinistra, mi stava rompendo le palle. A destra ho adagiato la mia nuova casa: potevo scrivere solo “casa” ma non avrebbe reso l’idea; potevo scrivere “nuova casa” ma avrei pensato all’ennesima stanza in affitto; “mia nuova casa” mi è sembrato adatto, è mia e non ci sono dubbi. Poi ho pensato al notaio, al tipo dell’agenzia immobiliare, al perito e al geometra e li ho messi a sinistra insieme a tutti i soldi che mi hanno fregato. Di riflesso (mica tanto però) ho pensato anche alle tasse e allo Stato ladro e allora ho schiaffato a sinistra anche il suo più degno rappresentante, così in modo simbolico. Bello vederlo a sinistra, lui, Berlusclown.
Ricordandolo, ancora una volta di riflesso, ho pensato a quelli della sua altezza ed alla mia impareggiabile idea per far soldi: un negozio di articoli per nani. Un’attività tramite il quale vendere, che so, i telefonini più piccoli in commercio, mouse e tastiera mini, i puffi per il giardino, le posatine e i piattini nel tavolino con le sedioline, gli abitini, le librerie con gli scaffali più bassi, i libri tascabili… insomma tutto in formato ridotto. Come il mio cervello. A destra lui e il negozio.
A sinistra, insieme ad una pietra tombale, ho posto anche il bastardo che mi ha rotto lo specchietto dell’auto. Poi gli ho affiancato il mio capo, Rita Pavone che non mi ha mai fatto niente se non un’innata ed inspiegabile antipatia e i pagliacci che mi hanno rovinato l’infanzia. A destra, per equilibrare, ho messo Moana e Cicciolina che mi hanno portato via l’infanzia in cambio dell’adolescenza, gli U2 che per me hanno trasformato i rumori in musica e It, quello di Stephen King, che ha centralizzato su di sé tutta la mia avversione per i clown. Berlusclown escluso.
Continuando: a destra il mare, l’acqua dolce e salata, la mia attrezzatura subacquea, i pesci e l’acquario che non ho perché sono pesci. A sinistra la montagna, Maometto e tutte le religioni che non ho perché sono ateo. A destra mio nipote che oggi compie tre anni e i trent’anni che vorrei avere anch’io. A sinistra e a destra Gaber che cantava una canzone con la destra e la sinistra.
Scontato dire che tutte le mie passioni vanno a destra e che quelle degli altri vanno a sinistra. La mia squadra del cuore la metto a destra, in alto alla classifica, sperando che ci resti per tutto il campionato.
A destra… ops… il gessetto è troppo piccolo. Posso sistemare solo le ultime due cose. Che poi sono le uniche che mi rimangono: Lei e tutto il resto. Potevo perdermi in un’infinità di ragionamenti su questi ultimi due punti. L’ho fatto. Ci ho riflettuto. Lei come persona, come ideologia, come unica storia d’amore importante. Tutto il resto come contrapposizione a ciò che mi ha reso felice e mi ha fatto soffrire, come sfogo e rifugio, come piccole e grandi emozioni, come vita da vivere. Sì, ci ho pensato tanto. Finché ad un certo punto ha prevalso l’istinto, l’attimo, facendomi realizzare che Lei e tutto il resto alla fin fine sono una cosa sola, sono questo blog e sono una cosa bella.