Polso

Qualcuno ha premuto un tasto. So chi è quel qualcuno. Non so quale sia il tasto ma lo scoprirò tra poco.
Al polso destro ho tre braccialetti. Non sono dei veri e propri braccialetti ma stanno lì, vicino la mano. Nessuno dei tre ha un gancio di apertura o chiusura. Nessuno dei tre è stato acquistato, nessuno ha mai avuto un costo. Nessuno dei tre sembra avere valore.
Il primo non è altro che un filo di nylon molto resistente le cui estremità sono inserite in un cilindretto di rame schiacciato con una pinza. Non posso toglierlo senza tagliarlo. Non passa attraverso la mano e non si usura col tempo. E’ al mio polso da almeno quindici anni, quando una mattina d’estate mio padre, che stava armeggiando con una corda usata per le aste dei fucili subacquei, disse a me e mia sorella se volevamo un braccialetto, così per gioco. Dopo tanto tempo sia io che mia sorella portiamo ancora al polso quel pezzo di nylon. Il braccialetto è il più rigido dei tre, il più difficile da togliere e il meno fastidioso. Ogni istante della mia vita è presente. In ogni istante la mia famiglia è presente. La mia famiglia è il presente.
Il secondo è un nastrino rosso, di quelli che si usano per i confetti delle lauree. Le estremità sono legate, incollate e bruciate. Anche questo non posso toglierlo senza tagliarlo. Non passa attraverso la mano e viene lentamente logorato dal tempo. Tuttavia è molto resistente. E’ stato il primo oggetto che Lei mi ha donato, quando ancora non stavamo insieme. Me lo aveva legato al polso, l’ho portato per un po’, poi l’ho messo da parte e conservato con cura per anni. L’anno scorso, finita la nostra storia, l’ho rimesso legandolo più saldamente. Fra i tre è quello che si nota di più, che ha il colore più acceso. E’ meno resistente del primo ma più del terzo. E’ il passato. Mi ha fatto diventare quello che sono e rappresenta la parentesi più importante della mia vita, quella in cui ero innamorato. Un legame tanto forte da essere secondo solo a quello dei miei famigliari.
Il terzo attualmente è un elastico per capelli. E’ nero, il più spesso dei tre. Passa attraverso la mia mano perché entra ed esce e viene continuamente sostituito da un suo simile. Ne ho avuti parecchi altri, colorati e scuri, sempre elastici. Devo poterli togliere in qualsiasi momento. In genere mi vengono regalati da un’amica e restano con me finché ne ho voglia o finché un’altra amica non me regala uno nuovo. Ne ho avuto uno per un paio di giorni, altri per settimane. Dopo la famiglia e l’amore, questo rappresenta l’amicizia: gli amici che vanno e vengono, quelli sempre presenti, quelli che cambiano perché lo vuoi tu o perché lo vogliono loro. Sono il futuro mutevole e imprevedibile che non identifico con un nome o con un volto. Sono i rapporti con le persone che ho incontrato e che incontrerò, che attraverseranno la mia strada con la stessa facilità con cui posso togliere e rimettere il braccialetto e che comunque lasceranno l’impronta del loro passaggio.
Sembrerà strano ma tutto questo l’ho realizzato solo adesso. Non mi ero mai posto domande su cosa portassi al polso. Questi simboli, questi significati non esistevano fino ad ora. E’ stato curioso e divertente rifletterci sopra e mi stupisce aver attribuito a questi inutili oggetti una storia.
Qualcuno ha premuto il tasto. Il tasto è quello che speravo, quello del play, quello che mi permetterà di scrivere ancora. Sul blog, sull’agenda, su un pezzo di carta. O su una strada che porta il mio nome e che percorro alla velocità di sempre, con la sicurezza di una famiglia, i colori degli amici ed il ricordo e la speranza di un amore, come un vecchio nastro quando suona una gustosa melodia da ascoltare e riascoltare e anche interrompere… sì, perché alla fin fine la persona che preme i tasti sono io.

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