Vinco io

Top: Apro. Uno.
M.: Vedo.
D.: Vedo.
I.: Facciamo tre.
Top: OK.
M.: Proviamo…
D.: Va bene tre.

Tempo. La bottiglia vuota di Bailey’s spicca ancora sul tavolo. I bicchierini raccolgono sul fondo le ultime gocce. Tutto sembra troppo verde.

Top: Per me tre.
M.: Anche per me.
D.: Io ne cambio una.
I.: Servita.

Tempo. In mezzo al verde sono evidenti già da un’oretta i primi segnali di quanto sta accadendo: un paio di orecchini, una fede, una camicia, un maglione.

I.: Cinque.
Top: I tuoi cinque più altri tre.
M.: Io no.
D.: Ne aggiungo due.
I.: Vedo.
Top: Vedo. Che hai?
D.: Full. Tre regine e due sette.
I.: Io una scala minima… mannaggia!
Top: Due jack… più altri due…
D.: Bastardo! Hai cambiato tre carte!
I.: Assurdo! Stasera hai troppa fortuna!

Tempo. Poco. Facce attonite e sorridenti si incrociano con gli sguardi.

Top: Lo sai che significa questo, D.?
D.: Lo so, lo so!
Top: Via il reggiseno…

Un post qualunque

Se fosse un giorno qualunque, mi verrebbe voglia di scrivere due righe per aggiornare il blog. Guarderei la data dell’ultimo post per rendermi conto di quanto tempo sia passato senza che io fossi presente. Tempo passato, io presente, quand’è il futuro? Sfoglierei l’agendina per riflettere su cosa mi è accaduto negli ultimi giorni. Sfoglierei la memoria per strapparne una pagina, farci una barchetta e lasciarla navigare per la rete.
Se fosse un giorno qualunque, prenderei una penna per ricordarmi del periodo in cui la utilizzavo per scrivere e non per
sporcare. Aprirei un documento in Word ed inizierei a digitare parole a casaccio, senza ordine, come un puzzle: si apre la scatola, si buttano le tessere sul tavolo, si cerca di ordinarle. Una sola disposizione con tutti i pezzi obbligati a rispettare gli altri. Non come le parole che invece fanno quello che vogliono, formare un’infinità di quadri o quadrare in un’infinità di forme. Possono mancare o abbondare. Ecco Martina: una dolce parola che mi avanza e che non so utilizzare, troppo misteriosa. La metto quì sperando che qualcuno mi aiuti a posizionarla.
Se fosse un giorno qualunque, una volta terminato il puzzle, lo rileggerei per decidere se pubblicarlo o se lasciarlo
maturare insieme a tanti altri che hanno fatto la stessa fine. Forse lo farei passare, lo esporterei sul blog e aspetterei di leggere qualche commento che ne dimostri il valore.
Se fosse un giorno qualunque, spegnerei il PC dopo un propedeutico Ctrl+Alt+Canc, per fargli capire chi comanda, che non sono suo schiavo, che posso tradirlo con un libro o con una birra in compagnia.
Se fosse un giorno qualunque, con leggerezza e per il solo piacere di scrivere, avrei fatto qualcosa del genere.
Si dà il caso che oggi sia un giorno qualunque.

La chiave

Ho trovato una chiave per terra. Una piccola chiave di metallo, lucida, un pò sporca ed usurata dalla permanenza per strada. Portava impresso lo stesso marchio di numerosi altri suoi simili, non necessariamente uguali a lei. Manteneva la forma per la quale era stata creata, senza dubbio era in grado di funzionare. L’ho raccolta.
Quell’oggetto così comune, per quanto ne sapessi, avrebbe potuto aprire un mondo: una porta, una cassa o un lucchetto. O il lucchetto di una cassa dietro una porta. Poteva appartenere ad un cancello o ad un armadietto o ad un qualche cassetto. Il suo profilo escludeva l’ipotesi di un legame con un’auto o un qualunque mezzo di trasporto. Allo stesso modo, non poteva avere niente a che fare con una cassaforte o con qualcosa di elettronico. Era una chiave semplice, forse nemmeno originale. Un duplicato.
Quella chiave, nelle mie mani, non aveva più alcuno scopo di esistere. Era diventata inutile. Non avrebbe aperto più nulla nella sua esistenza. Si era smarrita lei ed era smarrito il legame con la sua missione, con la serratura che avrebbe dovuto aprire. O chiudere. Al contrario, la serratura aveva molte più probabilità di trovare una nuova compagna ma poteva anche accontentarsi di quelle che gli erano rimaste.
La piccola chiave era nata con uno scopo ben preciso: infondere sicurezza. Probabilmente non assolveva l’incarico da sola, avrà avuto delle sorelle, magari gemelle, adibite allo stesso scopo. Ora però era sola. Era unica. Aveva perso la sua identità per tornare ad essere un pezzetto di metallo. Con una storia dietro, una storia da raccontare, un legame solido che solo il fato ha potuto spezzare.
E’ come me quella chiave, anche se non può più definirsi tale. Non darà più sicurezza per come era abituata. Lo farà con le mie speranze. Le ho dovuto e voluto attribuire infatti un nuovo compito: portarmi fortuna. Quella stessa fortuna che lei non ha avuto. Quella fortuna che anche a me è stata negata. Perchè io e quel ciondolo di metallo abbiamo molto in comune: abbiamo perso la nostra ragione di vita.
Lei però è ancora lì. Non si è spezzata, non si è piegata. E’ rimasta in balìa degli eventi ed ha trovato me. Non potrò ridarle quello che aveva ma la porterò sempre in tasca.
Così io attendo. Mi lascio trasportare dal tempo senza piegarmi. Non ho perso la forma originale e la mia attitudine, quella umana, è rimasta invariata: sono ancora capace di amare. Così come la chiave ha fatto con me, aspetto ora una mano che mi prenda e mi porti con sé.

Fantasia e realtà

A volte la linea che divide fantasia e realtà diventa così sottile e frammentaria che si riescono a distinguere i punti che la compongono. Quando ciò accade, non è impossibile che i due spazi vengano a contatto.
Topper conosce bene questo fenomeno. Sfruttandolo ha avuto successo dove non poteva immaginare: ha baciato una donna inarrivabile, ha incontrato amici che pensava non avrebbe mai visto, ha imparato a scrivere ed è sopravvissuto ad un incidente. Ha viaggiato a piedi lungo i binari del treno e ha dormito nel deserto.
Ma non si è fermato qui. Topper è riuscito a volare senza ali, è tornato indietro nel tempo per assicurare serenità alla sua vita attuale, ha aperto un caffè letterario in pieno centro, ha litigato con Bono Vox. Ha realizzato il primo desiderio tante volte. E’ anche morto.
Tutto questo è successo nella realtà. Topper però non sa quanta fantasia fosse presente in questa realtà. O forse era la realtà ad essere immersa nella fantasia. Chissà.
Lui ha vissuto queste esperienze, potrebbe raccontarle e descriverne i dettagli. Non ne dimenticherà nessuna. Perchè c’era.
Questo mondo è il mondo dei sogni. Quelli che si fanno dormendo, quando gli occhi non guardano l’esterno ma analizzano lo spirito, quando la linea che divide fantasia e realtà diventa così sottile e frammentaria che il corpo riposa e la mente va.

Harakiri

Per la cultura nipponica, l’harakiri rappresentava una forma rituale importantissima, attuata fin dall’epoca dei samurai che preferivano il suicidio ad una morte disonorevole per mano del nemico. Veniva praticata secondo l’antico rito del seppuku, il cui atto consisteva nell’infilarsi nel ventre, mentre si è inginocchiati, una spada dal basso verso l’alto, tenendola con entrambe le mani. Ad oggi, chi sceglie questo tipo di suicidio deve sapere benissimo come metterlo in pratica. Occorre un colpo deciso e violento altrimenti si rischia di rimanere vivi per un pezzo per poi morire per dissanguamento, il che non è molto onorevole visti i buoni propositi. Per quello sarebbe bastato tagliarsi le vene.
In occidente la valenza dell’harakiri è difficilmente riscontrabile. La forma di suicidio preferita, il suicidio nobile per eccellenza, è il colpo di pistola, idealizzato in maniera impeccabile da alcuni film di Hollywood in cui l’immancabile pluridecorato generale dei marines, implicato in un processo che rovinerebbe per sempre la sua immagine, decide di togliersi la vita sparandosi una pallottola in testa dopo aver indossato l’abito militare da cerimonia con tutte le medaglie bene in vista sul petto, giusto per far capire che gran pezzo d’uomo fosse. Anche in questo caso il colpo deve essere deciso: basta una sciocchezza, una mano tremante o un ripensamento all’ultimo secondo, per mandare tutto a farsi benedire.
I contesti sono noti. Per le rispettive civiltà, i samurai con le infradito erano eleganti almeno quanto i generali con le medagliette. La preparazione procurava loro anche un certo sollievo, ancora un po’ e tutto sarebbe finito. Il gesto finale richiedeva indubbiamente una certa dose di coraggio: il samurai non poteva permettersi il disonore di non essere capace di togliersi la vita; il generale sì ma non gli conveniva perché lo avrebbe fatto fuori qualche altro.
Il buon Topper, un po’ samurai, un po’ generale, nel suo intento non poteva esser da meno. Anche la sua preparazione era stata accurata. Notte insonne con la vita che gli scorreva davanti. Gioie, dolori, diavoli e peccatucci. Sveglia alle otto in punto. Abbondante colazione come non l’aveva mai fatta. Barba e doccia. Poi di nuovo barba, giusto per incutere terrore ai peli che avevano intenzione di ricrescere. Abito delle migliori occasioni, cioè scontatissimo. Un ultimo riflesso allo specchio e via in ufficio. In mattinata telefonata a mamma senza nulla far trapelare e saluto agli amici più cari. Sorrisi e fiumi di cordialità per tutti. Congratulazioni ai colleghi per l’ottimo lavoro svolto in questi anni. Niente testamento, non c’era motivo: Topper aveva solo Topper e presto ne sarebbe rimasto ben poco, forse un Top o forse una T.
Nel primo pomeriggio gli ultimi dettagli. Localizzato il luogo adatto affinché nessuno potesse intromettersi, bisognava controllare l’arma. In questo i samurai erano avvantaggiati perché era difficile che la spada non penetrasse nell’addome. Per i generali poteva esserci qualche problemino in più. Ecco perché, dopo essersi agghindati per benino, seguivano il classico rituale della pulizia della pistola. Topper non aveva né una spada di Hattori Hanzo né una Smith&Wesson ma un telefono cellulare. Non aveva trascurato nulla: batteria carica con iconetta tutta colorata, credito incrementato la mattina stessa, ricezione ottimale con quattro tacche. Con quel telefono, Topper l’avrebbe fatta finita. Con quello avrebbe buttato gli avanzi della sua vita nella spazzatura. Con quello aveva deciso di chiamare Lei dopo tre mesi in cui era riuscito ad evitare l’impulso suicida.
Presto Topper topperà.

Un ricatto

Il messaggio diceva: se vuoi avere il cartoon devi darmi in cambio le tue parole, ora! Quelle ultime tre lettere erano le più pesanti: ORA.
Un ricatto? Sì. Perché? Così.
Non nascondo che la richiesta mi ha colto alla sprovvista. La rivendicazione è arrivata subito ma è rimasta anonima, oscura. Lo scambio doveva essere fatto in un luogo di pubblico dominio, accessibile a chiunque. E il lavoro doveva essere eseguito bene: una creazione originale senza scopiazzature né riesumazioni. Il ricattatore era stato chiaro.
Dove potevo prendere quelle parole e come fargliele avere così in fretta? Il problema non poteva essere sottovalutato, soprattutto perchè al momento non avevo tale disponibilità lessicale. Avrei voluto ricorrere ai miei fondi ma non potevo… niente scopiazzature né riesumazioni!
Ho considerato l’ipotesi di rinunciare. La stanchezza e gli effetti dell’alcool portano sempre ad una sola meta: una rete metallica con un un materasso sopra, lo chiamano letto. Ma il cartoon… il cartoon doveva essere mio a qualunque costo. Troppo importante il suo valore affettivo, interessante la sua provenienza, attraente la sua rappresentazione.
Alla fine ho fatto ciò che non mi aspettavo: ho pensato. Ho trovato una strada e l’ho seguita per dimostrare a me stesso che la mia mente fosse ispirata, non spirata, non pirata (niente scopiazzature…) e non irata ma viva, originale ed in pace col mondo.
Ed eccole le parole, ecco il pensiero originale. Ecco questo post.
ORA sono le tre. ORA che il riscatto è stato pagato, vorrei il mio cartoon.
E se questo non dovesse arrivare, beh… la vendetta sarebbe lieta. Recupererei ORA le tre pesanti lettere per mutarle in tre pesanti parole.
TI VOGLIO BENE.

160 caratteri

Ovunque e con chiunque tu sia, ovunque tu vada, qualunque sia il sentimento che provi per me, io ti porterò nel mio cuore, in silenzio e con affetto enorme. Xxx

160 caratteri. Pochi minuti a mezzanotte. Niente brindisi, niente lacrime. Poi una bottiglia di Jack Daniel’s, una villa abbandonata, una strada da dimenticare, un tatuaggio. Il buio. Una scatola metallica. Sorrisi e lampi. Riquadri colorati pieni di gente. Un volto sconosciuto. Un’espressione mai vista. Qualcosa di nuovo in due pupille rosse. Sembra non abbia pensieri. Come un libro aperto. Chissà perché il suo viso è tra quelle foto. Non lo capisco. Non so ancora chi sia. So soltanto che qualcuno lo chiama Topper.