In amore

In amore il sospetto non esiste: nel momento esatto in cui si insinua nella mente, esso cessa di esistere e diventa un fatto.

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Una telefonata

Stavo scrivendo oggi. Prima di cena avrei pubblicato un altro post.
Poi è arrivato ciò che non mi aspettavo.
Una telefonata inattesa.
Una persona inattesa.
Una chiaccherata inattesa.
Una conclusione ovvia (e ti pareva?).
Pensieri confusi ruotano in una mente assente. Le gambe tremano senza terremoto. Le parole non escono benché sia rimasto a bocca aperta.
Ho deciso però di fare la cosa più giusta per affrontare questa situazione. Avrei dovuto provarci prima ma non ho potuto. Ora ne sono più che convinto, nessuno potrà impedirmelo. Prendo finalmente una decisione che domani mi farà aprire gli occhi: me ne vado a dormire.

Il colpo

Oggi. Pausa pranzo. Tre tipi loschi si aggirano per un centro commerciale. Si tratta di Topper, Sergio e della loro collega, nonché sorella acquisita, Milena. Si fermano a mangiare: lui un panino, lei un panino, l’altro un panino. Un totale di tre panini. E due lattine di Coca. Si separano per una manciata di minuti. Si rincontrano poco dopo: Topper con due libri in mano, Sergio con un gioco per la Playstation, Milena con tre bottiglie di vino. I tre hanno sicuramente qualcosa in comune… non è ben chiaro cosa ma ce l’hanno…

C’è tempo. Decidono di fare un giro.

Topper: Torniamo al reparto libri? Vorrei dare un’altra occhiata.

Sergio: OK.

Milena: OK.

Nel reparto libri Topper, per l’ennesima volta, si ritrova in mano “Il codice Da Vinci”. Per l’ennesima volta lo ripone sullo scaffale.

Milena: Che libri hai preso?

Topper: L’ultimo di Montalbán e il nuovo romanzo di Giorgio Faletti.

Sergio: Ma è davvero così bravo Faletti?

Topper: Il primo libro non è un capolavoro. Non ti nascondo però che mi è piaciuto. Prendo questo per curiosità…

Milena: Prendi un’altra copia, questa è rovinata.

Sollevando un paio di copie del libro, Topper nota un libricino verde, lì in mezzo a tutti i volumi di Faletti. Sembra un libretto di risparmio. Lo prende in mano.

“Calendario Atlante De Agostini” c’è scritto sulla copertina. Topper lo apre incuriosito: “Anno 1905 – Roma, Istituto Geografico G. De Agostini & C.”.

Topper: Mile, guarda questo libretto…

Milena: Che ci fa qui in mezzo?

Topper: Boh? Guarda: c’è scritto 1905. Può essere?

Milena: Di sicuro non l’hanno stampato di recente…

All’interno del libretto cartine geografiche di tutto il mondo: Impero Russo, Impero Ottomano, Impero Cinese, Impero Giapponese, Persia, Grande Oceano Pacifico…

Topper: Cazzo, quanti imperi! Per fortuna che oggi ne esiste solo uno…

Milena: Top, guarda il prezzo: L. 0.60. Che sono? Centesimi di lire?

Topper: Forse, nel 1905… Guarda quanto lo vendono ora invece!

Milena: Stì cazzi!

Sergio: Ragazzi, andiamo? Si è fatto tardi.

I tre tipi loschi si dirigono verso la cassa. Topper cammina con Faletti e Montalbán. E con il Calendario Atlante De Agostini. E’ nervoso. Se fumasse, fumerebbe. Non controlla il suo corpo. Un pezzetto in particolare agisce per proprio conto: è la mano sinistra. Il dito indice si muove da solo. Che sta facendo? Gratta. Il codice a barre magnetico viene via come niente. Il Calendario Atlante De Agostini ora non costa nulla, soltanto pochi centesimi di lire. Non ha valore.

I tre tipi loschi arrivano alla cassa. Topper tiene sempre il Calendario Atlante De Agostini in mano. Arsenio Lupin gli ha insegnato una cosa: se non vuoi farti notare da nessuno, mettiti bene in vista. Topper tira fuori il bancomat e paga. Il cassiere pensa che Milena sia la sua ragazza. Milena pensa che il cassiere sia deficiente. Topper pensa che Milena abbia ragione. Sergio non pensa, si è già diretto verso il parcheggio a prendere l’auto.

Topper e Milena escono.

Milena: Ma sono proprio rincoglionita! Non mi ero nemmeno accorta che avessi comprato pure il libr… lo hai comprato, vero?

Topper: …

Sergio: Via, via, via!

Topper non ci ha dormito tutto il giorno. Infatti non poteva, era in ufficio. Non ha mai fatto niente del genere, se si esclude quella rapina in banca dell’anno passato. Non sa se sarebbe capace di rifarlo. Non ne avrebbe bisogno, il libretto lo ha preso ormai. Non giudicatelo male però. A volte agisce senza pensare. A volte sbaglia. A volte si pente. Questa volta no.

Malaguena Salerosa

Imbottigliato nel traffico, in preda ai nervi, con la mente un pò sconnessa e la voce che, a metà tra il cantare e il gridare, si anteponeva al sottofondo musicale di Malaguena Salerosa, pensavo…
“Chissà se esisti veramente. Non ho mai creduto in te e probabilmente non lo faccio nemmeno ora. E’ risaputo però che il bisogno, la debolezza, l’impotenza, a volte, inducono anche in queste esternazioni, vani tentativi per riappacificare la ragione e l’illusione. Non voglio pensare a te come l’ultima spiaggia, quella della disperazione, in genere si crede sia possibile uscirne da soli o arrivarci da soli. Ora però sono qui, senza conoscerti, senza mai avere avuto prove della tua esistenza. Eppure nella mia infanzia eri molto presente, anche se per strada ho poi perso la passione. Ciò non mi impedisce però di guardare in cielo ogni tanto e sperare di incontrarti. Lo fanno in tanti, sai. La gente parla di te da molto tempo. In questo mondo ti conoscono tutti e, anche se ti presenti con nomi diversi, resti unico e solo. Sanno cosa possono fare la tua forza e il tuo cuore. Io stesso ho letto molto su di te. I miei occhi hanno trovato la tua immagine e, specialmente il tuo simbolo, raffigurati in una miriade di luoghi. Solo un uomo in apparenza, un individuo come tanti che ha compreso la natura umana, accettandola e lottando per salvaguardarla nonostante tutto. Adesso ho bisogno di te più che mai. Magari potessi tirarmi fuori da qui. Non è un caso di vita o morte e non so perché dovresti aiutarmi ma guardo lo stesso il cielo e ti prego… ti prego con tutto me stesso… se davvero esisti… aiutami superman!”.

Cedere

Sto cedendo, lo sento. Prima di questa notte, quando il sonno cancellerà tutto, le lacrime scenderanno da sole e non sarà facile asciugarle, scaveranno il viso come solchi di un aratro ma nessun raccolto premierà l’affanno. La domenica non mi aiuta per niente, l’ho sempre detestata per la malinconia che porta con sé e che distribuisce nelle giornate autunnali. Il problema però non sono le lacrime, a quelle mi sono abituato, le conosco bene ormai. Il problema sono le conseguenze di queste dannate lacrime, così amare che non riesco a trattenerle dentro di me e così pesanti da darmi sollievo quando mi abbandonano.
Piangerò, mi sta bene, e poi? Diventerò debole, riprenderò il telefono per comporre un numero che ho quasi dimenticato… non è vero, lo ricordo benissimo… ma non arriverò all’ultima cifra, troppa paura di non trovare le risposte che vorrei, risposte che non esistono se non nella mia fragile mente. E allora mi verranno a trovare i soliti compagni di sventura: disperazione, rabbia, sfiducia, smarrimento… sono fortunato se verranno soli. Quando portano i loro amici è la fine, il caos. Amici che portano amici, questa sarebbe la mia via d’uscita. Amici giusti che in questo momento non ho.
Mi chiedo quando diventerò uomo, quando apprezzerò le cose semplici del quotidiano. Ho quasi realizzato il sogno di una vita, la casa, c’è chi non ci riuscirà mai. Eppure non sono pienamente soddisfatto, non mi sento appagato. Non riesco a godere di questa gioia. Ho lottato per arrivarci, ho fatto sacrifici e tanti me ne aspettano. Li farò con piacere. Però mi manca qualcosa, mi manca tantissimo. Cosa sono diventato? Un bambino viziato che vuole sempre tutto, di più e subito? Non penso alle persone che soffrono per me? Qualcuno si sta già stancando di venirmi dietro, pensava che a questo punto avrei già dovuto stare bene. Il mio telefono non squilla più come prima. In compenso ho finito il credito pur avendo decimato la rubrica…
Stasera piangerò. Perché non capisco ancora cosa mi sia accaduto, come sia stato possibile, dove abbia sbagliato. Un senso di fallimento e di inutilità mi pervade da mesi, dominando spesso la ragione. Non ho nemmeno più il coraggio di affrontare l’argomento, mi fa troppo male riesumare il recente passato. Non sarei capace di raccontare cosa ho vissuto. Vorrei affrontare il mio malessere ora, non le sue ragioni. Per questo scrivo, mi aiuta: la ricerca delle parole, lo sfogo che possono offrirmi, la consapevolezza di lasciare una traccia del mio pensiero rappresentano una specie di terapia. E se terapia non fosse, quantomeno mi intrattengono.
Quando ricomincerò a ridere come una volta? Dovrei ridere, ridere sempre, non piangere. Ma come si fa? Chi può spiegarmelo? Ho un pessimo carattere, me lo dicono in tanti, forse dovrei usare un Comic Sans o un Times New Roman… ok, ok, era una battutaccia, non ho saputo resistere…
Sto cedendo, lo sento. Prima di questa notte… ho mentito, sto già piangendo.

A prima vista

L’avevo notata per la prima volta una mattina di qualche tempo fa, percorrendo una strada alternativa per andare al lavoro. Un’occhiata veloce e nient’altro. Sapevo che stava in zona ma solo quella mattina mi ero accorto di quanto fosse attraente. Nei giorni a seguire, più volte ho ripercorso quella strada per vederla, anche se il traffico avrebbe dovuto indurmi a prendere la via più classica. E’ un periodo in cui mi proietto anima e corpo in tutto ciò che possa darmi sollievo. Ecco perché ho deciso che dovevo sapere di più sul suo conto.
Un pomeriggio di ottobre, il fatto eccezionale. Quasi per caso, conoscenze comuni mi permettono di incontrarla. Non potevo crederci. Ogni tanto, qualcuno si degna di poggiare il suo occhio benevolo su di me. Una botta di fortuna con la C maiuscola. Chiaramente non eravamo soli, almeno per il mondo che ci circonda. Ci siamo trovati in quattro-cinque a parlare del più e del meno: dove abiti, che lavoro fai, come hai conosciuto tizio, perché hai litigato con caio…
La prima impressione è quella che conta e quel giorno stava contando bene. Piccolina, ben proporzionata, molto curata, tutte le cose al posto giusto. Radiosa e disponibile. Non ho mai pensato fosse particolarmente appariscente. Non sembrava una di quelle che attirano sguardi e catturano consensi al primo impatto ma per essere carina era carina. Davvero una bella scoperta. L’amore è un’altra cosa, il mio cuore però batteva con ritmo incostante, come non faceva da tempo.
In effetti, l’attenzione di tutti era rivolta a lei. Io non riuscivo a guardare da nessun’altra parte, mi sentivo circondato dalla sua presenza. Lui invece alternava occhiate di ammirazione per lei a frecciatine sospettose per me. Sì, c’era pure un lui, tanto simpatico quanto geloso delle sue cose. L’occhio benevolo si era spostato da un’altra parte. Mi ero invaghito di una sua “proprietà”.
Non avendo niente da perdere, non me ne sono fatto un problema. La ricerca della fiducia in me stesso aveva trovato una tappa importante in quell’episodio. Si sono susseguiti altri incontri nel frattempo, alcuni veramente casuali, altri falsamente. Non era un mio pensiero fisso ma mi interessava parecchio. Al tempo stesso però avevo paura. Paura di correre, di restare deluso, di attaccarmi a qualcosa che non potesse darmi garanzie sul futuro. Ciononostante, per tutta la scorsa settimana, ho cercato di convincermi che non fosse così inarrivabile. L’ottimismo derivava soprattutto da alcune confidenze fattemi dal ragazzo che mi ha portato da lei. Questo ragazzo, molto amico del tipo geloso, non sopportava che lei fosse trattata come un oggetto. Ho capito che lui ultimamente la usava soltanto e non le dava più l’amore di cui aveva bisogno. Ora si era stancato ed aveva confidato all’amico che voleva lasciarla. Ma era stato davvero un incontro casuale il nostro?
A stento, sono riuscito a mettere ordine nei miei pensieri. Era una situazione veramente insolita per me. Che c’entravo io in tutto questo? Ero davvero interessato a questa storia?
Sembrerà strano che ne abbia parlato anche con i miei genitori. Abbiamo riaperto le porte del dialogo da un po’ di tempo. Non mi stupisco di avergli confidato anche questo, sentivo di doverlo fare. Non nuovi a fatti del genere, mi hanno consigliato di insistere con l’amico. L’ho fatto. Col suo aiuto, ho parlato di lei anche col tipo geloso… ma poi geloso di che? Non voleva liberarsene?
Beh, deciso come non mai ad arrivare al mio obiettivo, gli ho fatto una proposta. L’ha accettata.
Presto sarà mia, quella piccola, radiosa, accogliente casetta di periferia.

Una piacevole conversazione

Un’allegra e grigia giornata di pioggia. Ore 18.00 passate da un pezzo ed io, inguaribile stacanovista, ancora mi intrattengo in ufficio, intento a completare una relazione di notevole importanza per la mia carriera ovvero il post che avrei pubblicato da lì a breve. Considerato anche che non sono capace di stare con le mani in mano, soprattutto perché ce ne vorrebbero almeno tre, ne utilizzo una per impugnare la cornetta del telefono e chiaccherare simpaticamente con la persona che, più di tutte, ha cercato di aiutarmi in questo periodo nero. E’ stata fondamentale la ragazza dell’166. Voleva darmi una mano, quel pomeriggio ma non era il caso, avevo da fare.

Zitto zitto arriva il capo. Non sapevo che, quel giorno, quell’individuo avrebbe pronunciato le parole che mi avrebbero cambiato la vita.

– Top, puoi venire nella mia stanza o stai andando via?

– Non c’è problema, arrivo subito.

Mi tolgo la giacca e vado. Nel frattempo penso: “Lo sapevo, lo sapevo… ora non potrò andare in piscina!”. Ho un ottimo rapporto col capo. Mi serve per separare le orecchie e far crescere i capelli e, probabilmente per questo, tutti i giorni me lo porto sulle spalle.
Non mi dilungherò a citare i dettagli, anche perchè non ce ne sono stati e passo direttamente al sodo.

La conversazione, per sommi capi (anche se di capo ce n’era uno solo e tutt’altro che sommo), è stata questa:


– Top, vuoi dirmi qualcosa?

– Non so, dimmelo tu.

– So che è difficile parlarne ma provaci.

– E’ difficile parlare di ciò che non si conosce.

– Parliamone.

– Parliamone.

– So cosa stai passando.

– Eh già! Bella la foto di tua moglie con la nuvoletta che dice TI AMO!

– Conosco il tuo problema.

– Belle le foto dei tuoi bambini!

– Capisco benissimo le tue ansie.

– Bello lo sfondo del desktop con tutta la famiglia!

– Cosa posso… scusami, squilla il telefono. E’ mia moglie. Amò, dimmi…

– Bella l’immagine di tua moglie nel cellulare!

– Se hai bisogno la mia porta è sempre aperta.


La chiudo e vado in piscina.

Mentre cammino ripenso a quelle mie risposte. Quanto avrei voluto dargliele veramente!