Delitti esemplari

Un libretto di poche pagine che si può leggere in fretta ma che è meglio gustare con calma, assaporando le azioni e le futili motivazioni dei delitti raccontati in brevi trafiletti. E’ una raccolta di fatti reali che l’autore ha messo insieme in forma anonima e che, tra gli altri, da quanto ho letto in giro, avrebbero potuto ispirare Piersandro Pallavicini per “L’arte del buon uccidere“, libro del quale avevo apprezzato solo l’idea di base. Così ho cercato Max Aub e qualche risatina me la sono fatta, specie per il tono ironico che spesso traspare o per la raffinatezza di alcune espressioni. Cose del tipo:
“ERRATA CORRIGE
Dov’è scritto:
La uccisi perché era mia
si deve leggere:
La uccisi perché non era mia”.
Niente di eccezionale, tuttavia come manuale di vita si dimostra ottimo.

Max Aub – Delitti esemplari

L’abito da sposo

Un libro che ha il potere di tenerti incollato alle pagine e che, aiutato dal maltempo, vince sulla voglia di uscire o di guardare un bel film può solo ricevere applausi, anche se non rimarrà il tuo romanzo preferito. Mi è successo questo con “L’abito da sposo”, che avevo intercettato gironzolando per Anobii e subito mi aveva rapito, tanto da metterlo in cima alla pila di letture in attesa. Poi la trama. Un noir solidissimo che scorre come un bicchiere di birra quando si ha sete e l’acqua non dà abbastanza soddisfazione. Il ritmo all’inizio è veloce, la voce narrante per mezzo di una scrittura efficace non permette che si possa perdere una riga né sorvolare su una parola. Ogni particolare tornerà utile successivamente quando, nemmeno troppo tardi, si inizierà a capire cosa diavolo sta succedendo. Lì il ritmo cambia, viene scandito dai giorni vissuti da un nuovo protagonista che prende letteralmente il comando dando agli stessi eventi tutto un altro significato. Pian piano i ruoli si invertono e i dettagli tornano a galla sotto una nuova luce, in attesa di un finale che non sarà spumeggiante ma che si aspetta con ansia e che, a differenza dell’acqua, darà molta soddisfazione. Tutto questo, a rileggere ciò che ho scritto a caldo, potrebbe assomigliare alla storia di un qualsiasi matrimonio, con i suoi fuochi d’artificio iniziali, gli alti e bassi, i diversi punti di vista, gli incontri, gli scontri, la vita insieme, la pace. La morte.

Pierre Lemaitre – L’abito da sposo

I miei stupidi intenti

Nonostante i miei stupidi intenti di convincermi che non meritasse tutti gli elogi ricevuti, devo riconoscere di aver letto un libro carino, ben scritto e pieno di significati e interpretazioni. Gli animali protagonisti non sono certo una novità ma l’autore, giovanissimo, è stato bravo a renderli umani e riflessivi, mettendo da parte gli aspetti crudi e selvaggi della natura a favore di un contesto più razionale. E’ proprio sul contrasto tra istinto e ragione che la faina Archy decide di raccontare la propria esistenza, dopo aver imparato a leggere e a scrivere, aver conosciuto la figura di Dio e aver imparato i concetti di tempo e morte. Nozioni che la porteranno ad essere più vicina all’uomo che all’animale e che pertanto le distruggeranno la vita. Gli animali infatti ignorano la morte e lo scorrere del tempo, non credono in un dio che crea e disfa a piacimento e non hanno bisogno delle parole per spiegare la loro vita. Vivono o sopravvivono e basta. Archy invece apprende, impara, pensa e ragiona e non riesce a trovare una via d’uscita dal disegno di Dio, fino a che in qualche modo accetta il suo destino e capisce che il potere delle parole (e dei libri) può renderlo immortale. C’è del moralismo tra le pagine e Zannoni, volente o nolente, appare anche molto paraculo ma riesce in pieno nel suo intento, tutt’altro che stupido, di farsi apprezzare. A differenza di Archy che della faina ha ben poco e che se ne fotte di farsi apprezzare, a patto di continuare ad esistere, dopo la morte, attraverso il racconto della propria vita. Motivo per cui il Premio Campiello avrebbe dovuto vincerlo l’animale piuttosto che l’uomo.

Bernardo Zannoni – I miei stupidi intenti

Corri Roma

L’obiettivo era di finire quei 10 km in 50 minuti. Non ce l’ho fatta ma già da tempo sapevo che sarebbe andata così, visto che non mi ero più allenato. A fine agosto, in vacanza in Grecia, mi ero portato le scarpe per correre all’alba e mantenere un minimo di forma, per poi tornare a Roma e dedicare le ultime due settimane alla corsa. Niente di tutto questo. Per colpa dell’all inclusive ho bevuto e mangiato come non mai e soltanto la prima mattina ho avuto la forza di alzarmi presto per percorrere 5 km scarsi, appesantito dalla cena e gonfio di birra. Nei giorni successivi non ci ho nemmeno provato, ho dormito poco e male, per il caldo, la cattiva digestione e altre oscenità. Tornato a casa con 3-4 kg in più sul groppone (in realtà sulla pancia), sono uscito solo una volta e in 60 minuti, seppur con qualche dura salita, ho percorso soltanto 9 km. Malissimo. Nel frattempo avevo ripreso gli allenamenti in piscina con palestra annessa, constatando di aver solo voglia di nuotare e non di andare a correre, per giunta da solo. Uno stiramento alla coscia, non ancora guarito, mi ha pure ricordato che non sono più un ragazzino e nemmeno un ragazzo (uomo non lo sarò mai ma questo è un altro discorso). Alla CorriRoma di sabato scorso tuttavia ero già iscritto e così, senza ambizioni e per puro divertimento, mezzo infortunato, ho deciso di partecipare. L’evento è molto bello, in notturna, 10 km attraverso il centro storico della capitale: piazza del Popolo, via del Corso, piazza di Spagna, via dei Fori Imperiali, piazza del Colosseo, piazza Venezia, solo per citare i passaggi più importanti. Oltre 1200 iscritti, tanti infiltrati e tanti turisti che incitavano mi hanno dato coraggio. L’autunno bussava alla porta (del Popolo), c’era freddino. Ho pensato che arrivare al traguardo in meno di un’ora, godendomi il paesaggio, sarebbe stato soddisfacente e ci ho provato. Con enorme sorpresa, man mano che procedevo mi sono invece accorto di avere un buon passo. Guardavo la gente, ammiravo i monumenti, ricambiavo il cinque, seguivo il percorso con una sola cosa in testa, che non era lì fisicamente ma era dappertutto. E intanto correvo. Ho creduto che da un momento all’altro sarebbe arrivato un calo, se non un crollo vero e proprio, l’ho quasi aspettato e invece è andata bene. Alla fine ho chiuso in 51 minuti e spicci e credo sia il tempo migliore che abbia mai fatto in gara sui 10 km. Col senno di poi credo di aver pagato soprattutto i primi 300-400 metri alla partenza, molto lenta sia per l’impossibilità di accelerare visto il casino di gente che avevo davanti e la strada stretta (via del Corso) sia per il timore di partire troppo forte. Eppure per gran parte del percorso ho mantenuto in media i 4’50″/km e non mi sono spremuto troppo. Lo stiramento mi ha dato fastidio senza però impedirmi alcun movimento. Se ci avessi creduto sin dal principio, sono sicuro che avrei chiuso sotto i 50 minuti ma chi se ne frega. Ho mancato l’obiettivo che adesso so sarebbe stato ampiamente alla mia portata. Resto comunque soddisfatto e chissà che non ci riprovi l’anno prossimo. Nuoto permettendo.

L’arte del buon uccidere

Direi che non è il miglior Pallavicini se avessi letto altro di Pallavicini. Avevo scelto il suo ultimo libro per conoscere questo autore spesso citato per ironia e sensibilità ma non sono rimasto soddisfatto. Mi sembrava simpatica l’idea, tra l’altro nemmeno originale, di individuare categorie di persone detestabili della società odierna e suggerire come eliminarle fisicamente, avrei potuto seguirla alla lettera. Peccato però che la realizzazione lasci a desiderare. Pallavicini sarà pure simpatico, il suo sarcasmo però fa ridere come un uomo che scivola su una buccia di banana, cioè sembra roba antiquata, con battute d’altri tempi, più comica che ironica. Mi ha fatto sorridere solo l’elenco delle trenta categorie di personaggi che ha stilato, perciò mi sarebbe bastato leggere il sommario per apprezzare di più sia l’autore sia il libro. Invece la descrizione di questi rompiscatole e, peggio, la modalità con cui ucciderli mi ha ricordato il nonno che ti ruba il nasino con la mano. E forse quella del nonno è la figura che meglio si adatta al buon Piersandro. Per apprezzarlo probabilmente dovrei leggere qualche sua opera più datata, di quando magari era più giovane e gioviale, ma dubito che lo farò prima di diventare nonno io stesso. Quindi mai.

Piersandro Pallavicini – L’arte del buon uccidere

Echoes

Echoes purtroppo non è la famosa canzone dei Pink Floyd della durata di 23 minuti ma l’ultima serie thriller proposta da Netflix che si fa seguire per 23 minuti scarsi prima di diventare una matassa intricata in cui perdersi. Questo perché le protagoniste sono due gemelle, identiche, che ogni anno si scambiano le vite, quindi i mariti, le famiglie, il lavoro, senza che nessuno se ne accorga, finché una delle due si ribella e sparisce. Poi però torna e, mentre la storia va avanti e i flashback svelano come le sorelle sono cresciute, non si capisce più una mazza, non si capisce chi è l’una e chi è l’altra, non lo capiscono loro, non lo capisce il regista che le scambia di continuo e non lo capisce nemmeno lo sceneggiatore perché la sceneggiatura non c’è mai stata. Pure l’attrice che le interpreta, Michelle Monaghan, che mi piaceva molto, ha una crisi d’identità e infatti ora non mi piace più. Lo scambio poteva essere il pretesto per una buona serie ma lo sviluppo lascia molto a desiderare, troppe assurdità rendono gli sforzi delle gemelle inverosimili e nemmeno l’eroe riesce a salvarle: lui, uno dei due mariti, è stato l’unico a capire il trucchetto ma ha mantenuto sempre la bocca chiusa, ha fatto finta di niente e per anni in pratica se le è trombate entrambe. Un mito.

Teddy

La copertina lascia già intendere di che tipo di romanzo si tratti. Una trama trita e ritrita in cui un’entità, presumibilmente malvagia, si manifesta attraverso un bambino che assume strani comportamenti e disegna cose che vede soltanto lui, finché qualcuno si incuriosisce, avanza dei sospetti, viene preso per pazzo, eccetera eccetera. Questo più o meno è quello che mi aspettavo. E mi stava pure bene, il libro l’avevo scelto apposta. Ciò nonostante, mentre con il ghigno di chi la sa lunga approfondivo la lettura, sono rimasto sorpreso sia dalla storia, che ad un certo punto prende una piega diversa dalle mie previsioni, sia dal fatto che i disegni del bambino sono realmente e fedelmente riportati tra le pagine e all’inizio, soprattutto per come vengono introdotti, sono davvero terrificanti. Poi diventano anche utili a capire cosa sta accadendo e questa è una particolarità nuova ed interessante per un libro. Si scoprirà che il titolo è più appropriato di quanto si possa immaginare e, nonostante il finale rimetta a posto le previsioni, posso dire di aver letto un romanzetto tutt’altro che malvagio. Come l’entità.

Jason Rekulak – Teddy

La migliore offerta

Non ricordo come mi è capitato tra le mani questo libro di cui, a differenza dell’omonimo film, non conoscevo l’esistenza. Non è un romanzo ma un racconto sotto forma di brevi capitoli, apparentemente abbozzati anche se ricchi di significato, che tracciano una storia per me bellissima. E’ stata la prefazione dello stesso Tornatore che mi ha rapito subito: spiega come, tra i tanti personaggi che un regista del suo calibro possa partorire, ce ne fosse uno, la protagonista femminile affetta da agorafobia, che da anni “viveva” tra gli appunti chiusi (non a caso) nel suo cassetto in attesa di essere sviluppato. E c’era il protagonista maschile, già più maturo nella sua elaborazione (un ricchissimo battitore d’aste che rifiuta il contatto umano e vive in solitudine), che non sapeva come utilizzare. Così un giorno, sempre nella sua testa, Tornatore ha un’illuminazione e decide di farli incontrare, creando la sceneggiatura del film che, con la sua regia, un cast stellare e la colonna sonora di Morricone, riscuoterà premi e consensi ovunque. E’ stato l’editore, Sellerio, ad insistere per pubblicare il materiale che Tornatore aveva in mano all’inizio, cioè né un romanzo né una sceneggiatura. Il libro è nato in questo modo e già dalle prime pagine mi ha conquistato a tal punto da decidere di leggerlo guardando passo passo il film. Poi non ho resistito e il film, stupendo, ha preso il sopravvento, senza togliere nulla alla lettura e permettendomi anzi di dare un volto ai personaggi e concretezza ai luoghi. Per la sua struttura, il libro non è un capolavoro. Tuttavia la trama, l’unicità dei personaggi, il loro intreccio, le metafore e il gran finale a sorpresa ne fanno un gioiellino che sono contento di aver trovato. E che ora, dopo tutte queste lodi, mi consente di togliermi finalmente un peso dallo stomaco e rivelare di non aver mai visto Nuovo Cinema Paradiso.

Giuseppe Tornatore – La migliore offerta

Il diavolo in Ohio

Leggo il titolo, il genere e la descrizione e immagino questo signor diavolo a compiere chissà quali nefandezze nel povero stato dell’Ohio, già sfigato di suo. C’è una setta che lo adora (il diavolo, non l’Ohio… chi adorerebbe l’Ohio?), c’è una ragazza che fugge e, insomma, la storia inizia così. Si tratta di una miniserie, quindi si presume che non ci sia una seconda stagione, non ho grosse aspettative ma le do una possibilità, a Netflix non la nego mai. In effetti le prime puntate, aspettando il maligno, sono abbastanza intriganti da incuriosirmi parecchio perché si capisce che qualcosa di grosso accadrà. Non si capisce invece chi sono esattamente i cattivi e la famosa setta, capace niente poco di meno che sgozzare un maiale, sembra una banda di sfigati. Del resto sono in Ohio. Negli ultimi episodi, la trama finalmente si dipana e svela che avrebbe potuto essere interessante se fosse stata sviluppata meglio, se la madre fosse stata più sveglia, se il diavolo si fosse palesato. Purtroppo, come spesso accade, la conclusione non solo delude le attese ma si rende persino ridicola con scene da comiche e suspense pari a zero. Un finale nel finale che vorrebbe essere un colpo di scena è solo un colpo di grazia, il diavolo non arriva, le madonne sì però.

Moon Knight

Ennesimo personaggio Marvel riesumato dai fumetti e messo in scena su Disney+, Moon Knight non sarebbe stato proprio brutto se si fosse visto di più durante i sei episodi delle serie e se questi fossero stati meno disneyani. Invece è brutto. L’azione è ridotta ai minimi, il pathos è inesistente e soprattutto manca quello scontro titanico tra una buoni e cattivi che ci si poteva aspettare da una storia basata sugli dei e la cultura egizia. Al contrario, il vero scontro avviene tra le due personalità del protagonista e tra le realtà che vive o crede di vivere, aspetto che poteva essere interessante e non è stato. Il Moon Knight appare due o tre volte e, a dispetto del costume fico, si rivela anche piuttosto banale. Tra l’altro, non lo vedremo nemmeno in una seconda stagione perché nessuno l’ha voluta e io comunque non l’avrei guardata. E’ già nel dimenticatoio. Non a caso avevo scritto questo post a fine luglio, mi ero dimenticato di pubblicarlo. Potere del Moon Knight.

Mostri

Un’opera mostruosa in tutti i sensi, sia per la lunghezza (oltre 350 pagine difficili da leggere nonostante si tratti di un graphic novel) sia per la complessità di certi dettagli nei dialoghi e nei disegni, non certo facilitati dalla tecnica con pennino e china, comunque magistrale. La trama, che spazia dal dramma familiare alle atrocità naziste e dal thriller al paranormale, non sarebbe nemmeno troppo intricata se l’autore non avesse deciso di farla muovere su linee temporali che a tratti si accavallano, con un eccesso di parole e frasi spesso noiose e ridondanti. Per non parlare della violenza esagerata e inutile, ai fini del racconto, di alcune scene marginali. Una violenza che generalmente mi piace e fa effetto ma che qui si autocompiace senza senso. Ci sono momenti toccanti, momenti drammatici e momenti in cui abbandonare la lettura sembra un’ottima idea. Questo alternarsi di emozioni tuttavia riesce a tenere in piedi un mattone che altrimenti avrebbe tenuto in piedi il tavolino del soggiorno e che regala l’emozione più grande quando l’ultima pagina ne suggella la fine.

Barry Windsor-Smith – Mostri

Jurassic World – Il dominio

Non se ne può più, ogni episodio della saga sembra fatto con lo stampino: da un lato l’uomo che cerca di lucrare sfruttando i dinosauri dopo aver creato l’ennesimo sito ipertecnologico per allevarli, dall’altro gli stessi dinosauri che a causa dell’avidità e dell’errore umano alla fine distruggono ogni cosa con tanto di lotta finale tra gli esemplari più feroci. Due palle. La novità questa volta (a parte la reunion del cast originale di Jurassic Park) è che i dinosauri, a seguito degli eventi dei film precedenti, ormai vagano liberamente per il pianeta e OK, si tratta di un film di fantascienza però, insomma, nello scenario che viene rappresentato la gente dovrebbe vivere come minimo nel terrore, invece sembra solo abbia a che fare con i cinghiali in giro per Roma. Tra l’altro, questi grandissimi predatori mai una volta che riescano a divorare qualcuno, le vittime puntualmente sono due o tre passanti rincoglioniti o comparse immobili di cui non sentiremo la mancanza, oltre al cattivo di turno. Tutti gli altri riescono sempre a farla franca o correndo più veloce di un velociraptor o fissando con lo sguardo cattivo un carnotauro oppure lottando a mani nude come Ryu, il ragazzo delle caverne (mitico cartone di un tempo che fu). Grazie al cazzo che si sono estinti, non erano proprio in grado di cacciare. Anche stavolta sono state introdotte nel cast nuove specie e, a meno che non vengano alla luce reperti preistorici di esemplari sconosciuti, mi pare che ormai le abbiamo viste tutte. Un nuovo capitolo (il settimo) sarebbe inconcepibile. Ho letto tuttavia che il film ha incassato un botto di soldi (anche nella realtà si lucra sui dinosauri), nonostante la critica lo abbia stroncato: ennesima, piccola, dimostrazione del fatto che a meritare l’estinzione dovrebbe essere l’umanità.