Django unchained

Non è il film. Perché Django unchained è un gran film e io sul blog al massimo scrivo di film brutti. E’ il (o la) graphic novel realizzato da Tarantino dalla sceneggiatura originale, insieme ad una squadra di bravi disegnatori. Per certi aspetti è pure meglio del film perché, come afferma lo stesso regista nella prefazione, qui non ha dovuto fare tagli al montaggio come per la pellicola (che altrimenti sarebbe durata quattro ore) ed in effetti ci sono dettagli in più che raccontano meglio i personaggi e la storia. L’ho letto senza pause aspettando un maledetto aereo in ritardo e mi ha aiutato a non inveire contro i poveri assistenti di volo anche se, immerso com’ero nell’atmosfera western e sanguinaria, la tentazione di tirare la fuori la pistola e sparargli in testa è stata forte. Si legge tutto d’un fiato, i dialoghi – stupendi – sono gli stessi che ricordavo e, pur conoscendo l’intera trama, ogni pagina mi ha appassionato perché anche i disegni sono fantastici. In appendice, tavole, bozzetti e copertine alternative completano l’opera, imperdibile per gli amanti di Tarantino.

Quentin Tarantino e altri – Django Unchained

Corsetta dietro casa

OK, non pubblicherò tutti progressi che faccio con la corsa (sai che palle) ma alla seconda uscita dopo quella della settimana scorsa il ritmo è decisamente migliorato e volevo scriverlo da qualche parte. Il muro di fronte casa non mi sembrava adatto. Senza ancora un vero allenamento e senza spremermi troppo, tra l’altro dopo aver bevuto litri di spritz e birra fino a ieri, rispetto all’altra volta ho percorso oltre un chilometro in più nello stesso tempo di 50 minuti. Gli 8,47 km di oggi devono diventare 10. Il passo di 5:54/km, che comunque resta abbastanza ridicolo, deve scendere sotto i 5:00/km. E’ tosta. Ho ancora 40 giorni, però ora me ne vado in vacanza e niente, devo correre.

Il regno di vetro

C’è Sarah, ragazza in fuga da New York con il malloppo di una truffa ben congegnata, ci sono le sue nuove amiche, donne abbienti e misteriose che la accolgono nel loro giro e ci sono altri strani personaggi che vivono nel regno di vetro, lussuoso edificio di Bangkok, vero protagonista della storia, la cui imponenza sembra non venire mai scalfita dagli eventi. In realtà, le numerose piccole crepe fatte di inganni e apparenze, intrighi e classismo sociale, nascoste dagli inquilini fino alle ultime pagine, oltre allo stato di agitazione in cui versa la città, ne decreteranno il crollo, non materiale ma in termini di prestigio e falsa moralità. Il romanzo non è complesso, è solo farcito di descrizioni e dettagli soprattutto sulla città di cui non ce ne può fregare di meno, tuttavia non annoia e mantiene un certo livello di suspense, anche con qualche elemento soprannaturale, che lascia presagire un finale importante. Forse il passaggio dalla vita mondana e quotidiana alla fase di decadimento che coinvolge un po’ tutto e tutti sembra troppo scontato, ci si arriva velocemente senza che il contesto venga ben definito. Veloce è anche la fine dove i personaggi si dileguano così come sono apparsi, in silenzio, senza mostrarsi né buoni né cattivi ma semplicemente bravi a cogliere l’attimo. Protagonista a parte.

Lawrence Osborne – Il regno di vetro

Obiettivi di settembre

Non correvo da oltre due anni e non partecipo ad una gara da secoli. Ad agosto solitamente stacco – la testa più che altro – dal nuoto e quest’anno ho pensato bene di riprendere le scarpette da running e vedere se mi va ancora di usarle. Per spronarmi, mi sono tesserato e mi sono iscritto ad una gara, la CorriRoma del 17 settembre, un percorso bellissimo che attraversa di sera il centro storico della capitale.

In questo modo sarò stimolato ad allenarmi. Ho iniziato – si fa per dire – oggi con una passeggiata di 50 minuti, un passo ridicolo con cui ho coperto poco più di 7 km, senza soffrire però. L’obiettivo è correre 10 km nello stesso tempo, quindi aumentando decisamente il passo. Ho un mese e mezzo per farcela. E ce la farò. Ce la farò? Lo scoprirò solo correndo.

Visione d’inferno

Potrebbe sembrare un fumetto per adolescenti e fanatici, visto il tratto apparentemente semplice e il genere horror, abbastanza grottesco e molto splatter. Io stesso non lo avrei letto se non fosse stato per le recensioni, tutte positive, che ne parlano. La storia è quella di un pittore folle il quale, attraverso opere che dipinge con il suo sangue, si rivolge direttamente al lettore per raccontare la propria vita e la propria famiglia in un susseguirsi di scene inquietanti e allucinanti. Scavando un po’ più a fondo, cioè semplicemente scorrendo le pagine, ci si accorge tuttavia che Hideshi Hino, maestro dell’horror giapponese, ha usato una metafora per metà autobiografica per denunciare gli orrori in cui è sprofondato il Giappone durante e dopo la seconda guerra mondiale, dai crimini di guerra giapponesi alla bomba atomica. Orrori che in parte ha vissuto lo stesso Hino e che ha potuto rappresentare in modo efficace attraverso la figura di un artista pazzo perché solo una forma di pazzia può descrivere esperienze di questo tipo. Anche le scene più assurde e macabre trovano una loro collocazione nella realtà storica: l’aspetto agghiacciante è infatti il dover pensare che tutto ciò, da una corretta prospettiva, è potuto accadere davvero.

Hideshi Hino – Visione d’inferno

Moonfall

Ultimamente, oltre alle serie TV, sono riuscito a guardare ben due film. Sono stato sfortunato. Uno era il pessimo Ambulance (raccontato qui) e l’altro era questo Moonfall, un disaster movie diretto da colui che ha inventato il genere, Roland Emmerich, regista di Indipendence Day e Godzilla. Il film è un disaster nel vero senso del termine e sotto qualsiasi aspetto, in sostanza fa schifo. Un budget da paura, vista la qualità del cast e degli effetti speciali, non lo ha salvato dal risultare un filmetto di serie B, pieno di cazzate in teoria accettabili nel filone apocalittico in cui si inserisce la storia, in pratica incommensurabili per come vengono rappresentate. La Luna ha perso la sua orbita e, attratta dalla gravità, si avvicina pericolosamente alla Terra che non ha speranze di salvarsi. Un cospirazionista (uno del tipo che la Terra è piatta) capisce il motivo e cerca di allertare la NASA che giustamente non se lo fila ma corre ai ripari e, come ogni buon ente americano, pensa di risolvere il problema distruggendolo, ovvero facendo esplodere la Luna. Il piano fallisce perché il tizio aveva ragione: la Luna non è un satellite naturale ma una megastruttura aliena, ipotesi che trova conferma in un attacco mortale subito dagli astronauti andati lì per farla saltare in aria. La situazione diventa presto critica, maree e terremoti stanno provocando danni che manco Indipendence Day e tutti concordano sul “si salvi chi può” per fuggire o morire chissà dove. Anche la base della NASA, tutta, rimane deserta ma tre eroi non si arrendono, sennò il film era finito. Uno è il cospirazionista e un altro è l’astronauta che dieci anni prima era stato espulso perché ritenuto responsabile di un incidente, causato invece dagli alieni. Il terzo eroe è la donna che si trovava con lui in quella missione e che non era stata licenziata perché durante l’incidente non aveva visto né sentito niente, un’omertosa spaziale. Cosa possono fare i tre? Nemmeno gli sceneggiatori di Boris avrebbero osato tanto. La Luna sta provocando la fine del mondo, l’ultima navicella pronta a partire non può decollare per i danni e perché alla base non c’è più personale. Gli viene un’idea. Vanno al museo dove è esposta la vecchia navetta usata dieci anni prima dal pilota espulso, la portano alla base e, oh, vanno nello spazio, tutti e tre: la donna cazzuta, il collega che non vola da allora (si sa che guidare uno shuttle è come andare in bicicletta: una volta imparato, non si dimentica più) e il cospirazionista che ha studiato astrofisica su Focus. A questo punto mi chiedo perché non ci siano andati volando come Superman o teletrasportandosi. Comunque. Entrano dentro la Luna inseguiti dalla forza aliena ostile e, aiutati da un’altra forza aliena amica (un’intelligenza artificiale che, si scoprirà, ha dato origine alla Terra per nascondersi dagli sterminatori dell’universo), riusciranno a rimettere a posto la Luna come un soprammobile e allontanare la minaccia. La Terra è martoriata però è salva. Dei tre eroi, i due astronauti riescono perfino a tornare a casa dalle famiglie, ridendo e scherzando, tanto sono solo usciti per una birretta, mentre il terrapiattista sacrifica la sua vita e resta all’interno della Luna per donare la sua coscienza umana alla forza amica e proteggere il pianeta da eventuali nuovi attacchi. Con quella testa, ora sì che la Terra è al sicuro. Del finale non sono proprio certissimo perché ho spento prima di arrivare ai titoli di coda. E ho sbagliato perché avrei dovuto spegnere prima dei titoli di testa. Mi sa che torno a guardare serie TV.

Noumeno – Un thriller quantistico

Ho scelto di leggere questo fumetto fondamentalmente per due motivi: uno, la matita di Giulio Rincione, fumettista palermitano che ammiro parecchio e, due, la quarta di copertina che cita “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello. Non a caso, il mio blog ha come sottotitolo “Uno, nessuno e ventitré”. Un terzo motivo potrebbe essere la casualità, a volte semplicemente una cosa capita. Si tratta un volume che raccoglie quattro albi pubblicati in precedenza più uno aggiuntivo, le cui sceneggiature e disegni quindi sono curate da autori e disegnatori diversi. Il progetto è ambizioso. Così ambizioso che si basa sui concetti di noumeno e fenomeno della filosofia di Kant. Tanto ambizioso che, in funzione di questi concetti, narra due realtà parallele che si intersecano in una storia di politica e intrighi con risvolti da thriller, molto interessante per i miei gusti. Talmente ambizioso però che non ci ho capito un cazzo. Il fumetto è stupendo per quanto riguarda la parte grafica, che include vere e proprie opere d’arte ma pecca nei testi che o spiegano troppo o non spiegano niente e appaiono pertanto slegati dai disegni. Tant’è vero che l’autore principale, Lucio Staiano, nonché ideatore dell’opera e fondatore della casa editrice che l’ha pubblicata (Shockdom), ha pensato bene di alleggerirla – si fa per dire – aggiungendo popò di spiegazioni extra-fumetto su quello che voleva rappresentare. Il capolavoro è il paragrafo finale sugli elementi della meccanica umanistica con tanto di formule matematiche e palle varie che sono certo non ha letto mai nessuno. Nella realtà parallela nella testa di Staiano però sicuramente lo hanno letto tutti.

Lucio Staiano, Giulio Rincione e altri – Noumeno _ Un thriller quantistico

Il muro

In un futuro non molto lontano, che il surriscaldamento globale renderebbe plausibile, la terra è stata quasi interamente sommersa dal mare, la popolazione e le risorse sono decimate ma la Gran Bretagna, chissà come, è rimasta a galla. La sua intera costa è circondata da un muro che impedisce agli Altri, i poveracci che sopravvivono in mare, di entrare nella terraferma. A guardia del muro ci sono i Difensori, ragazzi con l’obbligo di leva che per due anni devono prestare servizio militare a difesa del proprio paese. Uno di questi è il protagonista della storia, un tipo schivo e sveglio che affronterà eventi inaspettati cercando di vivere al meglio in un mondo che fa acqua da tutte le parti.
Il romanzo, al di là di qualche piccolo passaggio noioso e trascurabile, è particolare non solo perché il genere distopico mi ha sempre appassionato (1984, Il mondo nuovo e Fahrenheit 451 restano tra i miei libri preferiti) ma perché le tre parti in cui è suddiviso (il muro, gli Altri, il mare) toccano a turno, come fossero un avvertimento, alcuni dei temi caldi della nostra società: il cambiamento climatico, l’immigrazione, la difesa dei confini, la paura e il pregiudizio verso chi è diverso, la disuguaglianza sociale, il diventare genitori. Forse anche la Brexit. Non so se tutto questo fosse nelle intenzioni dell’autore, come non so se Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati o il film Waterworld di Kevin Costner lo abbiano ispirato, fatto sta che la storia è originale e, per quanto prevedibile, anche abbastanza coinvolgente. Un buon libro insomma. Da leggere naturalmente al mare.

John Lanchester – Il muro

Ambulance

Ci sono film che guardo per staccare il cervello, magari mentre faccio altre cose tipo preparare la cena o innaffiare le piante o dormicchiare. Parlo di film non impegnativi, di cui avevo sentito parlare e di puro intrattenimento. Alcuni a volte mi rapiscono e riescono a farsi seguire con interesse, altri dimostrano di essere una “cagata pazzesca”, per citare Fantozzi e “La corazzata Potëmkin” (che invece era un filmone). Ambulance è l’ennesimo giocattolo costoso di Michael Bay, il regista di Armageddon e Transformers, un concentrato di azione e adrenalina perfettamente riuscito nelle intenzioni ma che, guarda caso, al botteghino ha fatto flop. Racconta, per un’ora e mezza delle oltre due di durata, di un inseguimento ai danni un’ambulanza, rubata da due ladri per fuggire dopo un colpo, che trasporta un poliziotto ferito da uno di loro e un paramedico, anzi una paramedica, naturalmente gnocca. Polizia, FBI, elicotteri e decine di auto non riescono a fermarla. Un’ambulanza. Per di più, mentre i fuggitivi guidano a velocità e a zig-zag per Los Angeles distruggendo di tutto senza nemmeno bucare una gomma, all’interno del mezzo avvengono operazioni a cuore aperto e trasfusioni da uomo a uomo per salvare il poliziotto che, dopo aver perso otto litri di sangue, si scoprirà, non si era beccato una pallottola ma due e, wow, alla fine si salverà. Ho cercato un senso finché non è arrivata una scena fantastica: l’ambulanza, con due auto alle calcagna, arriva davanti ad un burrone, si ferma, l’autista è spacciato, pensa alla sua vita, non sa dove andare e che fa? Niente, dopo un po’ mette la retromarcia mentre le due auto, invece di tamponarla o bloccarne il passaggio, finiscono dritte nel burrone come se si fossero tuffate. Da qui in poi ho usato il tastino per andare avanti velocemente, la cena era pronta e ammetto di essere arrivato al gran finale senza capirci granché. Ma che dovevo capire? Questi non sono film da capire ma da guardare e basta. Meglio se con gli occhi chiusi.

Allo sbando

Non scrivo mai di politica e non lo farò nemmeno stavolta perché queste poche righe non riguardano la politica ma il marciume che abbiamo al governo, che poi è espressione di un popolo (se così si può chiamare) alla deriva, dove l’ignoranza, la presunzione e l’opportunismo regnano sovrani.
Non sono un fan dei governi tecnici o di larghe intese e non lo ero di quello caduto ieri a cui però oggettivamente va dato atto di aver intrapreso un percorso chiaro in un periodo storico particolarmente difficile per l’Italia, l’Europa, il mondo e quella parte di universo fotografata dal telescopio Webb. Intendiamoci, l’umanità ha avuto momenti peggiori e anche l’Italia. Il governo tuttavia non penso stesse lavorando male, perlomeno stava lavorando e questo, senza entrare nel dettaglio, era tangibile anche all’estero. Almeno una strada era tracciata, in contrasto con l’immobilismo degli ultimi anni. C’era competenza, soprattutto sull’economia, attorno al gruppo di buffoni che ogni giorno ci propinano le solite cazzate. Adesso, di nuovo, siamo allo sbando. Con le elezioni, innanzitutto spero che spariscano quegli pseudo-partiti inutili, movimenti vari e rappresentanti del due per cento e spicci di non so cosa. Poi, a scapito di provarlo sulla mia pelle, sono curioso di vedere cosa faranno i fenomeni che con ignoranza, presunzione e opportunismo regneranno sovrani. La risposta è: niente. Ma aspetto che ce lo dimostrino loro.

Slow horses

Gli slow horses, i cosiddetti “ronzini”, sono agenti dell’MI5 (i servizi segreti del Regno Unito, quelli di James Bond) degradati per aver commesso qualche grossa cavolata e confinati ad attività marginali e non operative. Il loro capo, interpretato da un magistrale Gary Oldman (quando Gary Oldman non è stato magistrale?), oltre ad umiliarli continuamente, li esorta a non fare un cazzo dalla mattina alla sera, come del resto fa lui stesso, uomo alla deriva con trascorsi importanti nell’MI5 che tuttavia mantiene ancora un enorme intuito. Come sempre, ogni cosa sembra (non) procedere nella norma finché i piani alti coinvolgono i ronzini in un oscuro complotto in cui questi dimostreranno di essere sì degli inetti ma anche di avere le palle.
Slow horses, scritta e prodotta tra gli altri da Will Smith, è una miniserie di spionaggio di sei episodi che senza dubbio avrà almeno un altro paio di stagioni. La Londra in cui è ambientata, suggestiva e affascinante anche per merito della regia, fa venire voglia di andarci e visitare il “Pantano”, la fatiscente sede dei ronzini, per scattare qualche foto ricordo prima che qualcuno ci spari o ci muoia. Come avevo già scritto per Scissione, Apple TV+ conferma di non sbagliare un colpo. I chiarimenti a dubbi e intrighi – la cui mancanza è l’aspetto che di solito mi fa più girare le scatole – sono rimandati alle puntate future e vengono alimentati da qualche colpo di scena ad effetto che non lascia l’amaro in bocca, anzi. Bravi gli attori e, sorpresa, non c’è nessuna bellezza femminile messa lì a fare la valletta cazzuta. Non è roba americana, è una serie molto british che non mi farà guardare più 007 con gli stessi occhi, d’ora in poi punterò solo sui ronzini.

The terminal list

La serie ha per protagonista un capitano dei SEAL che Rambo a confronto è un pivello. Di ritorno da una missione in cui il suo plotone viene sterminato, scopre che qualcosa non quadra sia nella ricostruzione dei fatti sia nei suoi ricordi confusi, tanto da fargli ipotizzare di essere lui il responsabile di questa disgrazia e di quelle che seguiranno. Inizia così a farsi qualche domanda e ad indagare, aiutato da una giornalista rampante e dall’amico fraterno, agente speciale della CIA, che è molto più fico di lui. Al capitano accadono le peggio cose e giustamente s’incazza: sfodera tutte le sue armi e abilità, stila una lista dei responsabili che di volta in volta va individuando (la terminal list, appunto) e li ammazza nei modi più disparati, tanto per fare scena. Insomma è la solita americanata dove il piccolo uomo combatte i poteri forti che lo hanno ingannato. Oggettivamente però ogni episodio è bello ed avvincente, sembra quasi un videogioco dove scegliere armi, nemici e strategie per avanzare di livello. Ci sono molti colpi di scena, uno prevedibilissimo già dalla scelta del cast, e molte cazzate tipiche del genere, su tutte l’immortalità e le guarigioni rapide e miracolose del protagonista. Spero non sia prevista una seconda stagione ma, se proprio dovesse esserci, mi piacerebbe fosse incentrata sull’amico fico e non sul capitano che a quest’ora dovrebbe essere morto da un pezzo. Anche l’amico fico in realtà, ma magari i poteri forti di Prime Video ci hanno ingannato.

Batman. Anno uno

Non sono (ancora) un esperto di fumetti ma da sempre amo Batman e so che questa è una pietra miliare della sua storia, non a caso ha ispirato il primo Batman di Chistopher Nolan al cinema, uno dei migliori. Frank Miller non ha bisogno di presentazioni: fumettista tra i più importanti al mondo, è il papà, tra gli altri, di Sin City e 300Anno uno racconta le origini dell’uomo pipistrello: di quando Bruce Wayne torna a Gotham dopo aver girato il mondo per addestrarsi, di come sceglie il costume per mettere paura ai cattivi, dei primi fallimenti, dei primi nemici. Protagonista è anche Gordon che, arrivato in città, cerca di combattere la corruzione dei colleghi oltre che la criminalità. L’opera è del 1987 e, nonostante l’età, mostra disegni vivi, soprattutto nelle espressioni dei volti e nei movimenti dei corpi, merito della mano di David Mazzucchelli di cui ignoravo l’esistenza prima e dopo questo lavoro. Ma la bellezza per me sta nella narrazione, tra il timore e il coraggio, le azioni e le imperfezioni dei due eroi che si confrontano praticamente con tutti i personaggi più noti del mondo di Batman prima di Joker, preannunciato come nuovo nemico da combattere nell’ultima pagina. Unico difetto, credo, sono certe espressioni (pensieri nella testa di Bruce e Gordon) non proprio cristalline, problema che potrebbe dipendere dalla traduzione italiana ma che non approfondirò mai perché non mi interessa, il fumetto resta spettacolare.

Frank Miller, David Mazzucchelli – Batman. Anno uno

Poeta al comando

Non avevo mai letto niente del professor Barbero e questo romanzo, regalo inaspettato ricevuto mentre partivo per Nizza, si è dimostrato appropriato per cominciare e per accompagnarmi in viaggio dentro lo zaino. Mi aveva incuriosito il fatto che fosse incentrato sulla figura di Gabriele D’Annunzio in un momento storico particolare, per lui e per l’Italia, ovvero quello della cosiddetta Impresa di Fiume, di cui non sapevo praticamente un tubo. D’Annunzio qui è già il D’Annunzio che abbiamo studiato a scuola (io poco, a dire il vero), la sua fama e la sua fame lo precedono ovunque e non so fino a che punto il racconto sia romanzato perché, visto il calibro del personaggio, anche l’episodio più frivolo potrebbe essere realmente accaduto. La lettura mi ha coinvolto nonostante un linguaggio da libro di storia, c’è curiosità, ironia e perfino una vicenda con parvenze da thriller. Va detto che l’ironia di Barbero è simile a quella che si respira ad una tombolata di anziani in un ospizio, ma ci ha provato. Ci ha provato anche con le scene di sesso, raccontate un po’ con la bava alla bocca. Ma nel complesso l’ho apprezzato, soprattutto perché mi ha dimostrato ancora una volta che i libri e i viaggi sono cultura, adesso so perfino dove si trova Fiume.

Alessandro Barbero – Poeta al comando

Stranger Things

Su Stranger Things c’è poco da dire. O almeno io ho poco da dire. Prodotto di punta di Netflix, è una serie così popolare che difficilmente chi non l’ha conosciuta alla prima stagione, nel 2016, deciderà di iniziarla ora che siamo arrivati alla quarta. Ricordo bene quando, ormai sei anni fa, ho guardato il primo episodio, non mi sono staccato dallo schermo fino all’ultima puntata. La musica e l’ambientazione anni ’80, le citazioni infinite, l’omaggio alla fantascienza con i continui richiami al cinema di allora ne hanno fatto una serie di culto. Può non piacere ma nessuno può affermare che sia brutta. La seconda e la terza stagione, pur mantenendo uno standard altissimo, hanno cavalcato l’onda della precedente e mantenuto vivo l’interesse degli appassionati. La quarta, appena conclusa, pensavo volesse solo allungare il brodo per scemare sino alla conclusione. Mi sbagliavo. L’ultima stagione, non solo non è l’ultima perché ce ne sarà almeno un’altra, è pure strepitosa. Chissà se la sceneggiatura fosse già in cantiere dall’inizio, fatto sta che la realizzazione si è dimostrata eccellente. Al di là dei continui colpi di scena a cui si era abituati, qui si chiude un cerchio, arrivano spiegazioni a dubbi che non avevano bisogno di essere chiariti ma che, una volta fatto, aumentano lo spessore della serie, anche con un certo stupore. Senza dubbio gli sceneggiatori ormai si sentono onnipotenti e si concedono di tutto, eppure lo fanno bene: la scena in cui viene suonata Master of Puppets dei Metallica nel Sottosopra, giusto per fare un esempio, è tanto ridicola quando spettacolare. Funziona, come tutto del resto. E trovano la quadra alcuni avvenimenti che sembravano buttati lì a caso nelle precedenti stagioni, che forse lo erano e che ora invece assumono un nuovo significato. Il finale è tutt’altro che chiuso, anzi si presume che ci sarà da divertirsi tra uno o due anni. Peccato solo che i baby protagonisti siano diventati ventenni poco credibili nei panni dei ragazzini e che l’attrice di Undici sia ormai una superstar ingombrante per il personaggio che interpreta. Vediamo che succede.

Appunti di una breve vacanza a Nizza

A mezzogiorno in punto un colpo di cannone tuona per tutta Nizza, una nuvoletta di fumo si alza in cielo e sparisce. Ogni giorno. Un’usanza, da quanto ho capito, che da oltre 150 anni ricorda alla popolazione… che è ora di pranzo! E funziona, perché Nizza sembra perennemente in movimento e ci credo che gli abitanti si dimentichino di mangiare. I turisti invece non se lo dimenticano di certo, migliaia di locali e localini sono lì apposta, pronti ad offrire qualsiasi tipo di cibo a qualsiasi prezzo a qualsiasi ora e non a caso sono sempre affollati. Se apri un locale a Nizza e lo fai fallire, devi essere proprio uno sfigato. Oppure hai solo clienti del mio calibro che, essendo poveri, si nutrono di panini e acqua. Quindi va be’, sei sfigato comunque. L’acqua la compravamo dalla signora simpatica di un negozietto come se ne vedono tanti nelle zone turistiche ma che ho scelto perché lei sorrideva sempre. Lo fa ancora, eh. Non è morta. Credo. Abbiamo mangiato la socca nizzarda (tre euro una bella porzione), deliziosa farinata di ceci e, tra i tanti, un panino-pagnotta con tonno, pomodoro, cetriolini e non so cos’altro. Non so perché fosse tipico del posto, era un panino normale.
Anche i panini però costano, in Costa Azzurra. Per fortuna al terzo giorno abbiamo trovato, proprio dietro l’angolo dell’hotel (Club Inn), un forno meraviglioso e abbordabile (Armand, 19 Rue de France) che, tra baguette, pagnotte di ogni tipo e dolci, ha risolto tutti i miei problemi, economici ed alimentari. Lo abbiamo trovato al terzo giorno perché i primi due erano stati monopolizzati da una gara evento di triathlon (l’Ironman France Nice: 3,8 km di nuoto, 180 km di bici e 42 km di corsa), bella e organizzata alla perfezione, che ha paralizzato e nascosto gran parte della promenade (il lungomare, Promenade des Anglais), portando in città migliaia di atleti e accompagnatori. Cioè domenica, mentre noi alle otto eravamo ancora a letto, questi partivano con la frazione a nuoto. Mentre noi facevamo colazione e andavamo in spiaggia ancora assonnati, questi pedalavano. Nel primo pomeriggio, noi tornavamo stanchissimi in camera per la pennichella e questi ancora pedalavano, i più forti già correvano. Nel pomeriggio, noi uscivamo per passeggiare e mangiare, esausti per la giornata di mare pesante e questi facevano la maratona. Al traguardo erano più freschi di noi. Un po’ li abbiamo incitati all’arrivo, felici di aver compiuto l’impresa (loro, ma pure noi), con lo speaker ad accoglierli uno per uno dicendo “you’re an Ironman!“, che figata.
Qualche nuotatina me la sono fatta anche io. A nuoto non avrei sfigurato affatto, poi mi sarei ritirato o sarei morto e lo speaker non mi avrebbe mai visto. Sono stato più in acqua che al sole e di sole ne ho preso tanto. In acqua invece ho preso una medusa, l’unica della Costa Azzurra, sola come la particella di sodio, mi ha sfiorato entrambi i piedi, l’ho presa a calci ma lei voleva proprio questo per punirmi. Sono rimasto tanto a mollo perché l’acqua era invitante, per niente fredda, più vicina al bianco che all’azzurro. Sott’acqua non si vede niente a mezzo metro di distanza, è chiara, non cristallina. Vista dall’alto, dall’aereo e dalla Collina del Castello (Colline du Château, da dove il cannone spara a mezzogiorno) che domina Nizza, la costa è uno spettacolo. Spettacolo, nel senso di show vero e proprio, sono anche le persone. Si trova di tutto a Nizza, per età, provenienza, portafoglio. La zona del porto, dietro la collina, ospita yatch enormi. La città vecchia invece è la parte più caratteristica, la mia preferita, con le viuzze pieni di posticini per bere e mangiare, più adatti al mio stipendio. Guardare la gente passare e chiedersi chi sia e da dove venga è uno spasso, c’è tanta varietà. Ci siamo fatti un film su un figlio di papà che, con l’amante molto più grande di lui, è venuto a rifornirsi probabilmente di coca da un losco figuro. Qualcosa, di nascosto, è passato di mano in mano, non credo fosse una bustina di tè. Siamo stati anche all’Hard Rock Cafe, ma solo perché il welfare mi ha “regalato” una cena con t-shirt inclusa – diciamo – gratis. Di birra tuttavia ne abbiamo bevuta, imprescindibile in vacanza.
La prima sera sono entrato al casinò per la prima volta in vita mia. Poi sono uscito senza pagare. Cioè non ho giocato ma avrei voluto farlo, alla roulette. Ho visto sbarbatelli appena maggiorenni con malloppi di fiches da venti euro l’una in mano e puntarle come fossero caramelle. C’erano pochi tavoli, a quelli del black jack e del poker non ho capito un tubo, troppo veloci. Il resto della sala, enorme, era dominato dalle macchinette. In un altro casinò non c’erano nemmeno i tavoli con il croupier, tutto automatico. Anche al gioco, l’uomo è stato sostituito dalle macchine. Un giorno le macchinette giocheranno con noi mettendoci le monete in quel posto. Un giorno, c’è ancora tempo prima che vincano.
Il tempo, quello meteorologico, si è dimostrato vario come le persone. In pochi giorni abbiamo beccato tutte le condizioni possibili di giugno: sole, nuvole, cappa, pioggia e soprattutto vento, caldo e freddo, ogni giorno. Il mare ne ha risentito, però mi piace giocare tra le onde. I ciottoloni della spiaggia mi sono piaciuti meno ma non mi arrenderò mai alle terribili scarpette da mare. Meglio zoppo.
E niente, questo è quello che ho da dire su Nizza. A differenza di quel che pensavo, non è una città per vecchi, è una città per tutti. Pulita, vivace, ordinata e affascinante. Non ho tenuto un diario di questa piccola vacanza come faccio sempre, ho preso qualche appunto e scattato il solito centinaio di fotografie. Basteranno a ricordare cosa dovrò fare quando ci tornerò, magari con un po’ più di soldi, sicuramente con la stessa compagn(i)a.