Riccardino

Camilleri ha scritto quest’ultimo capitolo con Montalbano protagonista circa quindici anni fa quando, ormai ottantenne, pensava di essere vicino ai titoli di coda e di dover chiudere un ciclo con la scomparsa del commissario. Non credeva, Camilleri, che avrebbe abbondantemente superato i novant’anni, sicuramente però immaginava che sarebbe rimasto per sempre nei nostri scaffali e nei nostri ricordi. La Sellerio ha custodito il romanzo sapendo di doverlo pubblicare postumo e così è stato. Non è il migliore dei gialli ambientati a Vigata ma questo è un dettaglio: più che arrivare alle ultime pagine per scoprire il colpevole, il lettore vuole arrivarci per sapere che ne sarà di Montalbano. E Montalbano, per mano dell’Autore, non avrebbe potuto decidere meglio come uscire di scena.

Andrea Camilleri – Riccardino

RSDIUG. Roma sarà distrutta in un giorno

Mi è passato sotto mano tante volte in libreria e sono stato indeciso fino all’ultimo se comprarlo o no, sia per le recensioni non proprio entusiastiche sia perché Recchioni per me è il Baricco del fumetto, bravissimo ma paraculo e troppo autoreferenziale, aspetto che me lo ha fatto sempre apprezzare un po’ di meno. Poi, complice un buono spesa, ho preso il libro gratis e questo me lo ha fatto apprezzare un po’ di più. Alla fine mi ha pure soddisfatto. Mai leggere le recensioni: le opinioni, specie sui libri, sono assolutamente soggettive. Non è un grande storia, i disegni però mi sono piaciuti e i versi de Il muro del canto, gruppo folk rock romano, per descrivere alcune scene sono azzeccati. Soprattutto si parla di Roma (o meglio della sua distruzione ad opera di una creatura palesemente ispirata all’Evangelion) e racconta con immagini efficaci, attraverso gli occhi di chi ci vive, zone della città che conosco bene. Il finale è affrettato, Recchioni poteva far meglio e fornire qualche spiegazione sul seguito o sulle origini piuttosto che mostrarci la sua faccia beffarda mentre mangia, beve e fuma. Ma, come ho detto, è un bravissimo paraculo.

Roberto Recchioni – RSDIUG. Roma sarà distrutta in un giorno

Lo scarafaggio

A differenza di quanto pensassi, più che per omaggiare Kafka (che pure celebra, come confermato nella postfazione), McEwan si è dedicato, non troppo a dire il vero, alla scrittura di questo piccolo romanzo per puntare il dito contro la Brexit, attraverso una satira pungente e metafore che accusano la classe politica inglese e il suo elettorato.

Lo scarafaggio, essere spregevole per eccellenza (dopo l’uomo naturalmente), è il primo ministro. E’ una metafora fino ad un certo punto perché, nel racconto, una blatta prende letteralmente le sembianze del politico e allo stesso modo fanno altri scarafaggi con ministri e membri del governo per portare a termine, senza scrupoli, l’inversionismo, un meccanismo assurdo per invertire il flusso del denaro e dell’economia. Assurdità inventata da McEwan e inconcepibile, secondo lui, come la Brexit che invece è reale. Se poi si considera che gli scarafaggi hanno un loro scopo, cioè il proliferare ai danni della gente comune, ecco che il cerchio si chiude. Nei panni del Presidente americano c’è anche la caricatura di Trump, anche se è più corretto dire che Trump è la caricatura del personaggio che lo rappresenta.

Insomma, la lettura è veloce e piacevole ma è evidente che a McEwan interessasse più dire la sua piuttosto che scrivere il suo capolavoro. E ha fatto bene perché, se io fossi inglese, la penserei come lui. Siccome non lo sono, bye bye England.

Ian McEwan – Lo scarafaggio

I ragazzi della Nickel

Secondo premio Pulitzer per la narrativa in tre anni per Colson Whitehead. Ho amato “La ferrovia sotterranea” e mi aspettavo molto da questo suo nuovo romanzo, ispirato tra l’altro a eventi reali, che mi ha coinvolto soprattutto perché l’ho letto nel periodo delle proteste scoppiate in tutto il mondo per l’uccisione di George Floyd e della conseguente diffusione del Black Lives Matter. Tuttavia non mi ha conquistato. Non è avvincente come immaginavo e i colpi di scena, che pure ci sono, vengono raccontati con poca enfasi, come se si spegnessero sul nascere. Tranne quello finale che in effetti riaccende tutta la storia. Diversi passaggi poi sono poco scorrevoli (forse per la traduzione?) e frenano la lettura: non che siano difficili ma capita di doverli rileggere per capire a chi o cosa si riferisse l’autore. Insomma, da un doppio Pulitzer pretendo un capolavoro e invece ho finito “soltanto” un ottimo libro.

Colson Whitehead – I ragazzi della Nickel

Gli occhi del cuore

E’ stata un bella vacanza, circa dieci anni fa. Mi sono aggregato ad un gruppo di amici romani che stavano girando la Sicilia e li ho accompagnati, io che già mi trovavo a Palermo, in alcuni posti che non volevo perdermi, tra cui Monreale, Ustica e Favignana. Favignana la conoscevo già molto bene ma non perdo mai l’occasione di tornarci, così ho fatto quella volta e così farò quest’estate. Le isole hanno un fascino particolare, le isole di un’isola più grande come la Sicilia ancora di più. Mi sono divertito parecchio, pur essendo uno dei tanti, troppi. A me non piace muovermi in comitiva. Intendo proprio passeggiare, esplorare, andare al mare, cose per cui il numero ideale di persone non dovrebbe essere più di quattro o cinque. Meglio uno, da solo, che è il massimo. O due, se si è innamorati. Tra amici e amici di amici, saremmo stati in quindici o venti, chi lo sa. E nessuno era innamorato.

Sabina Guzzanti se ne stava in disparte, parlava poco e quasi unicamente sottovoce con una sua amica che non ci ha mai presentato e che ho pensato fosse la sua compagna. Quando apriva bocca però si sentiva solo lei, anche quella sera che al ristorante avevamo riempito una tavolata e lei si era presentata soltanto per il caffè, sapendo che il caffè in quel ristorante non lo servivano. Il proprietario, gentilissimo, preferiva così e all’ingresso la cosa era ben specificata, forse per liberare i tavoli più alla svelta visto l’afflusso continuo di gente. Sabina lo sapeva, conosceva il posto e conosceva il tizio che le ha portato il caffè quasi di nascosto, in un vassoio coperto con un tovagliolo. A me però piaceva Caterina. Allora non sapevo che anche lei lavorasse nello spettacolo, per me era l’ignota sorella minore di Corrado e Sabina Guzzanti. Il peggio tuttavia era non sapere che fosse tra i protagonisti di Boris, la fuoriserie italiana divenuta un cult, di cui ignoravo l’esistenza e che solo in questi giorni, grazie a Netflix, sto recuperando. Con dieci anni di ritardo.

Caterina era – e immagino sia tuttora – molto carina e naturalmente simpatica. C’era anche Davide, uno dei registi della terza stagione di Boris e sono certo, col senno di poi, che ci fosse anche qualcun altro della troupe lì in mezzo. Tutti ospiti dei Guzzanti, che a Favignana hanno una villa, per una vacanza alla fine delle riprese. Ci siamo ritrovati insieme a bere birra in spiaggia e inventare storie sdraiati sulla sabbia. Caterina e Davide ci hanno stupito con un giochino in cui riuscivano ad indovinare i titoli dei film senza apparentemente comunicare. Io indossavo una camicia a maniche corte che mai più avrei usato, come qualsiasi altra camicia a maniche corte. Davide mi ha raccontato del suo primo film, “Notturno bus”, che ad oggi non ho ancora visto pur avendolo scaricato pochi giorni dopo quella sera. Mi ha anche confidato che stava scrivendo una sceneggiatura: Wikipedia mi ha suggerito che potesse trattarsi di quella del thriller “Breve storia di lunghi tradimenti” con Carolina Crescentini, pure lei tra i protagonisti di Boris. Carolina a Favignana non c’era, me ne sarei ricordato. Credo, eh. Perché c’era davvero un via vai di approcci, chiacchere e facce che si scambiavano continuamente. Caterina era proprio divertente e rubava la scena senza volerlo. Le abbiamo dato anche un passaggio a casa con la Panda scassata che i proprietari della nostra villetta ci avevano prestato per girare sull’isola. L’indomani io sarei ripartito e avrei iniziato a perdere i contatti anche con gli amici romani tranne che con una, carissima, la quale mi avrebbe poi introdotto nel fantastico mondo del padel aprendo un circolo vicino a dove abito.

Insomma, la vita è una ruota che gira o anche la boccia di un pesce rosso in cui il protagonista osserva ciò che accade senza che lo decida. E in questi giorni, guardando quella fantasticheria di Boris, quasi mi dispiace non averne saputo parlare al tempo di Favignana. Forse doveva andare così, non sono sicuro che lo avrei apprezzato allo stesso modo. Oggi invece, memore di quelle serate, Boris mi appassiona e mi accompagna mentre faccio colazione: guardo una puntata e inizio la giornata con gli occhi del cuore.

Pizzeria kamikaze

Lettura da un paio d’ore al massimo, in alternativa ad una cena in pizzeria che potrebbe risultare indigesta (almeno per me che la accompagno con litri di birra e antipasti fino a scoppiare) a differenza di questi nove racconti cotti al punto giusto: alcuni brevissimi, altri articolati, tutti sconclusionati e surreali ma decisamente simpatici e scorrevoli con qualche frase da sottolineare e portare a casa. Il racconto che dà il titolo al libro, non a caso, è il più lungo e sorprendente.

Etgar Keret – Pizzeria kamikaze

La gang del pensiero

Avevo letto tanto e tanto bene in quarantena che non mi sembrava vero riuscire a divorare libri così velocemente. Tornato alla quasi normalità, il tempo per leggere è diminuito e, non contento, sono andato a sbattere contro questo romanzo all’apparenza divertente ma alla lunga stancante. E anche alla corta. Proprio non scorre, nonostante l’ironia e le battute che riempiono le pagine a contorno della storia, surreale e ricca di episodi incredibili. L’autore sa pure scrivere. Solo che esagera nella continua ricerca del lato comico e di frasi ad effetto, alcune delle quali da evidenziare e portare a casa, simpatiche la prima volta, simpatiche la seconda, va bene la terza… poi basta, diventano fastidiose. Senza parlare delle riflessioni filosofiche, tutte illuminanti e anche esposte con semplicità, che però si rivelano pallose, come le innumerevoli parole con la Z in cui il cui glossario ci viene perfino mostrato alla fine del libro. Peccato, mi aspettavo molto di più.

Tibor Fischer – La gang del pensiero

 

Souvenir dell’impero dell’atomo

Opera sicuramente originale che omaggia la fantascienza degli anni ’50, tra l’altro con uno stile grafico impeccabile. E simpatico, direi. Solo che, pur essendo la storia abbastanza semplice, è raccontata (volutamente dall’autore) in maniera troppo intricata con continui salti temporali e intermezzi a volte difficili da collocare nel puzzle della trama. In sostanza, non ci ho capito granché e non mi ha appassionato. Magari cambierò giudizio con una rilettura in futuro. O nel passato.

Thierry Smolderen, Alexandre Clerisse – Souvenir dell’impero dell’atomo