Ci buttiamo?

Siamo in quella che credo sia casa tua, riconosco il letto. Tu sei vestita di nero, io indosso una giacca e mi sistemo di continuo i capelli come fanno certi nuotatori intervistati in TV al termine di una gara. Penso di non averli in ordine, non li ho mai in ordine. Mi porgi un calice di Amarone, non so nemmeno da dove sono apparso ma adesso siamo lì. Piove. Le luci sono soffuse e tu ti guardi ripetutamente intorno. Io temporeggio imbarazzato e ti scruto di nascosto, senza farti notare che ti sto proprio squadrando. Non porti il reggiseno, non si nota però me ne accorgo. Osservo le tue mani, i piedi nudi, lo smalto rosso e mi chiedo se il vino non stia facendo effetto. Non sono a mio agio, cerco di non darlo a vedere. Anzi vorrei mostrarmi sicuro benché sembri che tu abbia fretta di andare o di far andar via me. Resisto un po’, quasi ad importi la mia presenza per i pochi minuti che mi restano. Sono certo che, uscendo da quella porta, non ti rivedrò più e quindi sorseggio con calma, decidendo sul da farsi. In testa, saprei pure cosa, non so se sia giusto, non so se tu lo voglia. Però, se mi ritrovo a casa tua proiettato da chissà dove, un motivo ci deve essere. Forse è Dio che mi ci ha mandato, Ronnie James intendo, per permetterci di ascoltare heavy metal. Dalla tasca invece tiro fuori un vinile di David Bowie e provo a metterlo sul grammofono. Non funziona, non gira nemmeno. Diluvia e non so come muovermi. Provo anche ad avvicinarmi a te ma non riduci lo spazio che ci separa. E allora mi sposto verso la finestra. La apro ed è come se ci fosse una cascata fuori che nasce dal tuo balconcino.

“Ci buttiamo?” dico.
“Ma sei matto? Chiudi che mi fai freddo” rispondi.
“Io mi tuffo, che può succedere?”
“Tu sai nuotare…”
Non è saper nuotare che conta adesso, è capire se vuoi tuffarti“.
“Non ci penso proprio!”
“Io sì, sempre meglio che uscire dalla porta”.
“Sei pazzo”.
“Anche tu lo eri”.

Finisco il vino con un lungo sorso. Prendo fiato, mi affaccio, ti guardo e ti dico che ti aspetto di sotto.
L’ultima immagine mostra me che ti guarda dal basso. Sei all’altezza di un secondo piano, mi osservi mordendoti le labbra, con le mani poggiate sulla ringhiera. Non capisco se vuoi saltare, sei indecisa. Non lo scoprirò mai. Non c’è una goccia d’acqua tutt’intorno. E tu mi sorridi.
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L’ipotesi Gaia

Ci sono delle cose che, semplicemente, accadono. Possono farlo in tanti modi più o meno riusciti, dipende da quanto bene si incastrano le varie componenti. Ora, metti un giorno che non è un giorno qualunque ma una ricorrenza, in un momento di distacco dai ricordi, tra una doccia fredda e una sessione di ukulele. Prendi una foto, una sola. E una parola. O anche due. Lascia tutto al caos, prima che il tempo si intrometta. Perché è vero che il tempo aiuta ma a volte fa l’esatto opposto, nuoce e gravemente. Quindi non farne passare, segui l’istinto. Aggiungi l’atmosfera di una sera che diventa notte e che non finisce mai, con la sua luce in bianco e nero e la sua aria silenziosa. La chimica, non dimenticare la chimica. Poi respira. Utilizza le parole, la più potente droga usata dall’uomo. Ascolta le pause, libera i pensieri e tienine uno costante in cima agli altri. Moltiplica per due. Qualcosa succede.

James Lovelock, che a differenza di quanto possa suggerire il nome non è un attore porno ma uno scienziato con gli attributi, sostiene che Gaia, la Terra, sia un unico organismo vivente autoregolantesi, ossia che l’atmosfera, la crosta terrestre, i mari e tutte le componenti geofisiche del pianeta si mantengono in condizioni ideali alla presenza della vita proprio grazie al comportamento e all’interazione degli organismi viventi, animali e vegetali. Gaia quindi vive ed è il suo profumo che mi sembra di sentire quando soffia il vento da nord. Perché è vero che il vento porta via i cattivi pensieri ma a volte invece porta con sé sensazioni nuove da mondi rotondi e sconosciuti. E te le lascia sulla pelle, attaccate come un abbraccio.

Io, che a differenza di quanto possa suggerire il mio nome non sono uno scienziato con gli attributi e – purtroppo? – nemmeno un attore porno, sono affascinato da Gaia. Anni fa, su questo stesso blog, ricordo di averne parlato come una teoria interessante. Allora non ero felice, però ero spensierato. Oggi non sono né l’uno né l’altro, sono libero e incasinato e questo è tutto ciò che mi resta dell’amore. L’ipotesi Gaia arriva all’improvviso, come un libro su cui cade l’occhio per la copertina accattivante e che, a sorpresa, cattura pagina dopo pagina perché incuriosisce, perché tratta un tema per me importante. Un’idea che ha le premesse giuste per diventare un fatto da vivere non con gli attributi e forse non ancora con il cuore ma sicuramente con la testa, io che di fatti ho avuto tanto bisogno e che per anni mi sono dovuto inventare. Gli elementi ci sono già tutti: incredulità, follia, serenità, superbia, perfino rabbia e perdono, giusto per citarne alcuni. Ma sono ai primi capitoli, c’è molto altro da leggere. Soprattutto c’è molto altro da scrivere. Ogni componente si sta integrando perfettamente con le altre per creare sintonia in uno spazio sempre meno ingombrante, per spostare avanti le ore, scuotere il tempo e rimandare di continuo quel qualcosa di primordiale che è il sonno. Quanto mi è mancato il sonno, l’ho desiderato a lungo. Adesso vorrei non arrivasse mai mentre quella voce, un sussurro nell’orecchio, mi chiede: quindi, cosa succede? Succede che sei bella.