Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

Simpatico romanzo che racconta le avventure di una famiglia di cavernicoli alle prese con l’evoluzione nell’era di passaggio verso quella in cui dominerà l’homo sapiens. Guidati dall’ingegnoso capofamiglia, figli, mogli e zii andranno incontro alla scoperta del fuoco, di nuove armi per la caccia e della comodità di vivere in una caverna, cammineranno in posizione eretta, cuoceranno il cibo per masticarlo e digerirlo meglio, inizieranno a lavorare alle arti con i primi disegni sulla pietra, non si accoppieranno più all’interno della stessa tribù. Tutto viene narrato in forma umoristica con dialoghi anacronistici che rispecchiano la società moderna e che hanno anche una morale. Le innovazioni infatti non vengono viste sempre di buon occhio dai membri della famiglia. Lo zio ritiene siano in contrapposizione al corso della natura e continua imperterrito a rifiutare ogni cambiamento. I figli, sperimentati i vantaggi delle loro scoperte, si convincono della necessità di tenerle per sé e non condividerle liberamente con le altre tribù: uno, per mantenere una di forma superiorità sulla specie; due, per evitare che portino l’uomo all’autodistruzione. Detto così sembra una palla, invece la lettura è scorrevole e divertente, a tal punto che mi sono chiesto – e ancora mi domando – quando l’uomo primitivo ha iniziato a ridere e perché.

Roy Lewis – Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

Cowboy Bebop

Cowboy Bebop, l’originale, è un anime giapponese di fine anni ’90 considerato all’unanimità, nel mondo, un capolavoro per animazione, stile, trama, personaggi, grafica, colonna sonora, non a caso tra i miei preferiti. Netflix ha appena proposto questa serie live action, cioè con personaggi in carne ed ossa che, all’unanimità, nel mondo, è stata stroncata da critica e pubblico, salvo pochi casi, me incluso. Io, nerd dentro che guarda pure le peggiori cazzate, ho un debole per tutto ciò che mi riporta indietro nel tempo e non me la sono sentita di fare il criticone.
Direi che, se la serie viene accostata all’anime, il paragone non regge. I puristi hanno ragione, è stato scopiazzato tutto e male. I personaggi soprattutto fanno ridere e non perché siano simpatici. Ricordano i cosplay che vanno alla fiera del giocattolo, inespressivi e bruttarelli (il cattivone poi, con quella parrucca bianca…). Nell’anime sono affascinanti e pieni di personalità, come dire meglio disegnati che vivi.
Se si riesce però a dimenticare l’anime – io stesso non lo ricordavo benissimo, essendo passati oltre vent’anni – e si pensa alla serie come fosse un prodotto di fantascienza a sé stante, non è proprio da buttare: ambientazione ben fatta, dialoghi stupidini ma divertenti, sangue e parolacce a sufficienza. In fin dei conti si può guardare quando in giro non c’è di meglio e Netflix non è che offra sempre capolavori a cui dare priorità. Sarei curioso di vedere la seconda stagione ma temo non arriverà mai, visto il successo che ha avuto la prima.

Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia

L’ultimo lavoro di Zerocalcare è un insieme di storie che raccontano il suo punto di vista su temi a cui si è dedicato nel periodo della pandemia, quali la condizione dei carcerati di Rebibbia, la gestione della sanità territoriale, il fenomeno della cancel culture, le condizioni del campo profughi di Makhmour, in Iraq. Roba che, se non la trattasse Zerocalcare con matita, pennarelli e ironia, non interesserebbe a nessuno e che invece arriva a toccare la sensibilità e la coscienza critica di tutti noi. Poi c’è l’ultima storia, onestamente la più bella, che racconta la genesi della serie Strappare lungo i bordi: come è nata, come è stata sviluppata e con quali mostri si è dovuto confrontare per realizzarla. Qui Zerocalcare è perfino riuscito a prevedere le poche sterili polemiche che ne hanno accompagnato il successo, spegnendole sul nascere con grande intelligenza. Un motivo in più per leggere il volume e (ri)guardare la serie.

Zerocalcare – Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia

Old

A me M. Night Shyamalan è sempre piaciuto, sin dai tempi de Il sesto senso per arrivare ai più recenti Split e Glass. Per me è un regista a cui come minimo va dato il beneficio del dubbio, perché con lui è sicuro che qualcosa di originale sullo schermo si riesce sempre a vedere. Quel qualcosa poi può deludere ed è il caso di Old, film su cui forse riponevo troppe aspettative. E’ la storia di un gruppo di famiglie, in vacanza in un resort, che si ritrovano intrappolate in una spiaggia in cui il tempo scorre tanto in fretta che gli anni passano nel giro di qualche ora, facendo precocemente crescere ed invecchiare o ammalare gli sventurati. Ora, con una trama del genere, libero adattamento tra l’altro di un graphic novel, tutto sarebbe concesso. Ma le cazzate nelle cazzate no: i genitori pressoché tranquilli quando di colpo si ritrovano i figli adulti; il tumore che, mentre viene estratto a mani nude senza anestesia (e senza un grido di dolore), diventa un pallone da basket; la via di fuga impossibile per il mare agitato che però sullo sfondo è sempre piatto; la bambina che diventa donna e resta incinta e partorisce senza sangue e perde il bambino che diventa polvere; i sopravvissuti che intuiscono come scappare manco fossero Einstein e, sorpresa, scoprono che la via d’uscita è per mare (ma non era agitato?) e poi si ritrovano felici a mollo a cento metri dalla spiaggia maledetta senza che si capisca come facciano a sapere che sono salvi visto che si ritrovano solo un po’ più in là… sono solo alcune delle “leggerezze” che da subito mi hanno colpito negativamente. Forse sono troppo attento io o forse sto invecchiando e divento rompiscatole. Prima di vedere queste due orette di film però ero molto più giovane.

Follia

Sono così bravo a trovare difetti nei libri (e nelle persone) che non mi convincono al 100% che, quando ne scrivo – male ma ci provo – riesco a spiegare perché non mi hanno soddisfatto con discreto e cinico compiacimento. Quando invece il libro che ho appena finito mi stupisce positivamente ho un blocco: non trovo gli aggettivi giusti, il mio vocabolario si dimostra limitato, le qualità non vengono a galla. E’ ciò che mi è successo con questo romanzo di McGrath, a mio modesto parere pressoché perfetto. Scritto egregiamente, è la storia della moglie di uno psichiatra che si innamora di un suo paziente, squilibrato e pericoloso, arrivando a distruggere, nel vero senso del termine, se stessa e chi le sta vicino pur di coltivare un sentimento folle. Folle, perché già l’amore è pazzo per definizione, ma soprattutto perché qui sfocia in estrema ossessione, perdita della ragione, depressione, paranoia che McGrath racconta senza pieghe, con un ritmo coinvolgente ed una certa padronanza del contesto clinico che rende verosimili gli avvenimenti. La sua genialità sta nel coinvolgere il lettore a tal punto da spiazzarlo e impedirgli di prendere una posizione in merito al susseguirsi dei fatti: io, per lo meno, da un lato volevo che vincesse la passione e trionfasse l’amore, dall’altro che morissero tutti malamente. E nel mezzo che mi ubriacassi di gin facendo sesso con chiunque come la protagonista. Follia appunto.

Patrick McGrath – Follia

The fall

La protagonista di questa serie, di cui mi sono sorbito tre stagioni su Netflix, è l’indimenticabile agente Scully di X-Files che credevo fosse sparita dalle scene e invece pare sia molto attiva specialmente in TV. Qui interpreta, in maniera sublime ma anche pallosa a lungo andare, un sovrintendente delle forze dell’ordine che si ritrova a dare la caccia ad un serial killer belloccio ed intelligente. La trama è tutt’altro che scontata, non ci sono delitti a gogò né scene cruente con l’assassino che riesce sempre a farla franca, anzi. Tutto si muove sulla caratterizzazione psicologica dei personaggi che innesca un duello a distanza tra i buoni e il cattivo fatto di mosse e contromosse nonostante gli imprevisti. Lei soprattutto è una donna con le palle da elevare a regina del movimento femminista, tanto schietta e pratica quanto sensibile. Lui è uno psicopatico omicida che a tratti viene voglia di incoraggiare. La pecca principale è che le puntate sono piuttosto lente. Accade di continuo qualcosa di importante ma ci mette troppo ad arrivare, tant’è che ho imparato a cucire a maglia e cucinare il cuscus durante la visione. Sarebbe stato meglio comprimere tutto in due stagioni, più che sufficienti a beccare il killer senza fronzoli.

La casa di Fripp Island

Romanzo piacevole, di genere a metà tra giallo e drammatico, che scorre senza infamia e senza lode ma ha il pregio di mantenere vivo un pizzico di curiosità per ciò che, si presume, di brutto accadrà. Più che presumere se ne ha la certezza in realtà, perché già la prima pagina rivela cosa è successo di grave, non si sa però chi è coinvolto in prima persona e le pagine successive in pratica ne ricostruiscono la storia, dalle cause alle conseguenze. I personaggi sono ben caratterizzati, soprattutto i giovani. Gli adulti sono stereotipati ma ognuno di loro funziona ai fini del racconto. Peccato solo che alcune dinamiche siano un po’ difficili da accettare come realistiche, anche se poi la vita ci insegna che può essere più incredibile della fantasia. Avevo letto recensioni entusiastiche, a me non è sembrato niente di più e niente di meno di un buon libro per passare il tempo, quando a novembre piove, fa freddo e non c’è di meglio da fare.

Rebecca Kauffman – La casa di Fripp Island

Strappare lungo i bordi

Arrivo tardi come al solito, della serie Netflix di Zerocalcare tutti hanno già scritto e detto tutto e nessuno ha fatto un solo appunto negativo. Zerocalcare è un genio, non esagero. A meno che tu non appartenga ad un’altra generazione, è impossibile non ritrovarsi nelle sue storie, sia quando ti strappa una fragorosa risata sia quando ti fa scendere la lacrimuccia, perché poi non colpisce tanto cosa racconta ma come ci riesce e quasi sempre, almeno per quanto mi riguarda, è esattamente quello che avrei voluto dire oppure ho pensato vivendo le stesse identiche situazioni. A differenza del fumetto, su cui ci si può soffermare senza voltare pagina, la serie scorre veloce per gustarsela e infatti non si contano i momenti in cui ho premuto stop per osservare meglio i particolari o rivedere le scene. La parte finale mi ha sinceramente commosso e sono certo che presto rivedrò tutti i sei episodi senza pausa. Durano poco, sono come un film che, a per lunghi tratti, può essere quello della tua vita.

Colorando

Ho trovato questa app fichissima. Non mi rilassa come il nuoto o l’acqua in generale, ma dà pace e soddisfazione ai miei momenti irrequieti. Un po’ come scrivere. E un po’ come disegnare, se ne fossi capace. Qui è facile, basta colorare, dieci minuti e via.

Il 16 novembre

Pensavo che il giorno peggiore dell’anno fosse quello, variabile, in cui si passa dall’ora legale all’ora solare. Per me ha sempre rappresentato la fine di un ciclo (una stagione, un’estate, un’età) e l’inizio del buio cosmico. C’è però un’altra data che si gioca il triste primato ed è il 16 novembre. Già qualsiasi giorno di novembre fa schifo ma il 16 è particolarmente significativo e non ne avrei scritto se poco fa WordPress non mi avesse ricordato che oggi ricorrono i dieci anni dall’apertura di questo blog. Blog che in realtà, con gli stessi identici post, esiste dal 2004 (cazzo quanto sono vecchio) quando era ospitato da Splinder, magnifica piattaforma che, al momento di chiudere, mi ha costretto a traferire tutti i miei contenuti qui. Non avrei mai detto però che fossero già trascorsi dieci anni e che l’anniversario ricadesse proprio il 16 novembre, mi è sembrato un segno del dio web per indurmi a scrivere due righe.
Ho avuto due storie importanti nella mia vita, a distanza di secoli l’una dall’altra. Quelle due storie sono finite – male – per tanti motivi, il più grande dei quali è l’innata capacità delle donne (OK dai, non di tutte) di infliggere dolore senza toccarti, tipo Ken il guerriero, senza pietà e senza quasi accorgersene, semplicemente vivendo come ritengono opportuno (salvo poi pentirsene quando il malcapitato è ormai morto). Be’, entrambe le arpie, una due giorni dopo che ci siamo lasciati e una contemporaneamente alla nostra relazione, hanno trombvato un altro uomo: ironia della morte, sia l’uno che l’altro sono nati il 16 novembre. Quindi oggi stanno tutti festeggiando. Ora non è che io ogni anno mi ricordo questa cosa e vado ad accendere un cero ma oggi WordPress ci ha messo lo zampino, tutto sommato per dirmi che posso festeggiare qualcosa anch’io. E infatti lo faccio, perché se quei due ominidi non fossero nati, io probabilmente non vivrei la storia che sto vivendo oggi, la terza, l’ultima.

La giusta direzione

Casa è quel posto in cui vuoi stare quando piove forte come oggi, guardando il temporale da dietro le finestre con un calice di rosso in mano e un senso di sicurezza in corpo. Quando le strade sono deserte e le buche mezze piene o mezze vuote, a seconda dei punti di vista. Quando il calice diventa due calici e, in un attimo, una bottiglia con un messaggio dentro: tornerò. Quando le luci dei lampioni si riflettono sull’asfalto e, insieme alle foglie cadute, ti illudono che la via bagnata sia lo spazio in cui vorresti essere, che dovresti percorrere, del quale ti piacerebbe sistemare le crepe. Che poi la via è giusta, è sbagliata la direzione. Lo sai, ma adesso sei bloccato e al sicuro dai colpi di fulmine, non puoi camminare né guidare, non saresti in grado di guidare nessuno. Presto smetterà di piovere e sarà naturale invertire la rotta e dirigerti lì dove sei più protetto che a casa, dove la bottiglia diventa due calici, dove c’è il sole. Nel tuo porto sicuro.

Inferno sulla Terra

Leggi il titolo e ti aspetti un’apocalisse o chissà quale cataclisma. Conoscendo l’autore però sai che il suo genere è il noir, lo hai cercato apposta e allora immagini una trama con personaggi capaci di compiere i peggiori casini. Poi inizi a leggere e la monotonia del protagonista, scrittore fallito e mezzo alcolizzato che lavora in una fabbrica di aerei e cerca di districarsi quotidianamente dai problemi economici e di famiglia, ti fa intuire che forse l’inferno è proprio questo, la sua vita. Fai qualche ricerca, evitando gli spoiler, sperando che la storia prenda quota magari con un omicidio e invece scopri che si tratta del primo romanzo di Thompson, in gran parte autobiografico e che non è un noir. Però continui a leggere, superando la noia delle descrizioni esasperatamente dettagliate del lavoro in fabbrica, dei calcoli al centesimo su ogni spesa, dei dialoghi scadenti, degli eventi, inutili, che devi sforzarti di capire perché non vengono spiegati, con l’unica gioia di vedere le pagine che scorrono tutto sommato in fretta. L’ultima è quella che ti dà sollievo, il libro è finito, vai in pace a cercare il prossimo libro da leggere sapendo che non potrà essere peggiore.

Jim Thompson – Inferno sulla Terra

La ferrovia sotterranea

Il romanzo da cui è tratta questa serie mi era piaciuto moltissimo, aveva vinto anche il Premio Pulitzer per la narrativa qualche anno fa e ricordo di averlo finito così in fretta che ci ero rimasto male. Quando su Prime Video mi è passato davanti casualmente il trailer non ho avuto dubbi che l’avrei apprezzata, non fosse altro per la possibilità di associare volti, luoghi e situazioni a ciò che il libro mi aveva solo fatto immaginare. Forse però le aspettative erano troppo alte. A differenza del romanzo, che si legge quasi senza respirare, qua si respira troppo, ci si può andare pure a fumare una sigaretta senza che succeda granché, le scene cardine della storia o sono interminabili, con lunghi piani sequenza di paesaggi e personaggi e musiche per l’occasione, o sono brevi e volutamente troncate perché poi vengono riprese più avanti. La fotografia è da Oscar, la trama non è affatto sminuita e la suspense non manca: tutto questo non è comunque bastato ad evitare un po’ di noia. Non ho trovato quel ritmo, quella scossa che spinge a terminare ad ogni costo un episodio e riprendere al più presto il successivo. Il romanzo è crudo e vivace ma i particolari che mi avevano colpito tra le pagine non li ho trovati sullo schermo, per lo meno non tutti. Peccato, poteva essere la sorpresa del 2021, resterà solo una buona serie.

Alice in Borderland

Sull’onda del successo di Squid Game, tra i titoli più visti di Netflix è tornata in classifica questa serie giapponese del 2020 con cui condivide l’idea di fondo: giocare per sopravvivere. Sembra anzi che l’autore di Squid Game si sia proprio ispirato al manga da cui è tratta Alice in Borderland, uscito in Giappone una decina di anni fa, per realizzare “Il gioco del calamaro”. Le similitudini in effetti sono molte ma lo sviluppo è totalmente diverso, qui poi la trama tocca la fantascienza e la distopia e c’è pure il doppiaggio italiano. La recitazione purtroppo resta mediocre, del resto anche nella vita quotidiana i giapponesi sembrano attori mediocri. Gli spunti sono curiosi ed alcuni richiami ad Alice nel Paese delle Meraviglie (Alice in Wonderland) piuttosto evidenti ma non ne ho compreso appieno il nesso, forse perché è plausibile una seconda stagione che magari darà qualche risposta in più. Bello immaginare una Tokyo completamente disabitata, quasi quanto il Grande Raccordo Anulare vuoto, utopia pura.

L’uomo delle castagne

Miniserie danese, di soli sei episodi e di puro intrattenimento, che fa parte di quel filone di thriller nordici tratti da romanzi di successo in cui Netflix sguazza perché difficilmente deludono, anche se non aggiungono niente di nuovo al “già visto”. L’azione è ridotta al minimo ma la tensione è sempre alta, soprattutto per merito di una trama ben congegnata e con poche lacune. Una però, almeno per me, è grossa: l’assassino. Già dalla prima puntata il campo dei papabili colpevoli si restringe ad una manciata di individui, perché l’intero cast è povero di personaggi e si capisce che il killer è tra loro. Peccato che, quando il mistero viene svelato, ci si rende conto dell’assurdità della cosa, l’assassino non può essere chi è. Non avrebbe proprio potuto nascondersi tra la gente altrimenti, men che meno in Danimarca dove la precisione e l’attenzione sono di casa, vedi i Lego. Poi sarò io esagerato ma, dopo innumerevoli romanzi e serie del genere nel mio curriculum, i particolari sono diventati importanti, non mi aspetto che il castello crolli nel finale. E invece, cinque puntate divorate, la sesta mal digerita. Così anche L’uomo delle castagne finirà presto nel dimenticatoio.

Midnight mass

Non mi era chiaro che si trattasse di una serie horror, l’avevo scelta quasi a caso tra le novità proposte da Netflix che mi ha profilato come serial thriller e che credevo ormai tarata su questo genere. Ciononostante mi ha preso subito, soprattutto per alcuni brevi intermezzi iniziali che lasciavano intuire la presenza di un grave mistero alla base della storia e l’arrivo di qualche morto. La trama si sviluppa in un’isoletta imprecisata di un paese nordico, abitata da poche decine di ferventi cattolici che pregano dalla prima all’ultima puntata, a volte annoiando più di una vera messa. Ci sono episodi un po’ cruenti che si svolgono intorno alla chiesa del paese ma niente di davvero spaventoso come, ad esempio, un matrimonio. L’aspetto più inquietante semmai è che molte delle preghiere che vengono recitate io le conosco ancora a memoria, conseguenza delle cattive frequentazioni in oratorio da bambino. Esperienze che tuttavia mi hanno fatto crescere nella grazia di dio, cioè ateo. Se non fosse per questo, immagino che Netflix mi avrebbe proposto di abbonarmi a Disney+.