Outer range

Serie bellissima di cui non si capisce un cazzo. A metà tra western e fantascienza, con qualche accenno al thriller, ogni puntata cattura lo spettatore (o almeno me) senza lasciarlo e questo per merito di una fotografia strepitosa, di almeno due grandi attori (Josh Brolin su tutti), di una trama che aggiunge misteri centellinandoli con cura e di un ritmo vivace che, nonostante la calma apparente dei grandi ranch del Wyoming, mantiene la tensione sul filo del rasoio. Insomma, succedono delle cose e ci si chiede perché. Ne succedono altre e i dubbi aumentano. Però non ci si annoia, nella certezza che le risposte siano lì dietro l’angolo. Si arriva alla fine e una sorpresa inattesa e paracula, anche abbastanza stupida per come viene rappresentata, fa credere che la soluzione sia vicina. Invece no, la serie termina qui. Le cose sono due: o – spero con tutto il cuore – Prime Video ha già deciso che ci sarà una seconda stagione (perché il finale ci può pure stare ma non sarebbe carino ed educato tenerlo così) o auguro a Josh Brolin (l’attore proprio, non il personaggio che interpreta) di cadere in quel buco e non tornare più.

Ti vo…

Visto che non ci sono foto della mia brutta faccia in giro, ecco un mio ritratto di profilo disegnato da mio nipote, quello piccolo, quello lontano. A quanto pare, ho la fronte alta e pochi capelli o sono rasati e porto un taglio alla moicana. Ho la barba a batuffoli, senza baffi tipo Furio o gli antichi romani. Ho qualcosa sull’orecchio (forse un piercing) e sull’occhio (una pagliuzza o una trave). Mi mancano i denti e il labbro superiore, ho la lingua lunga e appuntita (vero), il naso a muso di cane di piccola taglia e il collo taurino, ammesso che ce l’abbia, un collo. Probabilmente sono sotto effetto di qualche allucinogeno. In pratica mio nipote mi vede come Sloth de I Goonies.
Ti voglio bene” era troppo lungo e difficile da scrivere e qui ha ragione, lo scriviamo poco e lo diciamo ancora meno. Però ci messo un cuore. Anzi ci ha messo IL cuore.

Due estati

Un gruppo di amici, ognuno con la propria vita piuttosto realizzata e senza bambini a rompere le palle, si ritrova per festeggiare i cinquant’anni di una di loro e trascorrere qualche giorno su un’isola che più isolata non si può. In parallelo, vengono mostrati gli stessi amici durante l’estate di trent’anni prima, quando erano giovani, cretini e incensurati. Le due estati del titolo si intrecciano quindi per svelare pian piano un episodio agghiacciante che non lascerà vie d’uscita. A metà tra giallo e thriller, trovata per caso su Netflix, questa miniserie belga a cui non davo credito è stata invece una sorpresa. Non c’è sangue, non c’è suspense, non ci sono omicidi né mostri, ma la spensieratezza del gruppo, sia nell’una sia nell’altra estate, è chiaro sin da subito che verrà distrutta e questo, insieme ad una discreta sceneggiatura, crea interesse e attesa. Inoltre si tratta di solo sei puntate, finiscono in fretta. Gli attori sono bravi e i personaggi ben delineati. Forse qualche intreccio è un po’ forzato, tuttavia le vicende raccontate e purtroppo anche l’episodio agghiacciante sono assolutamente plausibili, con cause e conseguenze. Sui giornali leggiamo di peggio ogni settimana. Nessuno è colpevole ma nessuno è innocente e, mi correggo, a pensarci bene i mostri ci sono eccome.

Bang Bang Baby

Prima serie TV italiana realizzata da Prime Video, Bang Bang Baby è un mix di tanta roba già vista ma realizzata davvero bene soprattutto, immagino, per via di un budget notevole. Il lancio è stato pubblicizzato ovunque ma, chissà perché, i primi cinque episodi sono stati rilasciati a fine aprile e gli altri cinque, in sordina, oltre un mese dopo: le gente, me incluso, si è praticamente dimenticata di avere una serie in sospeso da finire. Io l’ho ripresa quasi per caso e tutto sommato non l’ho trovata brutta, anzi. E’ una sorta di commedia nera dove trama e personaggi si incastrano al meglio per dare un tocco di originalità ad un prodotto che rischiava di essere banale. La fotografia è stupenda e l’ambientazione, nella Milano degli ’80, più che riuscita. La trama è interessante e i personaggi simpatici, specie perché sembrano tutti caricature di ciò che avrebbero dovuto rappresentare, compresi i boss e gli affiliati alla ‘ndrangheta i quali, nonostante la violenza e il sangue, ricordano la Banda Bassotti. La protagonista è una ragazzina timida e bullizzata che, per amore del padre che credeva morto ammazzato, si riunisce alla “famiglia” calabrese e diventa più furba e audace dei vertici dell’organizzazione criminale e della Polizia. Visti i personaggi, non era difficile. Difficile era rendere credibile ogni situazione e gli sceneggiatori, bravi a prenderci per i fondelli, ci sono riusciti. Non mi aspetto una seconda stagione e comunque non la vedrei, potrei cambiare radicalmente giudizio.

Tra le pagine

Protagonista e voce narrante di questo romanzo è un libro il quale, proprio come un essere umano, racconta tre storie distinte che in diversi modi lo hanno segnato. Il libro in questione è una copia de La Ribellione di Joseph Roth, scritto nel 1924, sfuggito al rogo nazista degli anni ’30 ed ora in possesso di Lena, una ragazza che lo ha ricevuto dal padre e che si appassiona in particolare ad una mappa disegnata nell’ultima pagina. Attraverso la propria sensibilità e le proprie esperienze tra biblioteche e nascondigli, il libro racconta: 1) la trama de La Ribellione, di cui è fatto in forma e sostanza; 2) la vita travagliata del proprio autore, Roth, soprattutto in riferimento all’amore ancora più travagliato verso la moglie malata di mente; 3) le avventure di Lena nella tormentata ricerca del significato della mappa che lui porta impressa. Tra le pagine è un libro che parla di un libro che racconta le sue storie, le quali si accavallano senza entrare in conflitto e di cui il protagonista, oggetto di carta animato da sentimenti puri, coglie le sfumature mettendo insieme ciò che percepisce ed esponendolo con passione. L’idea è originale e la lettura non è affatto pesante anche se alcuni capitoli mi hanno dato l’impressione di essere inutili e prolissi. I libri sono così, come noi hanno pregi e difetti. Il libro parlante mi è piaciuto più del libro che avevo in mano io, chissà se anche lui sta parlando di me e di come ne sto scrivendo. So che non è possibile, certo. L’ho letto su Kindle ed – è risaputo – i libri digitali non hanno l’anima di quelli cartacei.

Hugo Hamilton – Tra le pagine

La festa del riso

Questa bimba oggi dovrebbe avere 14 o 15 anni e occuparsi della baracca di fango, dei fratellini e delle sorelline, quando non zappa la terra. Se non è mamma lei stessa. E se è ancora viva. Il secchiello non le serve per fare i castelli di sabbia. Lì non sanno nemmeno cosa siano. Il mare non c’è e pure l’acqua non si presenta spesso, quella dei pochi pozzi è imbevibile, troppa terra e sporcizia. Imbevibile per noi, loro la bevono eccome. Organizzavamo delle giornate in cui distribuivamo del riso cotto dentro enormi pentoloni, condito con un pugno di spezie. Il sale non esiste e i pomodori valgono quanto l’oro o forse di più, perché l’oro si trova da quelle parti, i pomodori no. Non è che potevamo fare grandi annunci quando preparavamo queste – chiamiamole – feste. Niente internet, niente telefoni. Il passaparola però faceva sì che in pochi minuti i bambini arrivassero a frotte da tutto il villaggio e il villaggio copre un’area vastissima. I bambini si stima fossero oltre 12.000, da noi ne arrivavano qualche centinaio e il riso non bastava per tutti, gli ultimi restavano senza. I più furbi si toglievano le magliette stracciate per non farsi riconoscere e rimettersi in fila per averne ancora. In effetti, per fasce di età sono tutti uguali, così neri, sporchi e sempre sorridenti. Il secchiello serviva proprio per il riso, venivano a prenderlo con pentolini di metallo, piatti di plastica, ciotole di terracotta. Con le mani a coppa. Non soffrono la fame, non tutti almeno. In tanti non superano l’adolescenza, il problema non è la mancanza di cibo, semmai la mancanza di tutto il resto. Sapevamo bene che la festa del riso era soltanto un piccolo gesto, forse nemmeno così giusto. Eppure, riso o non riso, ridevano. Il nostro riso non abbondava, il loro sì. Per fortuna avevamo ben altri progetti in cantiere e altri realizzati con successo. Gli attentati e i rapimenti poi hanno fermato tutto. Chissà se riusciremo a tornare. Chissà se oggi sanno che sapore hanno i pomodori. Chissà se quella bimba è riuscita a diventare grande.

Scissione

Serie fantastica, di genere e di gradimento. Dicono che Apple TV+ non stia sbagliando un colpo e non fatico a crederci, ho già in coda almeno altre tre serie con recensioni più che positive da guardare.
Scissione, diretta da Ben Stiller, è la storia di un gruppo di impiegati di una misteriosa multinazionale che, volontariamente e legalmente, si sono fatti impiantare un chip nella testa in modo da separare i ricordi lavorativi da quelli extra-lavorativi: in pratica, varcato l’ingresso dell’azienda, il cosiddetto “interno” lavora senza saper nulla della vita del suo corrispettivo “esterno” e viceversa. Gli interni quindi sono sempre in ufficio, non hanno una vita al di là delle particolari attività a cui devono dedicarsi ma inizieranno a porsi qualche domanda quando strani avvenimenti turberanno le loro coscienze. La stagione, che tutto sommato potrebbe anche essere autoconclusiva, lascia senza risposta diversi interrogativi che turbano la mia, di coscienza. La brutta notizia è che la seconda stagione arriverà tra non meno di un anno, motivo per cui vorrei sottopormi anche io alla scissione per dimenticare i nove episodi che ho visto e rivedermeli tutti, insieme ai nuovi, quando sarà. Che palle, l’attesa.

I voglio di fine stagione

Ieri ho nuotato l’ultima gara in vasca di una stagione un po’ sfigata a causa del covid e di altre anomalie. Non è andata male. Non sono andate male né la gara né la stagione, mozzata da tanti eventi cancellati e dai miei allenamenti altalenanti. A conti fatti, ho partecipato a soli quattro meeting, tutti praticamente vicino casa, per un totale di sette gare. Di queste ho migliorato i miei record personali ogni volta che volevo: sui 100 stile libero in vasca corta e sui 200, 400, 800 e 1500 in vasca lunga. La medaglietta d’oro nella gara casalinga dei 200 stile è stata la ciliegina sulla torta. Insomma, l’età avanza senza sconti ma non ho ancora raggiunto la fase calante della mia non-carriera agonistica. Quasi quasi vorrei già essere a novembre per cimentarmi nella prossima competizione… però no. Ora voglio farmi le vacanze e mettere su pancia. Voglio prendermi una birra al tramonto e, dopo il tramonto, altre due, magari gustando l’unica Ale che mi piace, che non è solo una birra ad alta fermentazione. Voglio riprendere le immersioni e provare il nuovo erogatore che non fa schiuma. Voglio continuare a giocare a padel, ora che ho imparato ad impugnare la racchetta e farmi l’aperitivo quando finisco una partita. Voglio andare al concerto di addio dei Litfiba e pagare quei cinque euro per la bionda alla spina che sa di pipì. Voglio partire e partirò: Costa Azzurra, Calabria, Sicilia e Grecia sono vacanze già programmate tra giugno e settembre. Non so se bevono birra quei fighetti in Costa Azzurra ma tra Sicilia e Calabria c’è la Birra dello Stretto e in Grecia la famosa Mythos, di cui voglio fregarmi un boccale originale. E comunque non smetterò di nuotare, le gare in acque libere possono regalarmi altre soddisfazioni, anche se la soddisfazione più grande è poter condividere tutto questo con chi mi sta accanto. Tranne la birra, quella non la divido.

Una montagna di merda

Io me lo ricordo, dov’ero, trent’anni fa. Con un paio di compagni di scuola eravamo andati alla Fiera del Mediterraneo, che ai tempi non era la struttura pressoché abbandonata di oggi ma una delle fiere più importanti d’Italia, perlomeno come dimensioni. Tra fine maggio e i primi di giugno l’intera l’area, oltre 80.000 metri quadri, ospitava la classica fiera campionaria, un evento con centinaia di espositori da tutto il mondo che a Palermo rappresentava un appuntamento imperdibile. Un enorme spazio veniva adibito a luna park ed era lì che mi trovavo intorno alle 18.00 del 23 maggio 1992. Era una delle mie prime uscite da ragazzino, forse la prima in assoluto al di là dei confini dell’oratorio in cui sono cresciuto, con qualche migliaio di lire in tasca e una certa voglia di divertirmi. Il pomeriggio era stato perfetto: avevo provato diverse giostre, compreso il temibile galeone; incrociato conoscenti sia della zona sia di quartieri lontani; chiacchierato come facevano i grandi e mangiato lo zucchero filato come facevano i piccoli. Avevo perfino scambiato qualche confidenza con una coetanea che mi piaceva, tale Roberta, la quale – ancora non sapevo – non mi avrebbe mai dato spago. Mi sentivo adulto, pronto a vivere il mondo e prendere qualche batosta, anche se il mondo non era pronto per me.
Abitavo a due passi dalla fiera, che tra l’altro si trova a due passi da via D’Amelio, dove due mesi dopo avrebbero ammazzato Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Prima di rientrare, un amico scuro in volto, ma proprio perché lui era nero (lo chiamavamo Aristoteles infatti, per la somiglianza con il giocatore de L’allenatore nel pallone), ci disse “avete saputo di Falcone?” e poi, non ricevendo risposta, “lo hanno ammazzato”. Ecco, io a quell’età sapevo a malapena che Giovanni Falcone era un magistrato noto per la sua lotta alla mafia. Questo, a Palermo e credo in tutta la Sicilia, lo sapevano non solo gli alberi ma anche le piantine appena nate. Quello che non sapevo è che, quella lotta, Falcone la stava vincendo. Borsellino, per dire, io e molti altri ragazzini non lo avevamo mai sentito nominare, lo avrei conosciuto solo dopo la sua morte. Anche lui stava vincendo.
“Lo hanno fatto saltare in aria con una bomba, a Capaci“. A Capaci, io ci andavo al mare ogni tanto. Ho immaginato la spiaggia e un’esplosione che, come in certi film di guerra, butta per aria sabbia e cadaveri. Non era un’immagine così distante dalla realtà, mancava solo la sabbia. E nella stessa realtà, devo dire che purtroppo io agli omicidi ero – diciamo – abituato. Negli anni ’80 io c’ero, le guerre di mafia e in particolare quella che portò i corleonesi in cima alla piramide di Cosa Nostra provocarono tantissime vittime. Al telegiornale, appuntamento fisso dell’ora di pranzo e cena a casa mia, i servizi sui morti ammazzati erano all’ordine del giorno. Sicché l’attentato a Falcone non suscitò una particolare reazione da parte mia, la notizia quel pomeriggio rimase in secondo piano rispetto alle avventure da adulto consumato che avevo passato in fiera. Tuttavia, da quel giorno e per sempre, qualcosa cambiò, dentro di me e dappertutto. A farmi diventare grande non sarebbero state le uscite con gli amici che seguirono negli anni ma la presa di coscienza che piano piano si insinuò dentro la mia testa in quei mesi e che a luglio di quello stesso anno provocò un’emozione ben diversa mentre, tornato dal mare, sentii mia zia piangere a dirotto per l’omicidio di Borsellino. Ancora oggi ogni volta che torno a Palermo dai miei, nel tragitto dall’aeroporto alla città, è automatico lasciare un ricordo in onore di Falcone, della moglie e della scorta quando passo davanti alle due stele commemorative nel tratto di autostrada di Capaci. Ed è inevitabile fermarmi in via D’Amelio davanti all’albero della pace per lasciare un ricordo anche lì. Non so quanto possiamo fare noi per portare avanti quella questa lotta, sono certo però che niente sia più efficace della coscienza, della conoscenza, della cultura e del senso civico, da usare nel quotidiano, nei rapporti con gli altri, per diffondere le idee di Giovanni e Paolo e per ribadire, come disse un grandissimo Peppino Impastato, che la mafia è una montagna di merda.

PS: l’iconica fotografia che ritrae un momento di complicità tra Falcone e Borsellino è di Tony Gentile, fotografo e reporter palermitano il quale sarebbe milionario se avesse ricevuto un euro per ogni volta che la foto è stata utilizzata. Non credo che lo sia e non credo abbia ricevuto i dovuti riconoscimenti, anche solo in forma di ringraziamento. Una volta l’ho incontrato all’aeroporto (non a caso l’aeroporto Falcone-Borsellino): sul pullman che dall’aereo doveva portarci allo scalo, non smetteva di scattare freneticamente fotografie al paesaggio molto bello che si snoda tra mare e monti. Non me la sono sentita di interromperlo ma avrei voluto stringergli la mano.

Love, Death & Robots

Questa serie di cortometraggi animati di Netflix è arrivata alla terza stagione senza diventare pesante perché ogni episodio racconta una storia diversa, dura poco e non annoia mai. Ogni puntata potrebbe essere vista e rivista in maniera casuale con la consapevolezza che fantascienza, sangue e black humor convivono allegramente e che il livello dell’animazione, creata e curata da studi diversi di tutto il mondo, resta sempre alto. Alla base, un po’ come ha fatto Black Mirror, ci sono i comportamenti e le scelte dell’uomo, spesso sbagliate e con conseguenze catastrofiche, che non portano né alla salvezza né al pentimento mentre invece i robot, con un altro occhio e maggiore sentimento, appaiono più umani. A volte. Queste però sono forse le impressioni che sono rimaste a me, non si può generalizzare perché gli episodi sono tanti e sono vari: tra “amore, morte e robot”, i robot si alternano a mostri, alieni, zombi e altre simpatiche creature, la morte non manca mai e l’amore… ecco, l’amore in questa serie non so proprio cosa c’entri.

Kafka. Diario di un disperso

Il volume, oltre che per il titolo, mi ha incuriosito per i disegni eleganti, originali e vagamente somiglianti alle opere di Egon Schiele. Leggendo, non mi è sembrato inizialmente di aver fatto un grande acquisto ma mi sono ricreduto andando avanti e osservando i particolari. Racconta le tappe fondamentali della vita di Franz Kafka accostandole alle sue opere più note, dando forma alle sue paranoie ed utilizzando un fantastico contrasto di luci ed ombre con colori luminosi e cupi a seconda del suo stato mentale e di salute. Essendo io limitato, ho avuto l’impressione che mancassero dei pezzi e non ho trovato scorrevole la lettura in certi punti ma riconosco che strutturalmente è perfetta, i due autori sono riusciti a creare un’opera kafkiana su Kafka. Alla fine, una biografia essenziale utilissima mi ha aiutato a chiarire alcuni momenti delle esperienze del protagonista che non conoscevo e che ho potuto collegare alle pagine e ai disegni lì dove non avevo colto. L’ultima pagina poi mi è piaciuta molto, chiude alla grande un cerchio e un graphic novel che ho solo elogiato ma che tuttavia non è riuscito a collocarsi tra i preferiti della mia libreria. Sono davvero limitato.

Mauro Falchetti, Luca Albanese – Kafka. Diario di un disperso

L’uomo nell’alto castello

Tratta da un romanzo di Philip K. Dick, la serie racconta di un passato alternativo in cui gli USA hanno perso la seconda guerra mondiale, il loro territorio è stato diviso tra Germania e Giappone, il nazismo ha trionfato e milioni di persone sono morte. Ma c’è una resistenza e soprattutto ci sono delle pellicole che dimostrano l’esistenza di una o più realtà parallele in cui hanno vinto gli Alleati. Questi film sono stati girati dall’uomo dell’alto castello, personaggio in grado di viaggiare tra i mondi che in quattro stagioni si vede pochissimo e che in tutta la serie mantiene un ruolo marginale, chissà nel libro. Gli episodi si sviluppano in tante direzioni, con diversi protagonisti e storie minori che si intrecciano ma che non riescono a decollare né a superare una lentezza esasperante. La prima stagione è curiosa, la seconda e la terza quasi inutili, la quarta finalmente si anima un po’, salvo poi finire in malo modo. Ci ho messo due mesi a vedere tutte le puntate, un pezzo per volta in pausa pranzo con il caffè che mi ha salvato dal sonno e, nonostante spunti notevoli e ottime interpretazioni, non sono affatto soddisfatto, sarebbe stato meglio guardare altro, andare a manifestare contro la guerra o contro Prime Video o perfino viaggiare nel multiverso tramite una bottiglia di whiskey.

La Cina è già qui

La Cina in pochi semplici passi. Pensavo si trattasse di una sorta di saggio di attualità sulla mosse del Dragone nella scacchiera degli equilibri mondiali, alla luce soprattutto della guerra in Ucraina mentre invece è un condensato, ben scritto e scorrevole, della cultura e della società cinese che supera i luoghi comuni e dimostra quanto poco sappiamo del mostro asiatico. La lettura è interessante, trasuda (pure troppo) l’ammirazione per la Cina dell’autrice che cerca di arrivare all’ultima pagina senza sbavare e senza sbilanciarsi sul confronto molto marcato con l’Occidente, sottolineando tuttavia – giustamente – quanto sia importante capire e conoscere chi c’è dall’altra parte. La Cina lo ha fatto e per questo è già qui, a pochi passi.

Giada Messetti – La Cina è già qui

Il suo nome è Banksy

Il fumetto è un pretesto per raccontare la street art attraverso il suo rappresentante più noto che, paradossalmente, è sconosciuto. Tra le pagine non c’è una storia vera e propria infatti: un writer ed una giornalista parlano, attraverso dialoghi improbabili e privi di un filo logico, delle opere di Banksy e del loro impatto sull’arte urbana, sviscerando date ed eventi come fosse un elenco cronologico più che un racconto o una chiacchierata. Il che ha pure la sua utilità, se si vuole approfondire il tema in pochi semplici passi e questo in effetti l’ho apprezzato. I disegni sono ininfluenti allo scopo, oltre che monotoni e statici ma tutto sommato il volumetto non è da buttare, la copertina con il nome di Banksy in bella mostra dà un tocco di originalità alla mia libreria.

Francesco Matteuzzi, Marco Maraggi – Il suo nome è Banksy