vacanze tramonto

Vacanze al tramonto

Saluto tutti e prendo il mare al volo per tornare a casa, accompagnato da un pizzico di malinconia e, tra i bagagli, un carico di obiettivi da raggiungere a strettissimo giro per evitare di abbandonarmi ai ricordi dell’ozio. La sera stessa mi attende in centro una mezza maratona mozzafiato. Il problema delle vacanze è che tanto più sono lunghe tanto più risulta difficile digerirne la fine. Perché finiscono, finiscono sempre e arrivare all’ultimo giorno non solo non è un traguardo, non è nemmeno un inizio, è un arrivederci forse. Breve il tramonto, buia la notte, sicuro il domani. Forse.

arancina

Il sapore del bronzo

Il fondatore dei moderni Giochi Olimpici, quel De Coubertin noto per la sua famosa frase, aveva ragione. Il suo principio è assoluto e ben rappresentato da quanto accaduto in queste giornate brasiliane in cui tantissimi atleti hanno dichiarato che già essere lì è stato un traguardo. Per molti, quasi tutte le seconde linee, competere e provare a superarsi è una vittoria. Ad eccezione solo dei campionissimi che si contano sulla dita e che puntano non solo all’oro ma anche al record e alla storia, il raggiungimento del podio rappresenta un sogno. La medaglia di bronzo li mette lì tra i più forti, non un gradino ma un promontorio sopra quelli che hanno “soltanto” partecipato. C’è un abisso tra il podio e tutti gli altri, così come c’è grande differenza tra una medaglia e altra.

Chi vince la medaglia d’oro è il primo classificato della competizione. Può darsi che non sia stato il migliore per tutta la stagione, che avrà avuto un po’ di fortuna o, chissà, che l’avversario più ostico da battere non abbia potuto gareggiare. Ma la medaglia al collo dice che chi la indossa ha vinto. Raramente succede per demeriti altrui o perché il fato ha voluto così, nella quasi totalità dei casi vince il più forte. E’ la legge dello sport. E vince perché batte uno o più avversari in una finale, li precede in una distanza o in una misura, fa più punti in una competizione.

La medaglia d’argento, per quanto possa essere importante, è la medaglia di uno sconfitto, di uno che poteva arrivare davanti a tutti e non c’è riuscito perché un altro, uno solo, lo ha battuto. L’argento era lì per vincere e non ce l’ha fatta. A differenza dell’oro, l’argento non è un obiettivo. Nessuno punta all’argento: i campionissimi puntano all’oro, i sognatori al podio e pertanto considerano il bronzo un trionfo. Se punti all’argento parti già sconfitto. Inoltre, negli incontri faccia a faccia individuali o in tutti gli sport di squadra, quando cioè c’è un tabellone, il bronzo chiude la propria competizione con una vittoria, felicissimo. L’argento saluta tristemente con una sconfitta.

Pure quando la storia parla e ricorda e dice “è arrivato secondo” o “è stato argento mondiale” aggiunge “alle spalle di…” dando lustro all’oro col messaggio tacito che sì, è stato bravissimo, ma c’era quell’altro. Per il bronzo no. “Bronzo olimpico” vuol dire per lo più che chi lo ha vinto era un fenomeno e chi se ne frega se non è stato oro, men che meno argento. E’ stato bronzo, è stato un vincente.

Nelle gare di street food, categoria fino a 66 kg. dell’individuale femminile, il bronzo è puntualmente appannaggio dell’arancina, sfera di riso dal sapore vincente, figlia della tradizione e madre di innumerevoli emulazioni. Lei, perché di una lei si tratta, non compete con l’oro e con la storia, ha già raggiunto l’immortalità e continua a farlo ogni volta che si eleva dall’olio in cui nasce. Quello che le dà il colore del bronzo, sporco e incrostato, che tale deve rimanere affinché, lei, non perda mai. E poi l’aspetto, sino al primo morso insignificante e anonimo, a sfera tonda o allungata, a nascondere il suo cuore di carne o burro che, una volta aperto, può solo battere e vincere la fame di gloria.

Mi butto

Mi butto

Foto scattata dalla terrazza del Santuario di Tindari, in provincia di Messina, noto per la Madonna Nera. La lingua di sabbia che si vede dall’alto, molto più estesa di quanto si può capire dall’immagine, è nota come spiaggia di Marinello: secondo una leggenda, si è formata in seguito alla caduta di una bambina dal promontorio che è stata ritrovata sana e salva perché le acque si sono ritirate per formare un cuscino di sabbia. La madre, inizialmente dubbiosa circa la natura della Madonna Nera, avrebbe riconosciuto poi il miracolo.

Lapide

I blogger non muoiono mai

Qualche anno fa, tra i tanti amici del web, ce n’era uno con cui scambiavo spesso più di una chiacchera e non solo di quelle che si mangiano con lo zucchero. Allora non seguivo tanti blog, solo alcuni catturavano la mia attenzione, generalmente per lo stile della scrittura o proprio per il personaggio che si celava dietro. Oggi siamo tantissimi, ci accoppiamo e riproduciamo tra di noi e quei contatti si sono moltiplicati a dismisura. Li seguo saltuariamente perché sarebbe impossibile farlo in modo costante e forse è anche meglio, del resto succede così quando si incrocia un amico per strada e poche parole, un timbro di voce o un’occhiata bastano a recuperare la distanza dall’ultimo incontro. D’altro canto, imbattersi tutti i giorni nella stessa persona sarebbe un po’ palloso, per questo esistono già i colleghi.

Quindi, io con quel blogger “chiaccheravo”, in pubblico o in privato e non tanto di più di quanto facessi con altri. Mi divertivo, aveva la mia stessa ironia e sapevamo che l’ironia funziona come un amico comune quando ci presenta l’uno all’altro. Un giorno tuttavia, dopo qualche tempo passato senza vederlo in giro, vado direttamente a trovarlo sul blog che però trovo uguale all’ultima volta, nessun aggiornamento e nessuna risposta ai commenti. Sono andato a cercarlo nei giorni successivi, gli ho lasciato messaggi privati, ma non ho più avuto sue notizie nemmeno altrove, finché la piattaforma (Splinder) ha chiuso i battenti e le sue tracce si sono perse definitivamente nella rete. Tra l’altro, pur parlando di qualsiasi cosa, lavoro, donne, libri, cinema, problemi personali, seghe mentali, sport… no, sport no, non ne capiva una mazza, beh, io non ho mai saputo quale fosse il suo vero nome, né lui il mio. Sicché, evaporato Splinder, solo lui avrebbe potuto cercare Topper Harley, io il suo nickname non l’ho più beccato.

Mi sono chiesto tante volte se fosse morto con Splinder, nel senso di aver smesso, di non aver trovato interesse ad aprire o trasferire il proprio blog come ho fatto io su WordPress. Mi sono chiesto altre volte se fosse morto fisicamente, roba che nella mia testa allora era impensabile. A quel tempo immaginavo forse che nel web non si potesse morire, che un blogger – entità soprannaturale – vivesse per sempre, forte dell’idea che qui non siamo noi, siamo quello che scriviamo e leggiamo, siamo le nostre parole. Ma non è vero. Qui siamo persone, lo siamo nella vita di tutti i giorni e continuiamo ad esserlo quando indossiamo una o più maschere, usiamo lo schermo per proteggerci, storpiamo il nostro carattere o nascondiamo il fine ultimo della nostra presenza da queste parti, non sempre cristallino. Fatto sta che la gente muore pure nel web.

L’anno scorso è toccato ad un’amica, una signora molto carina che mi seguiva tramite Facebook e che mi aveva confidato di lottare contro un male purtroppo più forte di lei. Prima ancora una donna con un carattere fortissimo che scriveva poesie e che se n’è andata all’improvviso. Pochi mesi fa l’aldilà ha accolto un’altra amica che ammiravo per le sue foto. E insomma sono cose che toccano, certo diversamente dalla scomparsa di un amico che si conosce in carne ed ossa, ma toccano. Soprattutto se le loro immagini e loro parole in qualche modo continuano a girare per il web e se ne percepisce la presenza. Forse è questo il senso di ciò che pensavo un tempo, che i blogger non muoiono mai. E io, piccolo blogger semi-sconosciuto che di sparire non ha la minima intenzione e che non ha mai postato articoli memorabili, mi domando chi mi cercherebbe se smettessi di scrivere. Nessuno probabilmente. Però, per non lasciare nessuno nel dubbio a differenza di come è accaduto a me con l’amico sparito, quando sarò morto pubblicherò un post di addio, una foto Instagram della lapide di cartongesso che avrò sulla testa e, se mi andrà, anche un libro postumo.

Stretto

Attraverso lo Stretto

Diciamolo subito, non è stato difficile. A chi è abituato ad allenarsi in vasca ogni giorno per tre, quattro, cinque chilometri, attraversare lo Stretto di Messina viene quasi naturale. Quasi però. Perché le acque libere, mare o lago che siano, sono veramente un altro sport rispetto alla piscina. Il sale rende l’acqua meno pesate ma le onde, le correnti e la temperatura imprevedibili possono complicare qualsiasi bracciata. Questa poi non era una gara, non c’era un cronometro da rispettare né avversari da battere. Era la Traversata, il trasporto di un’emozione dalla Sicilia alla Calabria, nel tratto in cui il Tirreno e lo Ionio si incontrano, dove dicono di voler costruire un ponte per unire ciò che non è mai stato realmente diviso. Il mare non divide, anzi unisce più di quanto faccia la terra, perché non ha confini. E noi, trenta individui di varie provenienza, sesso ed età, lo abbiamo visto e vissuto quella mattina. Le testoline con la cuffia bianca e le braccia e i piedi che spuntano dall’acqua rendono quasi impossibile distinguere l’uno dall’altro, siamo tutti uguali.

Ad eccezione di un paio di volti divenuti familiari con gli allenamenti organizzati apposta per l’evento, non conoscevo nessuno quando sono arrivato, il pomeriggio prima. La sera eravamo già tutti amici: triatleti, nuotatori o semplici appassionati provenienti da tutta Italia – e uno perfino dagli USA – seduti a tavola in riva al mare a mangiare pesce e cannoli e parlare di sé, delle proprie avventure, delle proprie aspettative. E’ stata come una festa.

Con fomento e fermento, come dice qualcuno, ci ritroviamo la mattina dopo. Non ho chiuso occhio a causa del caldo e della musica di un locale sotto la mia camera ma sono pronto, lo sono dal momento in cui mi sono iscritto, mesi fa. Con non poca fatica, indosso il “costumone” riesumato dal cassetto in cui dormiva da anni, visto che nelle gare in vasca è stato proibito. Qui posso sfruttarlo invece. L’organizzatore, in briefing, ci ribadisce alcuni aspetti sulla sicurezza e sottolinea giustamente che non siamo lì per fare il tempo, per quello ci sono le gare. Siamo lì per fare lo spazio infatti, e farlo tutti insieme. E’ importante seguire la propria barca di appoggio che sceglierà la migliore traiettoria per noi ed è fondamentale non staccarsi dal gruppo. Conta solo arrivare e soprattutto godersela.

Non ho mai nuotato così tanto in mare, adesso “temo” che ripeterò l’esperienza parecchie altre volte. Senza presunzione riconosco di non aver fatto molta fatica, di non avere spinto, di essermi rilassato, buttando un occhio alla barca e uno ai compagni, dando uno sguardo avanti alla costa che si avvicinava e uno indietro alla costa che lasciavo. Il fondale non esiste, è solo nero, tanto vale alzare un po’ la testa e ripetermi “dove cazzo sono!” per descrivere la sensazione. Come quella mia prima volta in Africa, sotto la luna, in mezzo al nulla, in totale assenza di luce, seduto da solo per terra a guardare il cielo e le miriadi di stelle.

Correnti quasi assenti, solo qualche onda fastidiosa, temperatura ideale, niente meduse, men che meno quei fantomatici squali di cui si parla invano da sempre. Il barcaiolo, Jimmy “l’indiano”, con la camicia hawaiana e il cappello di paglia avrà attraversato quelle acque migliaia di volte. La barca ogni tanto mi spinge verso destra per aggiustare la direzione, qualche gesto e qualche parola che mi arriva all’orecchio suggeriscono che stiamo andando bene. La verità è che non voglio arrivare, non mi va che finisca troppo presto: la meta non è la costa calabrese, la meta è la traversata.

Quando tocco terra, tra pacche sulle spalle e strette di mano, sono felice ma non del tutto appagato. L’emozione l’ho addosso, l’ho portata dall’altra parte e resterà con me a lungo, come molti degli amici che ho trovato e che ringrazio. Ho depennato un’altra voce, importante, dalla mia to-do list, eppure ho già voglia di rimettermi in moto, sono ancora tante le cose che voglio fare e non vedo l’ora che arrivi la prossima avventura, in acqua, in terra o, chissà, in cielo.