Km 123

Poco dopo la morte del Maestro, non ho avuto dubbi su quale libro leggere, l’ultimo pubblicato che non riguardasse Montalbano. E’ comunque un giallo, quasi interamente scritto sotto forma di dialoghi, che come sempre incuriosisce non poco il lettore. Non un capolavoro e in certi passi troppo elaborato ma abbastanza piacevole. Tra due giorni probabilmente lo avrò dimenticato, a differenza dell’autore che non dimenticherò mai.

Interessante, alla fine del romanzo, un articolo dello stesso Camilleri che spiega come è nato e si è sviluppato il genere giallo e perché, solo in Italia, si chiama così. Un’ultima chicca che è giusto fosse lui a regalarmi.

Andrea Camilleri – Km 123

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Metà di un sole giallo

Non conoscevo l’autrice pur avendone sentito parlare molto bene. Non conoscevo il libro e la sua trama ma lo avevo in coda da qualche mese per puro caso e aspettavo il momento giusto per iniziare a leggerlo. Non conoscevo la storia del Biafra che, nonostante la sua breve esistenza come Stato e prima che io nascessi, per me ha sempre rappresentato un sinonimo di fame e povertà.

Adesso ne so un po’ di più. Parlerò anche io positivamente dell’autrice se riuscirò mai a ricordare il suo nome: ha uno stile che sembra non incepparsi mai. Consiglierò il libro a patto che non venga sfogliato sotto l’ombrellone, perché tanto leggero non è, per la crudezza, per le vicende narrate, assolutamente realistiche e anche per quei nomi di cose, città e persone a volte impronunciabili, come appunto quello dell’autrice. Continuerò a pensare al Biafra associandolo a fame e povertà, con l’aggiunta del piccolo particolare della guerra a fare da cornice. Inoltre, nei miei viaggi in Africa, non smetterò di cercare il viso di Olanna.

Chimamanda Ngozi Adichie – Metà di un sole giallo

Le gare che non ti aspettano

Sono le gare in cui fai un tempone.
Inteso come grande tempo.
O tempo grande.
Cioè lungo, altissimo.
E il tempo è denaro.
E infatti fermarsi ad ogni boa per ammirare il paesaggio non ha prezzo.

Indizio n. 1

Se tre indizi fanno una prova, aspetto di aggiungerne altri due per esserne sicuro. Perché ancora non ci credo ed è la stessa sensazione che provo ogni qualvolta devo preparare le valigie. Io le valigie non le preparo mai: in Salento sono andato con un borsone enorme ma indispensabile, quello dell’attrezzatura subacquea, lo stesso che ho avuto in Mar Rosso, tutto il resto stava in una tasca; a Maiorca ho portato uno zaino con quattro cose dentro e tre erano libro, diario e occhiali da sole; così è stato per le ultime tappe in Lituania, Inghilterra, Portogallo. Persino in Africa, a fare settimane di volontariato per anni, il necessario è sempre entrato in una borsa, senza parlare del Cammino di Santiago, ventitré giorni con un bagaglio di cinque chili.

Le valigie indicano qualcosa di più, non soltanto in termini di tempo o distanza, sono l’etichetta del viaggio che ti appresti a compiere, quella che all’aeroporto la gente guarda e pensa “chissà dove cazzo sta andando”, mi è successo per il Giappone e l’Islanda. In realtà a nessuno frega niente di dove vai ma è bello pensare di provocare un pizzico di invidia negli altri viaggiatori.

L’acquisto della guida è, per convenzione internazionale, il primo passo. Solo una volta ne ho presa una senza poi partire, era il Nepal, ma la colpa è stata del terremoto che ha distrutto mezzo paese e cancellato per sempre più pagine della mia Lonely Planet (che infatti, si vede in foto, ora è scontata del 20%). Questa volta nemmeno un asteroide o una paternità improvvisa mi fermerà. Gli altri indizi, spero, arriveranno presto. Intanto mi leggo l’indizio n. 1.

Il vangelo secondo Lebowski

Una decina o poco più di anni fa questo saggio sul Dudeismo mi avrebbe esaltato non poco, portandomi a professare la mia nuova fede su tutti i social. Ho adorato e adoro ancora “Il grande Lebowski”, tra i migliori film che abbia mai visto (sono un cinefilo, eh), ma non a tal punto da costruisci intorno un credo. Qualche risata, un po’ di curiosità e nulla più. Tuttavia la lettura mi ha fatto venire voglia di riguardare il capolavoro dei Coen, magari sorseggiando un White Russian. Da ateo.

Oliver Benjamin, Dwayne Eutsey – Il vangelo secondo Lebowski