I ragazzi della Nickel

Secondo premio Pulitzer per la narrativa in tre anni per Colson Whitehead. Ho amato “La ferrovia sotterranea” e mi aspettavo molto da questo suo nuovo romanzo, ispirato tra l’altro a eventi reali, che mi ha coinvolto soprattutto perché l’ho letto nel periodo delle proteste scoppiate in tutto il mondo per l’uccisione di George Floyd e della conseguente diffusione del Black Lives Matter. Tuttavia non mi ha conquistato. Non è avvincente come immaginavo e i colpi di scena, che pure ci sono, vengono raccontati con poca enfasi, come se si spegnessero sul nascere. Tranne quello finale che in effetti riaccende tutta la storia. Diversi passaggi poi sono poco scorrevoli (forse per la traduzione?) e frenano la lettura: non che siano difficili ma capita di doverli rileggere per capire a chi o cosa si riferisse l’autore. Insomma, da un doppio Pulitzer pretendo un capolavoro e invece ho finito “soltanto” un ottimo libro.

Colson Whitehead – I ragazzi della Nickel

Gli occhi del cuore

E’ stata un bella vacanza, circa dieci anni fa. Mi sono aggregato ad un gruppo di amici romani che stavano girando la Sicilia e li ho accompagnati, io che già mi trovavo a Palermo, in alcuni posti che non volevo perdermi, tra cui Monreale, Ustica e Favignana. Favignana la conoscevo già molto bene ma non perdo mai l’occasione di tornarci, così ho fatto quella volta e così farò quest’estate. Le isole hanno un fascino particolare, le isole di un’isola più grande come la Sicilia ancora di più. Mi sono divertito parecchio, pur essendo uno dei tanti, troppi. A me non piace muovermi in comitiva. Intendo proprio passeggiare, esplorare, andare al mare, cose per cui il numero ideale di persone non dovrebbe essere più di quattro o cinque. Meglio uno, da solo, che è il massimo. O due, se si è innamorati. Tra amici e amici di amici, saremmo stati in quindici o venti, chi lo sa. E nessuno era innamorato.

Sabina Guzzanti se ne stava in disparte, parlava poco e quasi unicamente sottovoce con una sua amica che non ci ha mai presentato e che ho pensato fosse la sua compagna. Quando apriva bocca però si sentiva solo lei, anche quella sera che al ristorante avevamo riempito una tavolata e lei si era presentata soltanto per il caffè, sapendo che il caffè in quel ristorante non lo servivano. Il proprietario, gentilissimo, preferiva così e all’ingresso la cosa era ben specificata, forse per liberare i tavoli più alla svelta visto l’afflusso continuo di gente. Sabina lo sapeva, conosceva il posto e conosceva il tizio che le ha portato il caffè quasi di nascosto, in un vassoio coperto con un tovagliolo. A me però piaceva Caterina. Allora non sapevo che anche lei lavorasse nello spettacolo, per me era l’ignota sorella minore di Corrado e Sabina Guzzanti. Il peggio tuttavia era non sapere che fosse tra i protagonisti di Boris, la fuoriserie italiana divenuta un cult, di cui ignoravo l’esistenza e che solo in questi giorni, grazie a Netflix, sto recuperando. Con dieci anni di ritardo.

Caterina era – e immagino sia tuttora – molto carina e naturalmente simpatica. C’era anche Davide, uno dei registi della terza stagione di Boris e sono certo, col senno di poi, che ci fosse anche qualcun altro della troupe lì in mezzo. Tutti ospiti dei Guzzanti, che a Favignana hanno una villa, per una vacanza alla fine delle riprese. Ci siamo ritrovati insieme a bere birra in spiaggia e inventare storie sdraiati sulla sabbia. Caterina e Davide ci hanno stupito con un giochino in cui riuscivano ad indovinare i titoli dei film senza apparentemente comunicare. Io indossavo una camicia a maniche corte che mai più avrei usato, come qualsiasi altra camicia a maniche corte. Davide mi ha raccontato del suo primo film, “Notturno bus”, che ad oggi non ho ancora visto pur avendolo scaricato pochi giorni dopo quella sera. Mi ha anche confidato che stava scrivendo una sceneggiatura: Wikipedia mi ha suggerito che potesse trattarsi di quella del thriller “Breve storia di lunghi tradimenti” con Carolina Crescentini, pure lei tra i protagonisti di Boris. Carolina a Favignana non c’era, me ne sarei ricordato. Credo, eh. Perché c’era davvero un via vai di approcci, chiacchere e facce che si scambiavano continuamente. Caterina era proprio divertente e rubava la scena senza volerlo. Le abbiamo dato anche un passaggio a casa con la Panda scassata che i proprietari della nostra villetta ci avevano prestato per girare sull’isola. L’indomani io sarei ripartito e avrei iniziato a perdere i contatti anche con gli amici romani tranne che con una, carissima, la quale mi avrebbe poi introdotto nel fantastico mondo del padel aprendo un circolo vicino a dove abito.

Insomma, la vita è una ruota che gira o anche la boccia di un pesce rosso in cui il protagonista osserva ciò che accade senza che lo decida. E in questi giorni, guardando quella fantasticheria di Boris, quasi mi dispiace non averne saputo parlare al tempo di Favignana. Forse doveva andare così, non sono sicuro che lo avrei apprezzato allo stesso modo. Oggi invece, memore di quelle serate, Boris mi appassiona e mi accompagna mentre faccio colazione: guardo una puntata e inizio la giornata con gli occhi del cuore.

Pizzeria kamikaze

Lettura da un paio d’ore al massimo, in alternativa ad una cena in pizzeria che potrebbe risultare indigesta (almeno per me che la accompagno con litri di birra e antipasti fino a scoppiare) a differenza di questi nove racconti cotti al punto giusto: alcuni brevissimi, altri articolati, tutti sconclusionati e surreali ma decisamente simpatici e scorrevoli con qualche frase da sottolineare e portare a casa. Il racconto che dà il titolo al libro, non a caso, è il più lungo e sorprendente.

Etgar Keret – Pizzeria kamikaze

La gang del pensiero

Avevo letto tanto e tanto bene in quarantena che non mi sembrava vero riuscire a divorare libri così velocemente. Tornato alla quasi normalità, il tempo per leggere è diminuito e, non contento, sono andato a sbattere contro questo romanzo all’apparenza divertente ma alla lunga stancante. E anche alla corta. Proprio non scorre, nonostante l’ironia e le battute che riempiono le pagine a contorno della storia, surreale e ricca di episodi incredibili. L’autore sa pure scrivere. Solo che esagera nella continua ricerca del lato comico e di frasi ad effetto, alcune delle quali da evidenziare e portare a casa, simpatiche la prima volta, simpatiche la seconda, va bene la terza… poi basta, diventano fastidiose. Senza parlare delle riflessioni filosofiche, tutte illuminanti e anche esposte con semplicità, che però si rivelano pallose, come le innumerevoli parole con la Z in cui il cui glossario ci viene perfino mostrato alla fine del libro. Peccato, mi aspettavo molto di più.

Tibor Fischer – La gang del pensiero

 

Souvenir dell’impero dell’atomo

Opera sicuramente originale che omaggia la fantascienza degli anni ’50, tra l’altro con uno stile grafico impeccabile. E simpatico, direi. Solo che, pur essendo la storia abbastanza semplice, è raccontata (volutamente dall’autore) in maniera troppo intricata con continui salti temporali e intermezzi a volte difficili da collocare nel puzzle della trama. In sostanza, non ci ho capito granché e non mi ha appassionato. Magari cambierò giudizio con una rilettura in futuro. O nel passato.

Thierry Smolderen, Alexandre Clerisse – Souvenir dell’impero dell’atomo

Il sale della terra

Mi aspettavo una storia avvincente con protagonisti i narcos e le loro azioni efferate, l’agente della DEA o dell’FBI e i suoi valori, la violenza, il coraggio, la corruzione, la vendetta. Cose così. Tutto questo l’ho aspettato fino a metà del romanzo e oltre, quando ho iniziato a rendermi conto che la storia era un’altra: il viaggio o meglio la fuga disperata di una donna che, con il suo bambino, cerca di emigrare clandestinamente dal Messico agli Stati Uniti per scappare dal cartello della droga il cui capo le ha distrutto la vita. I narcos sono un pretesto, sempre presenti ma sullo sfondo. Non c’è nessun eroe al centro del racconto e nemmeno ai margini. Costanti sono invece le paure, le ostilità, gli orrori e sì, anche la violenza accentuata dal fatto che è plausibile: l’autrice ha voluto evidenziare il dramma di coloro che abbandonano la loro casa e ogni legame pur di cercare una vita migliore, rischiando di perderla continuamente lungo il tragitto. Avvincente è avvincente comunque. Se ci facessero un film lo andrei a vedere di corsa, soprattutto per dare un volto alla bellissima Soledad, la cui descrizione è essa stessa bellissima.

Jeanine Cummins – Il sale della terra

The last dance

Un capolavoro assoluto. The Last Dance è la cosa migliore venuta fuori da questo periodo di isolamento, superiore persino alla Colombina De Longhi, arrivata a casa qualche giorno fa, che fino ad oggi ha rappresentato la gioia più grande della mia nuova vita casalinga.

Le ultime due puntate della docu-serie, uscite stamattina, tra l’altro in concomitanza con la fine della quarantena, chiudono una racconto da favola in cui a livello di emozioni non è mancato nulla. Sono cresciuto giocando a basket e Michael Jordan, pur non essendo il mio giocatore preferito (ero innamorato di un certo Magic Johnson), è stato capace di esaltarmi come pochissimi nello sport in generale. Ha portato la sua squadra in cima all’NBA e l’NBA oltre il gioco, oltre lo sport, trasformandola nello spettacolo entusiasmante che tutti conosciamo. Centinaia di aneddoti raccontano il giocatore e l’uomo, dalla nascita fino all’ultima incredibile stagione, “the last dance” appunto, in cui squadra e dirigenza sapevano che l’anno successivo sarebbe cambiato tutto. Jordan infatti si sarebbe ritirato. Da vincente. Con tre anelli consecutivi vinti, per due volte. Sei titoli in otto anni, oltre ad un’infinità di record e leggende. Ma la storia è lunga e complessa: ci sono delle omissioni, qualche ambiguità e tanti personaggi, ognuno con i propri retroscena, che insieme a Jordan, quella storia, l’hanno fatta. E io non sono capace di aggiungere niente a quello che la serie racconta ma sono sicuro che presto mi riguarderò tutti e dieci gli episodi, sicuramente mentre passo sul pavimento la mia Colombina.

I kill giants

Quello che mi fotte sempre è la curiosità. Già dalla copertina avrei dovuto capire che non si trattava di un fumetto per me. Lo sarebbe stato forse quando avevo quindici anni ma non ne sono sicuro, non leggevo nemmeno Topolino, sicuramente più interessante. E’ che ne parlano come una pietra miliare, ha avuto premi e riconoscimenti, ne è stato tratto un film e soprattutto era gratis, motivo per cui l’ho letto. Peccato mi fosse sfuggito un dettaglio: è un’opera per ragazzi e io, che sono nato vecchio, non avrei mai potuto apprezzarla. La storia è banale come un qualsiasi accordo di Ligabue, anche se va riconosciuta una certa profondità e tanta fantasia. Le vignette sono un tormento, sempre in movimento, una confusione continua, probabilmente voluta, per rendere l’idea dell’irrequietezza della protagonista. Il peggio tuttavia è la sceneggiatura: nelle prime pagine, complici le vignette, non si capisce una mazza e, quando poi si riesce a prendere il filo, è ormai tardi per salvare l’intero volume dalla spazzatura. Il problema adesso è che la curiosità, quella che mi fotte sempre, mi spingerà a dare un’occhiata al film.

Joe Kelly, JM Ken Niimura – I kill giants

Peppino

L’articolo del Corriere all’indomani di quel 9 maggio 1978, come tutta la stampa, la magistratura e le forze dell’ordine, parlò subito di atto terroristico in cui Giuseppe (e non Giovanni), noto come Peppino, sarebbe rimasto ucciso o si sarebbe suicidato. L’attentato o quel che era in realtà, avvenuto in piena notte, passò quasi inosservato poiché proprio in quelle stesse ore venne ritrovato a Roma il corpo senza vita di Aldo Moro.

L’assassino che è in me

“Leggi Jim Thompson: L’assassino che è in me è un fottuto capolavoro!” e io l’ho fatto. Avevo chiesto consigli su autori alla stregua di Lansdale o Winslow, per il genere e anche per lo stile e questo Thompson, che non conoscevo, è risultato gettonatissimo. “L’assassino che è in me” è forse il suo romanzo più noto, Stephen King nella prefazione ne parla come io parlo delle arancine, con la bava alla bocca. Non si tratta di un thriller e non racconta una storia cruda e violenta, è un viaggio nella mente – o forse sarebbe meglio dire attraverso la mente – di un poliziotto psicopatico che uccide non per piacere, non per denaro o vendetta ma semplicemente senza motivo, raccontando in prima persona il susseguirsi di eventi con disarmante tranquillità, fino alla sorprendente conclusione. Di romanzi di questo tipo ne sono stati scritti tanti, questo però credo sia tra i precursori: a Thompson, autori come Lansdale devono molto e Lansdale è tra i miei preferiti.

Jim Thompson – L’assassino che è in me